Vincenzo Mantovani.
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ANARCHICI ALLA SBARRA.
La strage del Diana tra primo dopoguerra e fascismo.
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PARTE 3.
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2007. Il Saggiatore Edizioni, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Si tratta della riedizione di un lavoro analitico edito nel lontano 1979 (Rusconi) a cura di un giornalista spinto a questa impresa dall'eco delle bombe di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. I quotidiani di quei giorni riesumavano le vicende del Diana alla ricerca di un precedente atto terroristico di matrice anarchica mentre le indagini sulla strage alla Banca dell'Agricoltura non avevano ancora una direzione precisa. L'attentato del Teatro Diana (Milano, 23 marzo 1921) con i suoi diciotto morti e quasi un centinaio di feriti, equivaleva come conseguenze fisiche a quello appena accaduto. Come ben rileva l'autore, i due eventi avevano un significato profondamente diverso. L'esplosione al Diana fu l'ultimo rantolo disperato e spaventoso della rivoluzione che moriva soffocata dalla reazione e dai tradimenti secondo Carlo Molaschi, anarchico attivissimo nell'infuocato dopoguerra milanese.
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PARTE 3.
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PROCESSO ALLA BORGHESIA
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Ai primi di aprile, dunque, Borghi e Malatesta firmarono il ricorso in cassazione(1890). Ribadendo il concetto che le amnistie distruggono gli effetti penali ma non le condanne, la cassazione lo respingeva(1891). Alla fine di luglio, dopo oltre nove mesi di carcere preventivo, si celebr il processo(1892).
Fu in tale occasione, all'inizio della seconda udienza, che Malatesta - stimolato dai commenti di alcuni giornali, tra i quali Il Popolo d'Italia - fece la sua celebre dichiarazione sull'attentato al Diana:

Ieri sera, al momento di lasciare la gabbia, qualcuno si accost a me e mi disse: "Voi vi difendete a vuoto. Voi vi difendete contro l'accusa apparente, ufficiale, che si fa contro di voi, ma in realt, se voi sarete condannato, non lo sarete a causa dei vostri discorsi o dei vostri scritti, i quali, in fondo, sono perfettamente innocui: se voi sarete condannato, lo sarete perch incombe sull'animo dei vostri giudici la memoria della strage del Diana".

Dopo aver invitato la corte a non farsi suggestionare dall'idea che i tre anarchici di San Vittore potessero avere la pi remota responsabilit in quel delitto, Malatesta diede la sua interpretazione:

La strage del Diana non pu essere che l'opera di un matto, ma se mai per un'ipotesi, ipotesi che respingo assolutamente, perch mi ripugna pensare che un gruppo di uomini possa fare coscientemente una strage simile, quel fatto fosse stato opera ragionata e cosciente, allora mi domando chi  il partito che potesse avere interesse per quel delitto. Cui prodest?, si domandavano i giureconsulti latini al principio di ogni inchiesta giudiziaria. A chi giova? Ora il delitto del Diana, a parte le povere vittime e le loro desolate famiglie, non poteva nuocere che a noi, come partito e come uomini. Se il delitto del Diana fosse stato commesso da gente cosciente, esso non pu essere che l'opera di nostri nemici, perch  stato fatto contro di noi.

Malatesta rifece a questo punto la storia dello sciopero della fame. Ricord ai giurati che si era arrivati al sesto giorno: un momento critico, un momento tragico. Conferm l'intenzione sua e dei suoi compagni di andare fino in fondo:

Non gi che avessimo voglia di morire, non gi che noi non avessimo la convinzione, la speranza che non ci si lascerebbe morire; ma ci trovavamo nella posizione di colui che va alla guerra, e che spera sempre di uscirne colla pelle sana ma che, se si trova in condizione di dover morire, vuol mostrare che non  un vigliacco.

E mentre la speranza sembrava sorridere ai tre carcerati, mentre gli stessi carcerieri andavano dicendo: "Ma da un momento all'altro vi mettono fuori!", ecco scoppiare la bomba del Diana.

Ci vennero a dire che il pubblico attribuiva al nostro sciopero quel delitto. Ci vennero a dire che, continuando, forse si potevano commettere altri delitti, e allora noi credemmo nostro dovere cessare lo sciopero e farlo cessare a tutti i nostri compagni detenuti, pur affrontando quel certo ridicolo che cade sempre addosso a colui il quale ha manifestato dei fieri propositi e poi a mezza strada si ferma. Affrontammo il ridicolo, cosa che ci cost pi dolore che non lo stesso strazio del digiuno, ma credemmo nostro dovere cessare lo sciopero.

Malatesta insisteva perch si andasse subito in tribunale. Sapeva bene, come gli fecero notare i suoi avvocati, che in quel momento l'opinione pubblica era talmente prevenuta nei suoi riguardi che gli sarebbe stato impossibile ottenere un verdetto equo. Ma voleva affrontare egualmente il giudizio, anche se sotto l'impressione della strage esso avrebbe potuto sfociare in una condanna all'ergastolo. I suoi avvocati, per, lo convinsero a firmare il ricorso in cassazione, per guadagnar tempo e arrivare al processo in un momento pi favorevole.
Atti come quello del Diana, ribad Malatesta avviandosi alla conclusione, erano sempre opera di elementi isolati. Ed era invece proprio la gente come lui che impediva questi delitti o che, almeno, ne riduceva il numero. Perch quegli atti, quando non erano l'opera di un folle, erano atti di ribelli compiuti per disperazione.

Ora noi, signori giurati, noi che ispiriamo la fede, noi che ispiriamo la speranza, noi siamo il miglior rimedio contro questi atti inconsulti. Cercate in mezzo ai giovani che stanno con noi: voi li troverete tutti ardenti di fede; li troverete tutti pieni di speranza. Potrete trovare fra loro degli illusi, e forse illuso sar io stesso, ma degli scettici, perdio, non ne troverete. E chi non  scettico, chi ha fede nel progresso, chi  sicuro di un domani di luce, quello non commette dei delitti, quello non commette atti disperati(1893).

Il processo dur tre giorni. "Furono" scrive Borghi "tre giorni di progressive smontature. Gi le accuse maggiori (...) erano cadute in istruttoria (...) Restavano i discorsi e i reati di stampa. La valanga - come doveva dire il pubblico ministero - si era disfatta percorrendo via all'indietro." L'accusa avrebbe dovuto essere sostenuta dal procuratore generale Raimondi.

Ma quella faccia di rospo si era reso anche lui latitante. Lo sostituiva un signore sulla sessantina, faccione pacato e sereno, ben conservato per la sua et. Quando tocc a lui parlare avvenne un fatto sbalorditivo. Oratore fiero, nobile, scorrevole, tutto armonia, smont l'accusa. Sulle prime n noi n i nostri avvocati credevamo ai nostri orecchi. Aspettavamo il veleno nella coda. Invece niente. Quel pubblico accusatore rese omaggio alla nostra "sublime follia"; spieg ai giurati che le "umane generazioni sarebbero rimaste schiave del pregiudizio e della ignoranza" se di tanto in tanto non fosse sorto "un uomo animoso a scuoterle dalla loro immobilit"; riconobbe che "uomini di grande ardimento e di diritta volont" sono necessari, perch sono essi che "ci gridano a ogni momento di non arrestare il passo, e ci spingono di vetta in vetta, sempre pi in alto in cerca di un ideale che pi  desiderato e pi spesso si allontana" (...). In conclusione domand che i giurati si regolassero come credevano e, se ci mandavano a casa, lui non faceva nessuna obiezione(1894).

Dopo una requisitoria cos, quale giurato si sarebbe preso la responsabilit di una condanna? All'assoluzione generale di tutti gli imputati seguiva l'immediata scarcerazione dei due ancora detenuti(1895).
Scrisse Umanit Nova:

Ai quesiti posti dai magistrati sulla colpevolezza dei nostri compagni processati i giurati milanesi hanno risposto risolutamente no. Cos ha termine l'odiosa montatura poliziesca ordita otto [recte: nove] mesi or sono dal questore di Milano. A tutte le calunnie  stata data libera circolazione nel corso di questo lungo periodo, durante il quale si  proceduto a un vero e proprio sequestro di persona. E quegli che alle calunnie seppe dare la forma la pi perfida, gareggiando con i rapporti di polizia,  appunto il medesimo [Mussolini] il quale, a uno degli odierni assolti, avrebbe tributato la corte pi strisciante ove egli, un anno fa, anzich rimanere fedele alla causa rivoluzionaria, avesse soltanto accennato a consentire a un atteggiamento di subdola e venale politica antiproletaria(1896).

Scrisse l'Avanti!:

L'assoluzione di Malatesta, dopo tanta montatura poliziesca e pen-naiola, sollever non poca impressione nell'opinione pubblica italiana. Questo processo, come tutti gli altri del genere, ha dato modo agli anarchici, ai sindacalisti, ai socialisti di illustrare da una severa aula di corte d'assise le dottrine sovversive e di porre in evidenza tutte le iniquit delle persecuzioni poliziesche e giudiziarie contro la libert di stampa e di parola.  stato insomma un processo non all'anarchia, non alle teorie rivoluzionarie in genere, ma alla societ borghese che bestialmente crede di poter fermare il fatale cammino della storia e del progresso della civilt umana(1897).

Scrisse infine L'Ordine Nuovo:

Malatesta e Borghi, dopo essere stati privati per nove mesi della libert personale, vengono assolti, e lo stesso rappresentante della legge riconosce infondato il castello dell'accusa.
I giornali che hanno detto Malatesta e Borghi responsabili dell'eccidio del Diana perch non danno ora la colpa al responsabile di tutta la montatura, al comm. Gasti?(1898)

L'andamento e la conclusione di quel processo furono per tutti una sorpresa. Si  chiesto Armando Borghi: "Vi fu ordine da Roma di procedere allo sterminio dell'accusa, come da Roma era partito l'ordine della montatura?"(1899). Gli ha risposto indirettamente lo stesso Raimondi:

Questo risultato spiacque al ministro del tempo, Rodino, che me ne chiese spiegazione. Risposi che, capo di un ufficio per suo istituto uno e indivisibile, dovevo assumere e assumevo intera la responsabilit dell'operato dei miei sostituti; non senza per osservare che, se spettava a me promuovere o meno l'azione penale e impartire ai dipendenti le direttive di massima, non dovevo n potevo ingerirmi nelle conclusioni che essi credessero di prendere all'udienza e che erano affidate alla loro scienza e coscienza. Nel caso concreto la requisitoria del De Sanctis, magistrato di alto valore e di esemplare dirittura di carattere, appariva informata a esatti criteri giuridici e in piena rispondenza con le risultanze del dibattimento. In udienza gli stessi funzionari di P.S. che avevano denunciato come incendiari i discorsi di Malatesta e di Baldini avevano modificato profondamente le deposizioni scritte. Era risultato che ogni qualvolta, dopo un comizio, il Malatesta era stato arrestato, era anche subito dopo rilasciato, senza dare seguito alla denuncia; mentre gli attacchi alle vigenti istituzioni, contenuti negli articoli incriminati, non erano pi violenti di quelli di altri giornali, ad esempio l'Avanti!, lasciati indisturbati; ed era pure risultato che quando un industriale aveva rifiutato a Malatesta la carta per l'Umanit Nova era stato obbligato dal ministero a somministrarla; che in parecchi di quegli articoli Mala-testa aveva deplorato i disordini e le lotte fratricide, che non conducevano a nulla di buono e anzi ritardavano la rivoluzione, intesa a dare all'umanit un migliore assetto morale ed economico, e che, per riuscire, esigeva unit d'intenti, di mezzi e di azioni. Di fronte a tutto ci e ad altri elementi forniti dalla pubblica discussione, il De Sanctis si era sentito obbligato a modificare le conclusioni da lui stesso prese in istruttoria e a ridurre l'accusa nei suoi giusti termini(1900).

In ogni caso, quella fu l'ultima requisitoria pronunciata da De Sanctis alla corte d'assise ambrosiana. La sua domanda di essere trasferito a Napoli era stata accolta - con decreto, si affretta a precisare Raimondi, "anteriore all'inizio di quel dibattimento" - e poco dopo il processo Malatesta il sostituto procuratore lasci Milano per non tornarvi pi(1901).


UN PREZIOSO FILO CONDUTTORE

Quando, al rombo formidabile che echeggi cupo e sinistro anche sotto le arcate di San Fedele, e alla tragica segnalazione telefonica: Al Diana una terribile esplosione, morti e feriti; mi precipitai trepidando sul luogo dell'immane disastro; e ai miei occhi apparve quella scena terrificante di rovine, di dolore e di morte; e vidi le membra stroncate, i corpi dilaniati e macerati, gli arti e le viscere avulsi e proiettati a distanza come da una furia d'inferno; affior subito alla mia mente, dalla macabra visione dell'orrenda carneficina, una spaventosa certezza: Nessuna delinquenza umana, fuori che la belluina brutalit anarchica, poteva, al mondo, aver compiuto la strage satanica ed esecranda!

Con queste parole, durante l'udienza pomeridiana del 18 maggio 1922, il grand'uff. Giovanni Gasti, questore di Milano, apr la sua lunga testimonianza al processo per la strage del Diana. Da questa "certezza" partirono le indagini. Per esplicita ammissione del questore, essa fu la "base granitica" del castello di prove che permise al giudice istruttore di rinviare venti anarchici al giudizio della corte d'assise(1902). Come venne costruito quel castello?
La notte stessa della strage un "vertice" ha luogo a San Fedele. Rievoca Gasti:

Dissi a tutti: "Non tregua, non riposo, finch luce non sia fatta".
Dissi a Rizzo: "Gli altri coopereranno con infaticata lena; ma ella sar il mio collaboratore immediato, l'interprete e l'esecutore delle mie direttive. A lei affido il peso maggiore delle indagini! Si ricerchino e si catturino tutti gli anarchici d'azione... Il crimine nefando non deve rimanere impunito"(1903).

Osserver Carlo Molaschi dopo il processo:

Il convegno tenuto la notte stessa in questura tracci il piano d'azione per la scoperta dei colpevoli. Si dovevano arrestare in massa tutti gli anarchici, sopprimere violentemente le pubblicazioni di Umanit Nova (...), ammucchiare tutti gli arrestati nelle guardine di San Fedele per sottoporli a continui e stringenti interrogatori e confronti, dare mano libera ai fascisti per le rappresaglie del caso, offrire una taglia per chi avrebbe saputo denunciare e scoprire i colpevoli. L'offerta della taglia rappresentava la parte pi perfida di. tutto il piano perch appunto per essa ogni cittadino diventava calunniatore o spia. Gli arresti su vasta scala cominciarono nella notte stessa(1904).

Il vicecommissario Rizzo, quella notte,  stato l'ultimo a lasciare la sala del teatro devastata dall'esplosione(1905). Ricevuto l'incarico di scoprire i colpevoli, si butta a capofitto nelle indagini. Ma le indagini

si svolgono in un'atmosfera passionale. Ostacoli e difficolt non comuni si ergono sul cammino delle ricerche. Dimostrazioni, devastazioni, animi in tumulto turbano la vita della citt. Gli anarchici tutti - intellettuali, teorici, organizzatori, pubblicisti, propagandisti, individualisti - hanno preso il largo, molti per ragioni prudenziali(1906).

Nessun arresto  stato compiuto sul luogo dell'attentato principale, nessun segno rivelatore  emerso. L'unica vaga traccia porta a due o tre individui che sarebbero stati visti deporre una valigia davanti a una delle uscite di sicurezza del teatro, in via Mascagni, e poi dileguarsi nella semioscurit(1907).
Le mani della questura non erano per completamente vuote. Ricorda Gasti:

Iniziai io stesso le investigazioni interrogando Pietropaolo, trovato (...) (a sei minuti di distanza dall'esplosione del Diana) impantanato nella melma del Naviglio di San Damiano, ov'era caduto fuggendo. Mi comparve dinnanzi ancor nudo, ammantato da una coperta. Il turbamento poteva forse essere simulato per evitare gli scogli dell'interrogatorio.
Il Pietropaolo disse di essersi recato a passeggio, nelle vicinanze; della sede del giornale socialista, assieme a una donna non saputa indicare; che, avendo sentito degli spari, era stato colto dal panico! ed era scappato; che nella corsa era caduto in Naviglio; e che nulla sapeva delle bombe sequestrate sulla vettura fermata in via San Damiano e in via Passione.
Il mendacio traspariva chiaro da ogni parola. Intuii l'importanza della sua cattura; e dissi a Rizzo che il Pietropaolo doveva costituire, per le indagini, un filo conduttore prezioso(1908).

Mentre il questore interroga Pietropaolo, arriva la notizia; dello scoppio vicino alla centrale di via Gadio e dell'arresto di Amleto Astolfi. Ricorda ancora Gasti:

Vidi costui. Era di un pallore quasi livido; affermava anch'egli di essere andato a passeggiare nel parco; di essersi visto inseguito e. di aver sparato due colpi di rivoltella contro i suoi aggressori.
In realt coloro che l'avevano affrontato erano le regie guardie dalle quali era stato circondato dopo lo scoppio della bomba. L'Astolfi mostrava una mente chiusa e apatica. Compresi che da lui v'era poco a sperare. Ma se la sua taciturnit era insormontabile barriera, la, loquacit del Pietropaolo era sicuro disorientamento(1909).

Scrive Molaschi:

I primi interrogatori di Pietropaolo e d'Astolfi non portarono; molta luce nel fosco della tragedia. La stampa e la cittadinanza erano: impazienti di sapere e la questura cercava di difendersi da questa curiosit facendo pubblicare dei comunicati sempre uguali che ripetevano all'infinito la storia del Pietropaolo partito in vettura con altri tre da Porta Monforte verso l'Avanti! [e] sorpreso nel Naviglio con una rivoltella in tasca, mentre nella vettura venne scoperta una bomba e mentre un'altra bomba veniva scoperta in via Passione (...). Ma poi i comunicati tacquero(1910).

Ricorda Rizzo:

La carrozza era stata vista passare nel viale della Circonvallazione,, nei pressi del teatro Diana, pochi minuti dopo lo scoppio tragico. Nel corso dell'inchiesta il giovane arrestato finisce gradatamente con l'ammettere di aver fermata la vettura, di avervi caricato gli ordigni esplosivi a lui appartenenti, di essere stato raggiunto da altri compagni, ordinando poscia al cocchiere di dirigersi verso il giornale. Non pu o non vuole indicare il luogo di provenienza suo e delle bombe...
Naturalmente lo si sospetta d'essere uno dei dinamitardi visti fuggire dopo l'accensione della miccia in via Mascagni. Egli ammette di aver fermato la carrozza nel viale della Circonvallazione pochi minati dopo lo scoppio al Diana in prossimit del teatro, ma si protesta innocente di tale delitto. Gli indizi che gravitano [sic] a suo carico lo spaventano. Qualche giorno dopo, rendendosi conto che nascondendo la provenienza delle bombe e il luogo d'inizio della sua missione si compromette seriamente, si arrende e comincia a parlare.
Rivela di essere partito col materiale esplosivo dalla sede del suo giornale, sito In una traversa del viale di Circonvallazione, vicino al Diana, ma non pu provare il proprio alibi. Direttore, impiegati e addetti al giornale, tutti sono irreperibili...(1911)

La sera del 27 marzo Lusignoli telegrafa a Giolitti:

Comunico che Pietropaolo Antonio, arrestato il 23 corrente mentre si recava con altri due individui all'Avanti! per lanciare una bomba, ha confessato di essere anarchico e di essere partito poco prima dai locali dell'Umanit Nova ove era stato organizzato il colpo. Ha detto che i due individui fuggiti militavano pure nel partito, che uno chiamasi Mario e che l'altro  un metallurgico, aggiungendo di essere estraneo all'attentato contro il teatro Diana (...)(1912).

Per qualche tempo le indagini segnano il passo. Si misurano le distanze tra il Diana e piazzale Monforte - dov' stata noleggiata la carrozza - e tra quel piazzale e la sede di Umanit Nova. A passo di corsa si percorrono i due tratti di strada. Si finisce cos per accertare che potevano essere coperti tra l'accensione della miccia sulla bomba e il noleggio della vettura, un brevissimo intervallo che il cocchiere, una signorina e altri testimoni oculari avrebbero "quasi cronometrato"(1913).
Mentre continuano gli arresti, calcolati da Molaschi nel numero di "oltre 400", Antonio Pietropaolo viene riconosciuto da due persone. Il vetturino Carlo Gasparotto lo identifica per uno dei passeggeri trasportati con la sua carrozza quella sera all'Avanti!(1914). La modista Maria Petringa ritrova in lui uno dei quattro individui sbucati da via Goldoni e da lei visti fermarsi di botto, al rumore dello scoppio, davanti alla chiesa dei Cappuccini. Non soltanto la donna ha visto i quattro, alla luce di un lampione, "scambiarsi un rapido sguardo di sottintesa compiacenza" prima di raggiungere la carrozza e di salirvi; ma ha anche notato che Pietropaolo "portava sotto il braccio un pacco avvolto in un giornale"(1915). Quanto basta perch il questore possa concludere trionfalmente:

Costui era, dunque, stato nella vettura che aveva trasportato i dinamitardi al giornale Avanti!; ed era il portatore di una delle due bombe sequestrate!...(1916)

Il 30 marzo Lusignoli trasmette il secondo rapporto telegrafico sulle indagini, dal quale  facile comprendere che di strada se n' fatta pochina:

(...) secondo le dichiarazioni rese dall'impiegato del giornale Avanti! Zonta Giovanni, il Pietropaolo appena posto in salvo e ricoverato nei locali del giornale socialista ebbe a esclamare: lasciatemi fuggire perch sono un anarchico del Diana(1917). Sembra pertanto certo che vi sia correlazione fra attentato al Diana e [attentato] alla centrale e-lettrica, tanto pi che dalle carceri giudiziarie, alle ore 22,40 circa, un gruppo di anarchici telefonava all'Umanit Nova che il Malatesta di cui si attendeva la liberazione non era ancora stato scarcerato. L'Astolfi inoltre  correo dell'anarchico Latini, autore della recente aggressione contro il maresciallo D'Orfeo(1918). Proseguono attivissime le indagini per assicurare alla giustizia [i] correi del Pietropaolo e per accertare gli elementi di responsabilit a carico dei numerosi anarchici arrestati e che sono stati tutti trattenuti. Oggi si  proceduto al sequestro dei documenti abbandonati nei locali del giornale Umanita Nova che  stato portato in questura a eccezione delle macchine relative(1919).

Tra il 2 e il 6 aprile salta fuori l'officina di via Casale. "Saputo che [Pietropaolo] aveva idee anarchiche" ricorda Rizzo "visitammo la sua abitazione (...), e l'amante del Pietropaolo stesso ci parl dell'officina di via Casale, che egli possedeva insieme col Macchi e con Restelli."(1920) Intanto Lusignoli segnala nuovi arresti:

Indagini (...) continuano alacremente. Oltre a maggiori prove della responsabilit del Pietropaolo per il tentativo all'Avanti! e dell'Astolfi per l'attentato alle officine elettriche di via Gadio si sono raccolti elementi di complicit a carico di Biscaro Giuseppe e Persivale Cesare, anarchici individualisti. Questi confessano di essersi trovati con l'Astolfi sul piazzale della stazione di Porta Ticino [recte: Ticinese] la sera degli attentati, dichiarando per di avere abbandonato [il posto] con altri compagni quando si accorsero che avrebbero dovuto partecipare a un'azione dinamitarda pro Malatesta. Il Persivale Cesare ammette poi di avere prestato all'Astolfi la rivoltella che fu sequestrata a quest'ultimo al momento dell'attentato. Il Persivale e il Biscaro sono arrestati(1921).

L'arresto di Francesco Tosi  decisivo per la nascita del "complotto".  lui, secondo Rizzo, che accenna per primo alle riunioni del 22 e del 23 marzo, che fa i nomi degli intervenuti e che riferisce sui contrasti tra le due correnti che vi si sarebbero manifestate: quella di Ghezzi, favorevole ad azioni dirette ma senza vittime, e quella di Bruzzi, deciso a fare strage un po' dappertutto(1922). Ma chi  Francesco Tosi? Qual  il grado della sua attendibilit? Dir il prof. Cesare Broggia, medico del carcere, deponendo al processo sul suo stato fisico e mentale:

(...) alcoolista, (...) nato in cattive condizioni, con turbe eclampsiche, sabotato da crisi nervose, minorato dagli strapazzi della vita di guerra, oligoemico e infine riformato per broncoalveolite specifica (...) l'imputato  affetto da gracilit costituzionale, da deficienza di sviluppo con note degenerative non trascurabili, come "una spiccatissima deviazione dal tipo maschile al femminile"; eccessivamente ipereccitabile,  un isterico deficiente e un tubercolotico(1923).

Per concludere, si tratta di un "frenastenico", un "pazzo della volont", un "labile nervoso" al quale basta anche una piccola quantit di alcool per togliergli - secondo il perito - ogni responsabilit(1924). Ci nonostante, in mancanza di altri elementi, le dichiarazioni di quest'uomo (successivamente ritrattate) saranno uno dei pilastri dell'accusa.
Il secondo rapporto di Lusignoli dice:

Continuando indagini per scoperta autori attentati teatro Diana, si  potuto stabilire che delitto fu organizzato assieme agli attentati dell'Avanti! e della centrale elettrica in una riunione d anarchici che ebbe principio alle ore 20 circa del 23 in piazzale Venezia ed ebbe seguito nella sera stessa nell'officina meccanica femminile [?] del Restelli, Macelli, Pietropaolo, in via Casale 8. In tale officina furono decisi gli attentati, e di l divisi in gruppi e per diverse direzioni gli anarchici recaronsi ai posti divisati. Un gruppo capeggiato dal Pietropaolo si rec all'Umanit Nova, ove alle ore 22,30 i compagni recatisi nei pressi del carcere telefonarono che n Malatesta, n Borghi o Quaglino erano stati scarcerati. Poco dopo si hanno le esplosioni del Diana, il tentativo dell'Avanti! cui partecipa il Pietropaolo e quello della centrale elettrica capeggiato dall'Astolfi. Ormai accertato che tanto il Pietropaolo quanto l'Astolfi parteciparono al complotto nell'officina meccanica femminile [?] di via Casale 8 e che a tale riunione furono presenti, oltre i detti, gli anarchici Giuseppe Biscaro, Persivale Cesare, Fabbro Guido, Tosi Francesco, Tosi Biagio, Macchi Eugenio, gi arrestati, nonch gli anarchici Ghezzi Francesco, Fedeli Ugo (entrambi redattori del giornale L'Individualista), Biscaro Ferdinando, meccanico dell'officina, Macchi Pietro Paolo [?], latitanti, e sin dalla prima notte attivamente ricercati, nonch altri cinque o sei che si stanno identificando. Il Pietropaolo e l'Astolfi si sono chiusi in un invincibile mutismo (...)(1925).

Il terzo rapporto, del 6 aprile, completa il quadro del "complotto", ottenuto mettendo insieme tutte le parziali "confessioni" degli anarchici arrestati e riempiendo i vuoti del bizzarro mosaico - il pi grosso dei quali resta quello relativo agli autori della strage del Diana - con pure e semplici invenzioni:

In seguito agli arresti fatti si sta diradando il mistero dell'eccidio al Diana. Arrestato, Tosi Francesco, dopo stringenti interrogatorii, ha finito per completare le dichiarazioni precedenti e per confessare il reato consumato da lui e dai correi, dando precisi particolari circa il complotto organizzato e gli attentati commessi la sera del 23 (...). Il Tosi confessa di aver commesso l'attentato di via Gadio insieme ai compagni di fede Astolfi Amleto e Biscaro Giuseppe, entrambi arrestati, mediante lancio di una bomba cilindrica con miccia asportata dall'officina di via Casale 8. In detta officina avvenne il complotto cui presero parte suddetti Tosi e Astolfi, nonch gli anarchici qui appresso segnati, oltre cinque o sei individui che si stanno identificando: Ghezzi Francesco, Di Fazio [?] del giornale Individualista, latitante; Bruzzi Pietro, anarchico individualista, latitante; Parrini Primo, vignettista dell'Umanit Nova, latitante; Biscaro Ferdinando, anarchico individualista, meccanico nell'officina di via Casale 8, latitante; Pietropaolo Antonio, anarchico individualista, comproprietario dell'officina meccanica di via Casale 8, arrestato; Perelli Mario, anarchico, ex-impiegato dell'Umanit Nova, latitante; Macchi Eugenio, anarchico, facente parte della gerenza dell'Umanit Nova, comproprietario dell'officina predetta, arrestato; Persivale Cesare, anarchico individualista, arrestato; Tosi Biagio, anarchico individualista, arrestato; Fabbro Guido, anarchico individualista, arrestato. Tutti i predetti individui costituirono due sottogruppi, che operarono al Diana e all'Avanti!, dopo aver discusso sull'opportunit di attaccare un teatro o l'altro e se conveniva fare il colpo contro il Cova. Prevalse l'idea dell'Avanti! per punire il giornale socialista delle sue azioni negative nei riguardi del movimento pro liberazione Malatesta e di lanciare la bomba al Diana. Il Diana fu scelto in seguito allarmanti pressioni di Ghezzi, Parrini, Fedeli e Bruzzi, il quale usc da via Casale 8 con tutti gli altri alle ore 21,15 circa, portando via una cassetta infernale. Nell'officina di via Casale 8, oltre alla cassetta predetta, si trovavano, al momento della riunione, sette bombe con miccia. Procedesi identificazione e arresto dei responsabili latitanti e dei complici che fanno capo al giornale Umanit Nova e che risultano compresi nel complotto(1926).

Conferma Molaschi:

Venne prima la confessione di Tosi Francesco e negli atti d'istruttoria c' un verbale che la consacra. A gettar la bomba al Diana furono Ghezzi, Fedeli e Bruzzi, i quali lasciarono l'officina di via Casale con una cassetta piena di potente esplosivo urlando: "Al Diana, al Diana!". Di questo parere, o per lo meno di parere quasi eguale, fu anche un tal Febo Del Torchio - ex-anarchico individualista - che, essendo detenuto in quei giorni nel carcere di San Vittore quale reo di spaccio di biglietti falsi, aveva sentito dire da un detenuto in una cella attigua che a gettar la bomba al Diana fu l'anarchico Francesco Ghezzi che, per l'occasione, s'era vestito da militare, ecc. ecc. Negli incarti d'istruttoria vi sono due verbali che consacrano questa deposizione e in calce ai verbali il denunciante scongiura il giudice di non fare il suo nome perch, essendo egli conosciuto dagli anarchici, temeva una rappresaglia. Uno spedizioniere di Umanit Nova, invece, fu di parere alquanto diverso. Egli aveva visto nel pomeriggio del 23 i redattori di Umanit Nova in animato e segreto conversarlo con "noti anarchici d'azione", e da quel conversario usc la deliberazione tremenda. E anche per questa campana c' il verbale di consacrazione(1927).

Il documento prefettizio  importante perch mostra che il 6 aprile, due settimane dopo la strage, tutto ci che la polizia era riuscita ad accertare torchiando gli anarchici caduti casualmente nelle sue mani (come Astolfi e Pietropaolo), o pescati con le retate di fine marzo, era che la sera del 23 un gruppo di anarchici avevano tenuto una riunione nell'officina appartenente a tre di essi per decidere se e che fare per richiamare l'attenzione della gente sulla sorte, in quel momento piuttosto preoccupante, dei compagni digiunanti a San Vittore. Per gli anarchici "fare qualcosa" poteva avere molti significati. Per la questura ne aveva uno solo: abbandonarsi con "belluina ferocia" a una strage "satanica ed esecranda".
Al di l di questo, il buio pi assoluto. Da via Casale, infatti, quella sera nessuno era partito n per il Diana n per l'Avanti!. Del primo progetto nessuno dei partecipanti alla riunione era al corrente. E il secondo fu inventato da Pietropaolo dopo l'arresto per togliersi di dosso, con l'ammissione di un piccolo attentato non riuscito, il sospetto di aver partecipato a quello ben pi grave del Diana. Lo avrebbe detto chiaramente al processo:

Demolito fisicamente e spiritualmente da energumeni, accusato di essere responsabile dell'attentato al Diana, tanto per sottrarmi a cos grave accusa inventai l'attentato all''Avanti, che non  mai esistito. Accusandomi di un fatto specifico, speravo di allontanare da me la pi grave ed ingiusta accusa, della quale l'istruttoria fece giustizia(1928).

- Conferma Parrini nel suo memoriale:

Fu dopo l'ottavo giorno dell'arresto che il Pietropaolo, fino a quel momento lontano le mille miglia dal supporre che l'Avanti! lavorasse a tutto spiano per infondere nell'opinione pubblica la convinzione dell'attentato insussistente, si aggrappava come un disperato a questa versione assurda (versione che riusciva a leggere su di un giornale mostratogli da una guardia regia addetta alla sua custodia) intravvedendo in essa la possibilit di liberarsi dal peso - ben pi grave - che su di lui esercitava lo spettro, manovrato con scaltrezza, del Diana(1929)
.
Ma il questore, sui confusi discorsi di un pugno di ragazzi esasperati raccolti in uno squallido camerone della periferia, aveva costruito un piano di un rigore quasi militare: discussione la prima sera, il 22 marzo, sull'azione di protesta da eseguirsi, diretta da Ghezzi e Pietropaolo e volta a trovare un'intesa tra chi voleva gettar bombe contro alberghi, teatri e pubblici ritrovi e chi invece si preoccupava di non fare vittime umane; decisione la seconda, il 23 marzo, con la formazione di tre squadre alle quali erano state distribuite le bombe e le armi e assegnati gli obiettivi. Il questore sapeva persino che Francesco Ghezzi, licenziando i gruppi, aveva detto: "Ciascuno faccia quanto crede e segua la sua sorte"(1930).
Quanto a Rizzo, fino a quel momento non troppo fortunato,  comprensibile, che non intendesse mollare il limone prima di averlo spremuto fino in fondo. "Il giovane dinamitardo" avrebbe poi scritto rievocando il suo lungo "duello" con Pietropaolo "(...) comprende che la sua situazione  grave, comprende che il materiale esplosivo trovato nella sua officina e nella carrozza e le circostanze che accompagnano la corsa da lui compiuta alla ricerca e al fermo della vettura costituiscono elementi gravissimi che lo indicano fondatamente quale sospetto autore dell'eccidio." Perci "si dibatte in spiegazioni non esaurienti e negazioni e reticenze nei continui interrogatori che si svolgono a San Fedele". Nonostante ci, il risultato non cambia: egli "ammette solo la propria responsabilit per il trasporto delle bombe nel quadro dell'azione violenta concertata con altri o da altri concertata con lui quella sera, ma non oltre..."(1931).
Qui Rizzo desiste da quella "schermaglia lunga e penosa". Forse  un trucco, forse sembra davvero "che ormai tutto debba arrestarsi di fronte all'enigma di quell'uomo misterioso"(1932). Con certezza si pu dire solo questo: se nessuno fosse andato a spifferarglieli, Rizzo da solo non avrebbe mai scoperto i nomi dei colpevoli; gli autori della strage non sarebbero stati trovati, l'ambizioso vicecommissario avrebbe subito la pi cocente sconfitta della sua carriera e quello del Diana sarebbe rimasto per sempre un mistero.


"UOMO, UOMO, IO TI SAPR PUNIR..."

La speculazione politica sulle vittime del Diana, iniziatasi con i morti e i loro contrastati funerali, prosegue con i vivi. Da una casa di salute milanese il cav. dott. Nico Brodaglio, ferito non dei pi gravi, scrive a Benito Mussolini:

Signor Direttore,
Dal mio letto di sofferenze, il viso squarciato, gli arti lacerati, le viscere contuse e sanguinanti, con ancora negli occhi la terrificante visione della tragica sera del Diana, io rivolgo il pensiero a lei e alla sua ardimentosa istituzione dei Fasci.
Dopo quanto ho vissuto e constatato, io non posso avere pi fiducia alcuna in nessun Governo d'Italia: non posso avere fiducia che in me stesso e nelle forze sane del paese (...)
(...) determinato a rintuzzare anche coi mezzi pi coercitivi la efferata barbarie del sovversivismo italiano, io chiedo a lei di potere senz'altro entrare a far parte dei Fasci di Combattimento d Milano. (...)(1933)

Le elezioni si avvicinano. Il 12 aprile un gruppo di fascisti carichi di fiori vanno a trovare i feriti del Diana ancora ricoverati all'ospedale maggiore(1934).
Il comitato d'azione e quello per le onoranze alle vittime - che tanto hanno brigato, vittoriosamente, per trasformare i funerali in una prova generale delle future adunate fasciste - decidono di bandire un pubblico concorso per un monumento alla loro memoria. La deliberazione, si spiega,  ispirata anche dal desiderio di chiamare gli artisti, tra i quali soprattutto i giovani, a

eternare in simbolo elevato la percossa anima popolare smarrita dalla tragicit del fatto inumano implorante dai vincoli di consanguineit e dalla superiore civilt, per cui il mondo ha tanto lottato nei secoli, l'assoluto rispetto alla vita umana e una maggiore temperanza nelle passioni dei dibattiti per il trionfo delle idee(1935).

Di fronte a un bando cos concepito non c' da meravigliarsi se scarsissime furono le adesioni. La scadenza del concorso, fissata di l a un mese, sar di volta in volta prorogata finch non si sentir pi parlare n del monumento n dei soldi raccolti per pagarlo(1936).

Intanto si moltiplicano le violenze fasciste. La sera del 13 aprile, alla fine del consiglio comunale, due aggressioni turbano Milano. Una squadraccia, armata di mazze e rivoltelle, cerca di malmenare Schiavello, "colpevole di aver espresso francamente e lealmente il pensiero del gruppo comunista in consiglio comunale". Essendo per accorso "un forte gruppo di socialisti e di comunisti", i picchiatori sono costretti a desistere. Nello stesso momento "un forte gruppo di fascisti, armati di randelli e di mazzette di cuoio e piombo", fanno irruzione in un ristorante del centro credendo di trovarvi Ippolito Bastiani, il capocronista dell'Avanti!, "colpevole - secondo loro - di aver pronunciato commenti non benevoli contro i fascisti"(1937).
"Con questi due episodi" scriver L'Ordine Nuovo il giorno dopo, "si vuole frse iniziare la serie delle spedizioni punitive contro chiunque pronunci o sia sospettato di pronunciare giudizi non favorevoli al programma dei signori di via Lovanio?  il controllo con le mazze ferrate sul pensiero dei liberi cittadini.  la censura, pena l'ospedale o il cimitero, contro chiunque liberamente professa un credo politico non approvato dal fascio di combattimento."(1938)
Nel Reggiano, saputo che un anarchico milanese, certo Ettore Dubois, "faceva vivissima propaganda sovversiva", una squadra di fascisti in camion lo preleva "senza tanti complimenti" e lo porta a Reggio Emilia, consegnandolo ai carabinieri. L'"arresto" eseguito dagli squadristi verr mantenuto dai carabinieri, che si affretteranno a diffondere la falsa notizia di una pretesa implicazione del Dubois nel "complotto" del teatro Diana(1939).
Il 20 aprile, a Torino, mentre sta andando al giornale, Antonio Gramsci  bloccato da un gruppo di fascisti. Lui  solo e inerme, gli altri sono una ventina tutti armati di bastoni. Lo spingono contro il muro e gli ordinano di gridare: "Viva l'Italia!". Gramsci rifiuta. Viene gente, comincia un battibecco. Dal giornale, avvertiti, arrivano alcuni operai. Un passante si avvicina all'aggredito e cerca di trarlo dal crocchio dei fascisti, che gli danno una bastonata in testa. La colluttazione  interrotta dall'arrivo di alcune guardie regie, che lasciano liberi i fascisti e portano in questura i comunisti. Dopo questo incidente Gramsci e i redattori dell'Ordine Nuovo chiederanno il porto d'armi per difesa personale, che sar loro negato per motivi "politici"(1940).
La sera stessa, a Pistoia, i fascisti invadono la sede dell'Iconoclasta!, saccheggiando e distruggendo ogni cosa. In seguito a questa irruzione, la rivista anarchica sar costretta a sospendere le pubblicazioni(1941).
La notte del 5 maggio, a Pisa, un'ottantina di fascisti entrano nella tipografia Germinal, dove si stampa L'Avvenire Anarchico, la devastano e la danno alle fiamme. Nello stesso tempo altri duecento camerati distruggono, in un diverso rione cittadino, la tipografia del giornale socialista L'Era Nostra(1942).

A un mese dallo scoppio che ne ha parzialmente distrutto e insanguinato l'interno, il teatro Diana riapre i battenti. La sera del 22 aprile, in una sala "tutta verniciata di fresco e decorata nuovamente"(1943), la compagnia comica di Antonio Gandusio mette in scena "Acidalia", tre atti di Dario Niccodemi, a beneficio della Croce Rossa e delle famiglie dei professori d'orchestra periti nell'attentato. Mentre, fuori del teatro, via Mascagni sfolgora di luci (la societ Suvini e Zerboni ha provveduto a dotarla di una maggiore illuminazione e dell'assidua sorveglianza di guardie regie e private)(1944), nella sala un pubblico foltissimo si diverte ed  "largo di applausi alla Simoni, al Gandusio e all'Almirante". La commedia ottiene il "solito successo d'ilarit" e "anche un ottimo successo finanziario"(1945).
Un'altra festa avr luogo di l a poco. Presenti il sindaco, gli assessori e tutti i partecipanti al convegno nazionale per l'infanzia, il 28 aprile nei giardini del Diana si riversano milleduecento bambini di tutte le scuole per assistere a uno spettacolo di marionette, per ballare con l'accompagnamento dell'orchestra, per partecipare ai giochi all'aperto, alle corse nei sacchi, e per divertirsi ai lazzi dei pagliacci del circo Gatti e alle trovate di Fortunello. Tra confetti e aranciate la sarabanda durer pi di tre ore(1946).

L'attentato al Diana entra nella leggenda. I cantastorie milanesi lo mettono in versi e lo includono nel loro repertorio. "La strage del Diana" scrive Gamelin (Leonida Repaci) sull'Ordine Nuovo "ha naturalmente delle ripercussioni nella letteratura. Commediografi, poeti tragici, poeti epici, rivistaioli, tutte le pi elette personalit del mondo artistico milanese stanno maturando l'opera d'arte degna di tanto dolore."
Qualcuno, pi svelto degli altri, ha gi sfornato il suo capolavoro. Passando per il centro pu capitare di sentir cantare -sull'aria di Donna, una canzonetta in voga - cos:

Come una foglia
di un fiore gentile
spezzata da un vile
che senza piet
gett la bomba
molto esplosiva
una bimba moriva
chiamando mamm.
Mamma, mamma,
forse dal cielo ella sempre dir.
Mamma, mamma,
non puoi dimenticar.
Diciotto morti
pi cento feriti
il mondo  atterrito
per l'infamit
che ha commesso
un uomo brutale
spargendo le sale
di sangue uman.
Popoli civili,
non uccidete giammai un uom
anche se d'altro partito
o d'altra nazion.
Anche un sovrano
di buon'or la mattina
coll'aiutante vicino
nel disastro vi entr.
Vista la scena
cos commovente
col cuore straziante
diceva cos:
Uomo, uomo,
tu non sei degno di essere qui.
Uomo, uomo,
io ti sapr punir.

"Il fascismo ha finalmente una poesia propria" commenta Gamelin "e Platone dovr accoglierla nella sua repubblica."(1947)


IL CILICIO DI PIETROPAOLO

Come interpreta Pietropaolo la tregua concessagli? Forse crede di essere finalmente riuscito a convincere il suo avversario, di avere scacciato l'incubo dei continui interrogatori notturni. L'angoscia lo abbandona.

Egli dorme tranquillamente e assapora i pasti abbondanti che gli vengono forniti da un vicino ristorante. Il suo volto acquista la fisionomia di un uomo tornato alla vita. Sono scomparse le linee che caratterizzavano la sua estrema tensione in un atteggiamento di sfinge. La distensione dei suoi nervi sembra completa, e lo sguardo  divenuto sereno.

Tale  il mutamento che un dubbio si affaccia persino al suo tenace inquisitore:

 veramente estraneo al delitto del teatro Diana? E in tal caso  possibile che non conosca proprio nulla intomo alla tragedia orrenda che certamente fu meditata nelle file della ribellione?(1948)

Intanto le indagini sono proseguite e qualche altro pesciolino  caduto nella rete. L'8 aprile Lusignoli informa Giolitti che altri quattro partecipanti alla riunione di via Casale sono stati identificati. Tre di essi - il meccanico Adolfo Capri, il verniciatore Virgilio Triva, detto "Breda", e il meccanico Mario Marcucci - sono stati arrestati il giorno prima. Il quarto, Federico Ustori, tipografo di Umanit Nova, si  reso irreperibile.

Il numero dei partecipanti al complotto finora arrestati  di 11. I latitanti sono sette, e cio: Ustori Federico, Ghezzi Francesco, Bruzzi Pietro, Parrini Primo, Fedeli Ugo, Perelli Mario, Biscaro Ferdinando, che ricercansi attivamente(1949).

Con soddisfazione il questore registra la scoperta di un altro attentato, questa volta contro un ponte della ferrovia Nord ai margini del Parco Sempione:

L'arrestato Marcucci, che col Ghezzi e l'Ustori aveva partecipato alla spedizione (...), guid la polizia sul posto e fece rintracciare, nascosta presso un albero, la bomba ch'egli stesso vi aveva portato la sera del 23(1950).

L'8 aprile Rizzo torna alla carica. Lusignoli telegrafa a Giolitti:

Si  potuta ottenere oggi una nuova confessione del Pietropaolo, che ammette di aver partecipato, oltre che alla riunione della sera del 23 all'Umanit Nova, anche alle due riunioni avvenute nell'officina meccanica di via Casale 8 nella sera stessa e nel giorno precedente. Ammette che nella riunione del 22, cui parteciparono dieci anarchici, si parl genericamente di attentati in vari punti della citt, a ferrovie, luoghi di pubblico spettacolo, per determinare una sollevazione proletaria per la liberazione di Malatesta e che la sera del 23, alle ore 20,30, ebbe luogo nella stessa officina altra riunione, cui parteciparono i 10 anarchici della sera precedente e altri cinque o sei individui. Ammette che nell'officina vi erano cinque bombe e sette rivoltelle e che di l partirono in diversi gruppi i complottanti per i distinti attentati, lasciati all'iniziativa di ciascun gruppo. Egli, con altri due, che non nomina, ma che sono identificati negli anarchici Parrini e Perelli, si rec all'Umamt Nova dove, saputo che Malatesta e compagni non sarebbero stati scarcerati, si diresse all'Avanti! per attentato, che fu sventato nelle circostanze gi note. La confessione del Pietropaolo, per quanto non ancora completa, viene a confermare le dichiarazioni gi raccolte da vari altri coimputati e rinsalda le ormai sicure basi di tutti gli accertamenti e le scoperte fatte. Il Pietropaolo, fin qui ostinatamente reticente sull'organizzazione e sul complotto degli attentati terroristici in via Casale 8, fu mosso, da stringenti contestazioni, a confessare, perch si  visto ormai definitivamente compromesso dalle ammissioni dei correi e dagli accertamenti della P.S. Egli tace ancora i nomi dei partecipanti al complotto, ma questa sua altra reticenza  inutile, poich per le dichiarazioni degli altri arrestati e per via di esclusione si  stabilito che attentato all'Avanti! fu commesso da esso Pietropaolo, da Perelli e Parrini; che attentato contro la centrale elettrica di via Gadio fu commesso da Astolfi, Biscaro Giuseppe e Tosi Francesco; che attentato al Diana deve essere stato commesso da Ghezzi Francesco, Bruzzi Pietro, Fedeli Ugo, Ustori Federico, Biscaro Ferdinando, Triva Virgilio, Macchi Eugenio. Al complotto parteciparono anche gli anarchici Tosi Biagio, Persivale Cesare, Paffro [recte: Fabbro?], Marcucci e Capri Adolfo, che per sonosi astenuti, all'ultimo momento, dal partecipare agli attentati. Il Restelli, comproprietario dell'officina di via Casale 8, non sembra abbia partecipato all'organizzazione, n all'esecuzione. Dei sopraindicati sono ancora latitanti Ghezzi, Ustori, Bruzzi, Fedeli, Biscaro Ferdinando, Parrini e Perelli(1951).

La nuova confessione di Pietropaolo non ha gettato, in realt, nessuna luce sull'attentato al Diana. Alla polizia non resta che attribuirlo, "per via di esclusione" e senza prove, a una manciata di latitanti - Ghezzi, Bruzzi, Fedeli, Ustori, Ferdinando Biscaro - considerati tra i pi pericolosi e a due degli arrestati - Triva e Macchi - che nella divisione in squadre non si  saputo dove collocare. Ma il limone non era stato spremuto fino in fondo e forse quella sera stessa Rizzo fece l'ultimo tentativo. Ecco la sua versione:

Mancano pochi giorni al termine fissato dal giudice istruttore per la presentazione degli atti. L'accusato viene sottoposto all'ultimo interrogatorio, e al momento decisivo penso di tentare la via pi semplice, che sola pu dare un barlume di luce. Non pi interrogatori e vane schermaglie. Guardandolo fermamente negli occhi tento di penetrare nel suo cuore, nell'abisso della sua anima certamente scossa dalla lunga meditazione. Il mio intuito mi suggerisce la via mai tentata nella storia criminale: la lettura del rapporto di denunzia, gi da me steso in base all'esposizione particolareggiata e coscienziosa di tutti gli elementi accertati (...)
L'uomo reagisce, questa volta con calma, rivelando una strana emotivit che mi stupisce e qualcosa che indica una lotta interiore. Riconosce che le circostanze lo legano spietatamente allo scempio crudele e confessa che la colpa  tutta sua, ma nel senso che quella sera egli ebbe a ritardare negligentemente di pochi minuti l'esecuzione della propria missione, cio dell'attentato minore, e che  vittima della fatalit. Con accenti sinceri insiste di non essersi mai macchiato di reati di sangue e dichiara che non gli resta ormai che una strada: "collaborare"(1952). (...)
Nella muraglia un varco fatto da calore familiare e di resipiscenza sembra aprirsi. Gli leggo uno per uno i referti medici sullo scempio, la descrizione dei morti (...) Gli parlo dell'orchestra massacrata o mutilata (...)
A tale rievocazione i suoi occhi si velano! La sua mente cede, come un muro che si spezza, e uno zampillo luminoso investe il suo volto e il mio volto, aridi e tormentati nella lotta lunga e tenace.
"La mattina del delitto" confessa come in una liberazione "sono arrivati a Milano da Mantova, con una valigia piena di dinamite, due individui" e li nomina(1953).

Dir trionfante il questore al processo:

Ben avevo io intuito ch'egli dovesse essere il filo conduttore della polizia. Da questo filo scatur finalmente, dopo l'ostinata omert, nel corto circuito stabilitosi fra la realt e la menzogna, la scintilla che doveva squarciare la tenebra dell'impenetrabile mistero.
E Pietropaolo concluse le sue rivelazioni aggiungendo: "Badate: le bombe preparate e ripartite ai vari gruppi nelle adunate di via Casale non avevano tale potenzialit da produrre la colossale rovina(1954).
Io seppi, la stessa sera del 23 marzo fra gli amici trovati alla sede dell'Umanit Nova, che in quel medesimo giorno erano giunti da Mantova a Milano due anarchici, Mariani e Boldrini, con una cassetta di gelatina"(1955).

Mariani e Boldrini: due nomi "fino allora non pensati, non ricercati. Se non fossero stati pronunciati dal Pietropaolo, quando sarebbero stati scoperti?! Chiss se lo sarebbero stati"(1956).
Ma perch Pietropaolo ha confessato? Perch, dir Gasti al processo,

quando vide distrutto il suo piano difensivo, quando si vide riconosciuto dalla Petringa, dal vetturale di via Monforte e da altri, quando sent che la trama dell'associazione bombardiera era smascherata, i nomi dei partecipanti svelati, le geldre criminose di via Casale proiettate sullo schermo degli incarti processuali nei particolari pi minuti, uno spettro spaventoso gli si rizz dinnanzi!... (...)
Cadevano, potevano cadere su di lui, indizi gravi, concordanti, univoci, per concorso nell'esecuzione materiale dell'eccidio al teatro Diana!...

Al momento dello scoppio Pietropaolo, con Parrini e Perelli, si trovava a seicento passi dal teatro: seicento passi che, secondo la polizia, i tre anarchici avrebbero potuto fare in "non pi di sei minuti". Ci significava che, con una miccia abbastanza lunga, a mettere la bomba avrebbero potuto essere stati loro. Il fatto che il presunto ordigno (l'involto visto dalla Petringa e dal vetturale) Pietropaolo l'avesse in quel momento sottobraccio era solo un particolare discordante (non certo l'unico, in tutta la storia) che in qualche modo si sarebbe aggiustato.

Se non sorge una prova contraria, decisamente convincente, chi potr sottrarre Pietropaolo alla morsa di questi indizi trafiggenti che lo incalzano, lo investono e lo assillano?

Cos concludeva il questore: dimenticando, per evidente deformazione professionale, che la magistratura aveva il compito di provare la colpevolezza, non l'innocenza di un imputato; e compiacendosi per il "cilicio lancinante" che, tormentando il giovane nel silenzio del carcere, lo aveva indotto, per salvarsi, a denunciare i compagni(1957).
Che in questura Pietropaolo avesse effettivamente firmato un verbale in cui dichiarava di aver "sentito dire", negli uffici di Umanit Nova, che la mattina del 23 marzo Mariani e Boldrini erano arrivati da Mantova per fare un colpo  confermato da Molaschi su Pagine Libertarie e da Mariani nelle sue memorie(1958). Lo stesso Molaschi, tuttavia, dubitava fortemente della spontaneit di tale confessione. E scriveva:

Rizzo, da altra fonte, era venuto a conoscenza che Mariani aveva preparato il colpo. Soltanto era necessario precisare con deposizioni questo particolare. (...) E allora Rizzo pu aver sottoposto al Pietropaolo il fatto perch lo confermasse e al Pietropaolo, stanco e sfinito dagli interrogatori che si susseguivano giorno e notte, minacciato dal tremendo spettro di dover rispondere anche per l'attentato al Diana, non parve vero di aver trovato una via di salvezza cos comoda(1959).

Lo stesso Pietropaolo, del resto, aveva parlato durante il processo di uno strano incontro da lui avuto in questura:

Venni chiamato nell'ufficio di Rizzo (...) e nello stesso ufficio seduto (...) stava un signore che non conoscevo: "Conoscete questo signore?" mi domando Rizzo. Risposi di no. " un vostro compagno" continu Rizzo, Rizzo si pose a tavolino a scrivere mentre il compagno intavol con me una discussione sull'anarchia, su Pietro Gori, sugli attentati, ecc. ecc. A me non parve vero, dopo tanti giorni di sofferenze morali, di trovare un compagno che mi portasse un po' di conforto. Mentre noi si parlava, Rizzo scriveva sempre. Quand'ebbe finito, mi porse il foglio perch firmassi. Io, un po' confuso e un po' sorpreso, firmai; avevo l'animo in tumulto per i discorsi fattimi dal compagno. Che cosa abbia firmato ancora non lo so. Per pi tardi venni a conoscenza che il compagno trovato nell'ufficio del vice-commissario Rizzo era un tal Dino Rimoldi, truffatore, agente provocatore e spia, che aveva gi fatto parlare per le sue gesta la cronaca del movimento anarchico in occasione degli attentati al Cova(1960).

Possibile - in una questura italiana tutto  possibile - ma poco verosimile. Ben altra tempra aveva mostrato Antonio Pietropaolo durante gli interrogatori, diurni o notturni che fossero, ai quali Rizzo lo aveva sottoposto. E non  credibile che la visita di un "compagno", avvenuta per giunta alla presenza di un Rizzo armato di matita e taccuino, potesse averlo turbato al punto di fargli confessare chiss cosa.
Molaschi, tuttavia, era convinto che la polizia fosse stata informata di tutto in precedenza, e che avesse lasciato fare per poter poi, ad azioni compiute, abbandonarsi, d'accordo con i fascisti, alla pi feroce repressione. Per sostenere il suo punto di vista - condiviso ancor oggi da quasi tutti i vecchi anarchici che abbiamo intervistato - egli riferiva un altro episodio. Quando Frigerio, reo di aver gridato "Viva Malatesta!", era stato ricondotto in questura dopo un giorno di prigione per essere rimesso in libert, il questore gli aveva tenuto un discorsetto che poteva riassumersi cos: "Io so che i vostri amici individualisti stanno progettando qualcosa di delittuoso. Cercate, con la vostra influenza, di farli desistere, altrimenti ci sar una terribile repressione"(1961).
Molaschi trae da queste parole la conclusione che il questore, qualche giorno prima del 23 marzo, sapesse gi tutto. La sua  un'interpretazione letterale. Ma un uomo come Gasti, ossessionato dalla paura dei complotti, non poteva non pensare di continuo alle paurose macchinazioni anarchiche cui avrebbe potuto dar luogo lo sciopero della fame dei tre di San Vittore. E parlandone con Frigerio doveva avervi accennato come a qualcosa di certo: era solo questione di tempo, poi qualche anarchico avrebbe commesso una pazzia. In questo senso si pu tranquillamente affermare che, comunque siano andate le cose, la strage del Diana fu una diretta conseguenza dell'inerzia della magistratura e della stupidit della polizia.
Quanto alle insinuazioni che Pietropaolo avesse "cantato" solo perch sottoposto a trucchi, maltrattamenti e privazioni, Gasti le respingeva sdegnosamente. Pi volte egli aveva controllato, di giorno e di notte, a ore impensate, gli interrogatori degli arrestati, sempre riscontrando che Rizzo "parlava loro con benevolenza, quasi con familiarit". Due volte, poi, aveva chiamato Pietropaolo nel suo ufficio, per un colloquio a tu per tu. Perch il giovane non ne aveva approfittato per denunciare le presunte scorrettezze del vicecommissario? Pietropaolo, infine, si lagnava di aver dovuto tirare la cinghia. "Evvia" ribatteva il questore. "Sui fondi a mia disposizione ho pagato, pei suoi pasti di un mese, parecchie centinaia di lire, e i pranzi li facevo fornire dal ristorante dell'Orologio, che  uno degli ottimi di Milano."(1962)


LA CIRCOLARE SEGRETA

Nel "complotto" che gli anarchici milanesi avrebbero ordito per imporre la liberazione di Malatesta con una serie di clamorosi attentati tra i quali quello, orribile, del Diana, la questura tent di coinvolgere non soltanto Umanit Nova ma anche l'Unione sindacale italiana, l'organizzazione di classe che gli anarchici sentivano pi vicina alle loro idee.
In questo tentativo, falito, la questura ricevette l'aiuto dei fascisti. La sera del 23 marzo, subito dopo lo scoppio del Diana, questi avevano devastato la redazione di Umanit Nova e la sede milanese dell'Usi. In mezzo al materiale asportato da quest'ultima c'era una circolare "segreta" che la questura si affrett a sequestrare. Nessuno, in quel momento, ne diffuse il contenuto. Solo il Corriere della Sera, citando qua e l dal documento, arrivava felicemente a concludere che esso aveva svelato il contributo dell'Usi all'opera di sovversione degli anarchici e reso del tutto evidente l'esistenza del complotto(1963).
In seguito al rinvenimento di questa misteriosa circolare la procura milanese spiccava alla fine di marzo un mandato di cattura contro Virgilia d'Andrea - che da quando era stata scarcerata reggeva, in assenza di Borghi, la segreteria generale dell'Usi - e ordinava l'arresto di molti altri sindacalisti, tra i quali Scipione Turrini a Milano, Gino Piastra a Livorno e Angelo Faggi a Piacenza. La prima, alloggiata in una delle quattro stanzette che formavano la sede dell'Usi, era sfuggita per un pelo alla spedizione punitiva fascista e aveva cercato rifugio in Sicilia. Il secondo, condotto in questura, ne era uscito tranquillamente mescolandosi a un gruppo di compagni appena rilasciati. Gli ultimi due erano stati arrestati e trattenuti sotto il peso di gravi accuse. La sede dell'Usi, prima distrutta dai fascisti e poi occupata dalla forza pubblica, era stata resa inutilizzabile.
La grossolana montatura dur poco. In un lungo articolo pubblicato verso la fine di aprile Guerra di classe, l'organo dell'Usi, spiegava "agli onesti di ogni partito" come erano andate realmente le cose e perch si era voluto coinvolgere il sindacato nel complotto terroristico scoperto dalla questura dopo la strage del Diana. La "prova schiacciante" di tale complotto consisteva nella circolare, la famosa circolare firmata da Faggi, da Damiani e dalla d'Andrea.

I profani, gli avversari, i neutrali avranno pensato che si tratti di una circolare segreta, con in testa un teschio attraversato da un pugnale, nella quale si daranno, a dei gruppi congiurati agenti nelle tenebre, delle feroci e terrificanti istruzioni.

Niente di tutto ci. Si trattava, invece, di

una innocente circolare, inviata dalla sede centrale di una organizzazione operaia alle proprie sezioni, perch manifestassero legalmente (...) la propria solidariet in favore di Borghi, Malatesta e Quaglino che allora, per le lungaggini - queste s illegali - dell'istruttoria che si stava compiendo a loro carico, minacciavano di iniziare lo sciopero della fame.

Ma la circolare era firmata anche da Gigi Damiani, e Gigi Damiani era il redattore capo di Umanit Nova, donde la sera del 23 marzo si asseriva che fosse partita una squadra di attentatori che potevano anche essere quelli del Diana: ecco dunque la prova del complotto, un complotto terroristico di stampo anarchico-sindacalista. Ma perch la circolare era firmata da Gigi Damiani?

La circolare era firmata da Damiani per Umanit Nova perch Malatesta e Quaglino [facevano] parte della redazione di quel giornale, e siccome la protesta doveva essere fatta anche per Borghi, Umanit Nova si associava all'Unione sindacale proprio come  avvenuto cento volte in Italia, per altrettante proteste, in cui socialisti, sindacalisti e anarchici si univano pubblicando manifesti, inviando circolari, firmati tutti dai maggiori esponenti delle diverse correnti politiche.

"N ci si venga ad obiettare" continuava Guerra di classe

che alla circolare incriminata ha susseguito l'attentato al Diana, che tale obbiezione tornerebbe a conforto della nostra tesi: Damiani e la d'Andrea sino dal mattino del mercoled in cui fu commesso l'attentato al Diana erano stati informati (...) che Borghi e Quaglino sarebbero stati liberati e a Malatesta sarebbe stato permesso di farsi ricoverare in una casa di salute di suo gradimento. Ammesso e non concesso, quindi, che questi due grandi delinquenti avessero preordinata l'orribile strage del Diana, avrebbero avuto tutto il tempo e tutto l'interesse di mandare a monte il piano preconcetto, o almeno di procrastinarlo, in quanto un attentato di qualsiasi genere in quel momento si rendeva inutile, ed [era] anzi dannoso alla causa degli arrestati di S. Vittore(1964).

E Faggi come entrava nel complotto? Lo aveva spiegato lui stesso, sulla Voce proletaria, in polemica con la stampa locale:

(...) quando fu arrestato Borghi, segretario generale dell'Unione sindacale italiana, io fui pregato dalle organizzazioni sindacali di sostituirlo. E infatti per qualche settimana io andai per qualche ora a Milano a impaginare il giornale Guerra di classe. Ma poi fu liberata la d'Andrea, (...) io non andai pi a Milano, e non ci vado infatti da pi mesi.
Tuttavia a Milano apposero alla famosa quanto innocua circolare anche la mia firma, come l'hanno messa, col mio consenso, sotto altri comunicati interni dell'organizzazione, per dare ai compagni italiani la sensazione della mia attiva collaborazione all'Usi.
Purtroppo a Piacenza sono assorbito dalla cura della camera del lavoro, e all'Unione sindacale non do attivit alcuna da parecchi mesi.
Per questo la circolare in parola io non l'avevo nemmeno letta, quando la vidi accennata dal Corriere della Sera. Allora andai a farne ricerca, poich ricordai che ne era arrivata una anche alla nostra camera del lavoro, senza che io la leggessi attentamente.
E ho visto anche la... mia firma con le altre.
Ebbene, signori, non ho da deplorare affatto che altri abbia apposto a questo documento la mia firma. Poich la circolare dice solo degli intendimenti civili di chi aveva a cuore le sorti di Malatesta che  anarchico, ma a cui hanno dato in questa circostanza la loro solidariet, fra gli altri, il capitano Giulietti, interventista, Il Secolo e Il Popolo d'Italia(1965).

Ma che diceva, infine, questa benedetta circolare? Eccola:

Carissimi compagni,
Come ben sapete i compagni Malatesta, Borghi e Quaglino sono detenuti arbitrariamente, da oltre cinque mesi, nelle carceri giudiziarie di Milano, sotto la fantastica, assurda, artificiosa accusa di complotto contro la sicurezza dello stato. Voi avrete ben seguito i particolari di questa gonfiatura e quindi ben sapete che perquisizioni, ricerche assidue, da parte della magistratura, non hanno trovato un elemento d'appoggio a sostegno di tale tesi e che, con tutto ci, la detenzione arbitraria dei nostri compagni si perpetua.
Essi dunque chiedono di essere trascinati alle assisi e di essere processati; essi vogliono fare il processo al processo imbastito dal questurino Gasti; essi vogliono porre fine all'inqualificabile arbitrio.
Se per venerd prossimo non vi sar la requisitoria del P.G., i nostri compagni inizieranno lo sciopero della fame. Ma occorrer che voi tutti l fiancheggiate e aiutate, nella loro protesta, con quella manifestazione locale che riterrete opportuna (comizi, telegrammi al ministero, al procuratore del re di Milano, riunioni di assemblee, sospensioni di lavoro, ecc.). Se riceverete un telegramma con una frase qualsiasi a firma solamente d'Andrea, sar il segno che i nostri avranno iniziato lo sciopero e che occorrer subito il vostro aiuto. Se non riceverete nulla sar il segno che, per qualche nuovo elemento, lo sciopero della fame  stato rimandato o sospeso del tutto(1966).

Commentava Angelo Faggi:

(...) la circolare era diretta ai segretari delle organizzazioni, non al pubblico. Destinata a rimanere segreta, dunque, essa poteva contenere incitamenti o esortazioni violente, se tale fosse stato l'intendimento di chi la mand. Invece l'invito a mandare telegrammi al ministero e al procuratore del re! Tutto ci, via,  ben poco anarchico!
Ma c' la firma di un anarchico(1967).

Concludeva Guerra di classe:

(...) si  colto il pretesto di un fatto, sia pure orribile, che non pu certo essere incolpato a noi, per arrestare Faggi, spiccare mandato di cattura contro la d'Andrea, devastare la nostra sede, e tutt'ora tenerla presidiata, per impedirci di riallacciare il nostro movimento, di riprendere il nostro lavoro di organizzazione operaia.
 l'Unione sindacale italiana che si vuol distruggere ad ogni costo, metterla in condizione di non poter pi funzionare.
 il regime attuale che nella sua cieca paura esce dalla legalit contemplata dalla propria costituzione, usando mezzi illegali, per sopprimere un'organizzazione sindacale.
Di questo passo  evidente dove si vuole giungere: Lavoratori, all'erta! Si vuole arrivare allo scioglimento della nostra Unione; (...)(1968)

Quando fu scritta la famigerata circolare? Difficile stabilirlo con esattezza. Il fatto che nel testo si specifichi che Malatesta, Borghi e Quaglino erano detenuti da "oltre cinque mesi" farebbe ritenere che essa non fosse stata compilata prima del 17 marzo. Ma gi il 18 marzo i tre anarchici iniziavano lo sciopero della fame. E il 19 marzo il comitato centrale dell'Usi, riunitosi d'urgenza alla notizia dello sciopero della fame, decideva di inviare a tutte le sezioni una circolare che - a giudicare dai pochi cenni di Umanit Nova: "fiancheggiare subito e aiutare, la protesta (...) dei nostri compagni con manifestazioni e proteste locali, e (...) tenersi pronte se occorresse coordinare un movimento unico nazionale"(1969) - somiglia molto a quella incriminata.
Ma allora qual era il venerd entro il quale il P.G. avrebbe dovuto presentare la sua requisitoria? Quello stesso 18 marzo in cui tre anarchici iniziarono lo sciopero della fame? O il 25 marzo, giorno in cui effettivamente la sezione d'accusa della corte d'appello di Milano deposit la sentenza che li riguardava? Il programma dei tre detenuti, evidentemente concordato con l'esterno, sub forse dei cambiamenti all'ultimo momento? E come si spiega quella frase incredibile di Guerra di classe - "Damiani e la d'Andrea sino dal mattino del mercoled in cui fu commesso l'attentato al Diana erano stati informati (...) che Borghi e Quaglino sarebbero stati liberati e a Malatesta sarebbe stato permesso di farsi ricoverare in una casa di salute di suo gradimento" - se non con una delle solite "voci" messe in giro da quel facilone del capitano Giulietti?
Certo  che alle autorit non sarebbe dispiaciuto liquidare, con una scusa qualsiasi, un'organizzazione sindacale come l'Usi, che a Milano contava ventimila organizzati(1970) e che, nello stato di catalessi in cui pareva essere piombata la Confederazione generale del lavoro dopo l'occupazione delle fabbriche, era l'unica a conservare un po' dell'antica vitalit. Altrettanto certo  che il tentativo di liquidare l'Usi milanese fu fatto alla luce del sole, senza suscitare le proteste di nessuno(1971). Dopo le devastazioni fasciste, i mandati di cattura e gli arresti della polizia, la sede rimase occupata dalle guardie regie per pi di tre mesi, fino al 28 giugno 1921, quando finalmente i sindacalisti, ai quali nel frattempo i comunisti avevano dato ospitalit provvisoria nella palazzina dell'ex dazio di Porta Venezia(1972), poterono rientrarne in possesso. "Fate conto che vi siano passati i vandali" disse loro, in quell'occasione, il funzionario che li accompagnava(1973). Intanto Angelo Faggi e Virgilia d'Andrea erano stati prosciolti da ogni accusa(1974) e il primo addirittura eletto deputato alle politiche del 15 maggio(1975).
Di certo, infine, c'era.che il piano di Gasti era fallito. Un piano che Bianca Morello, in una lettera a Guerra di classe, riassumeva e denunciava cos:

Nello scorso ottobre, in piena agitazione in favore delle vittime politiche, vennero arrestati i dirigenti dell'Unione sindacale italiana per "responsabilit morale nelle singole rivolte avvenute nelle varie regioni d'Italia e, pi determinatamente, per cospirazione contro la sicurezza dello stato."
L'avv. Carbone, giudice istruttore di quel processo, mentre escluse davanti all'evidenza dei fatti ogni imputazione formulata dall'accusa, mantenne, per salvare la reputazione di Gasti, sotto chiave gli imputati, attribuendo ad essi reati di stampa per articoli pubblicati su Guerra di classe, e non mai incriminati dalla procura del re. (...)
Caduta l'accusa di "cospirazione", il comm. Gasti sentiva il bisogno morale di una rivincita. Necessitava ritornare alla manipolazione di un complotto e coinvolgervi la nostra organizzazione: necessitava mantenere in prigione i militanti che vi erano e trascinar [vene] degli altri. (...)
Il 23 marzo, dopo quaranta minuti dallo scoppio della bomba del Diana (...) l'opera di distruzione  compiuta nella nostra sede centrale (...)
Il comm. Gasti basa l'accusa contro l'Unione sindacale italiana sopra una circolare (...)
Ebbene, noi cogliamo in flagrante reato il questurino di Milano perch abbiamo modo di fargli notare che la distruzione della nostra sede e gli arresti di tanti compagni nostri vennero effettuati prima ancora che egli fosse a conoscenza della circolare. Egli, quindi, aveva gi coinvolto motu proprio l'Unione sindacale italiana nelle responsabilit della tragedia del Diana.
La circolare il Gasti la conobbe pi tardi, allorch si accinse a fare lo spoglio dei "voluminosi e importanti documenti" rinvenuti nella nostra sede, e siccome nulla gli fu possibile rinvenire che documentasse una partecipazione nostra all'attentato, e siccome doveva pur giustificare l'attentato compiuto contro di noi, si aggrapp alla circolare gridando: Ho trovato!... (...)(1976).


"CONFESSO!"

Cos, trentadue anni dopo, Mariani rievocava il proprio arresto:

Il 5 aprile andai a Milano dalla mia compagna; il 7 ne fui di ritorno e il 9 verso le ore 11, mentre ero intento al mio lavoro, venne un agente di polizia a dirmi che andassi un momento con lui dal commissario, il quale aveva una comunicazione da farmi. Alzata la testa, vidi subito altri poliziotti, e ancora ne vidi nel tratto che percorrevamo, su tutte le porte d'uscita della stazione e anche sparsi fra i binari verso il lago. Seguii l'agente senza che neppure mi passasse per la mente di tentare la fuga(1977).

Chi ordin l'arresto di Mariani? Secondo Lusignoli, informato come al solito da Gasti, la questura di Milano dopo la confessione di Pietropaolo(1978). Rizzo ha scritto, invece, che quando egli si mise in contatto telefonico con Mantova per chiedere ai colleghi di quella citt che arrestassero Mariani ebbe la sorpresa di apprendere che l'anarchico era gi stato arrestato per misure di P.S. e che in quel momento si trovava nel carcere di Verona. Boldrini, al contrario, risultava irreperibile(1979).
Mariani, dal canto suo, dice di aver compreso, dall'interrogatorio subito a Mantova, che "l'autorit si muoveva ancora nel buio"; e che la lentezza con la quale lo tradussero a Milano, passando da Verona e lasciandolo per tre giorni nelle carceri di quella citt, fece nascere in lui il sospetto che "la polizia avesse deviato di nuovo"(1980).
Parrini, nel suo memoriale, asserisce di essere stato arrestato a Verona la sera del 9 aprile. Il prefetto di Milano fissa la data del suo arresto all'11(1981).  abbastanza singolare che quel giorno, nella stessa citt, si trovasse anche Mariani, sia pure segregato in una cella. Sempre l'11 aprile, o il giorno dopo, la questura di Verona fu informata da quella di Milano che Mariani era uno dei sospetti autori dell'attentato al Diana. E poco prima della met di aprile, forse il 12 o il 13, egli raggiunse il capoluogo lombardo(1982).
Contemporaneamente, mentre ottantuno degli anarchici trattenuti per accertamenti cominciavano lo sciopero della fame in segno di protesta per la lentezza delle indagini(1983), ne venivano arrestati altri due: Sante Creatini, catturato a Mantova, e Romolo Polidori, redattore dell'Individualista, identificato come uno dei partecipanti alle riunioni di via Casale. Le ricerche dei latitanti Ghezzi, Bruzzi, Fedeli e Ferdinando Biscaro proseguivano alla Spezia negli ambienti del Libertario(1984), che da quando Umanit Nova si trovava nell'impossibilit di uscire aveva messo alcune pagine a disposizione dei pochissimi collaboratori ancora liberi del quotidiano anarchico.
Come abbiamo gi visto, pur sapendo benissimo che a informare la questura.della sua presenza a Milano il giorno della strage era stato Pietropaolo, Mariani ha sempre dato la colpa del suo arresto non a lui ma a Restelli, sul conto del quale cominci a nutrire sospetti fin dal primo interrogatorio subito a Milano(1985).
Di quel primo interrogatorio abbiamo la versione del questore:

Mariani, interrogato, nega la sua presenza a Milano nel giorno degli attentati terroristici. Nega ogni sua partecipazione diretta e indiretta. Si mostra anzi sorpreso per la propria cattura.
Cerco di scandagliare quell'abisso senza termine; ed egli mi parla della sua infanzia, della sua famiglia, della madre religiosa e pia, della movimentata sua vita militare, dei suoi principi anarchici s, ma teorici, ma tolstoiani, ma nutriti di studi severi e di obiettive elucubrazioni.
Si definisce autodidatta; mi analizza la sua vita, avvicendata fra il lavoro d'ufficio e le ore diffalcate allo svago e trascorse nelle biblioteche.
Ha letto molto: Marx, Engels, Stirner, perfino Darwin (...).
E concludeva, da ci, essere assurdo sospettare in lui un violento, un sanguinario, un individuo capace di commettere cos orribile scempio di vite.
Egli era un umanitario e deplorava la truce carneficina.
Del Boldrini nulla egli sapeva.
La notte dal 23 al 24 marzo egli l'aveva trascorsa in Mantova; ma non in casa bens con una donna, passeggiando per le vie e pei giardini del Monumento ai Martiri di Belfiore, e cos sopravvenne l'alba del 24(1986).

Della "multivaga compagna" Mariani aveva dimenticato il nome e l'indirizzo. E la sua passeggiata notturna presentava troppe affinit con la "divagazione galante" di Pietropaolo nei pressi dell'Avanti! e coi "passi perduti" di Astolfi nel Parco Sempione per non destare sospetti nella mente del questore. Il quale ironicamente concludeva: "Come potevasi credere a tali coincidenti e contemporanee esercitazioni peripatetiche di questi anarchici pericolosi?"(1987).
Dal torchio di Gasti a quello di Rizzo, che ha cos rievocato il suo primo interrogatorio di Mariani:

L'uomo  gioviale, eccessivamente gioviale; crede d'essere oggetto d'uno dei consueti fermi che capitano agli irregolari e che si tratti di un interrogatorio formale e generico. Appena alla mia presenza sorride, ma non pu nascondere il proprio turbamento. Pur segregato in guardina (i muri parlano nelle prigioni), ha saputo che qualcuno ha confessato, non si sa che cosa. I suoi occhi febbrili scrutano intorno esseri e cose e, sul mio tavolo, ogni documento... (...).
Alla grave accusa ch'io formulo senza preamboli risponde calmo: dice di essere estraneo all'eccidio del Diana, che egli stesso condanna e che, a suo dire, desta raccapriccio nell'animo.
Lo invito a fornire notizie sull'attivit da lui svolta nel giorno e nella sera del delitto (...)
Dichiara di non essersi mosso da Mantova (...), pur essendo entrato nel suo turno di lavoro libero. Aggiunge di aver preso i pasti come al solito fuori di casa, poich  celibe, arrangiandosi alla meglio qua e l, senza dare al riguardo elementi indicativi, e di aver passato qualche tempo al solito caff, dove certamente  stato visto da tanti compagni. Indica il caff.
Gli contesto quanto ha rivelato il suo giovane compagno salvato dalle acque del Naviglio (...) Cade dalle nuvole, affermando che la notizia  senza fondamento, addirittura falsa, e che il compagno spaccapietre [Giuseppe Boldrini]  stato da lui perduto di vista da moltissimo tempo.
Verbalizzo le dichiarazioni, con le negative recise e con la sua costituzione di alibi (...) Fingo di credere, anzi fingo di essere stato ingannato nel seguire la traccia che mi ha portato a lui. Alle mie parole di disappunto, l'arrestato riprende il proprio spirito gaio e io sospendo l'interrogatorio e lo lascio alle sue speranze(1988).

Le indagini di Rizzo negli ambienti frequentati dagli anarchici procedono a fatica. Le retate della polizia hanno fatto il deserto dappertutto, con la conseguenza che  quasi impossibile verificare un'informazione o controllare la solidit di un alibi. A Dergano il vicecommissario interroga la ragazza di Mariani. Virginia Carelli ammette di aver ospitato il fidanzato ogni volta che questi veniva a Milano, ma afferma di non vederlo da molto tempo e di ignorare che cosa 'abbia fatto la sera del 23 marzo. "Essa mostra di saper molte cose e trema" scriver Rizzo. "Temendo di essere trattenuta, si dichiara incinta e si lascia cadere, simulando uno svenimento." (Pi tardi, quando le indagini avranno fatto molti passi avanti, la Carelli torner spontaneamente dai vicecommissario per confessargli di non essere mai stata incinta e di aver simulato allo scopo di salvare se stessa e il compagno.)(1989)
Pi fortuna Rizzo ha a Mantova. Qui, dopo avere come al solito cercato di controllare l'alibi di Mariani - inutilmente perch tutti i suoi compagni sembrano essersi volatizzati - il vicecommissario ha un'idea: perch non chiedere alla biglietteria della stazione se qualcuno ricorda di.aver visto il ferroviere partire per Milano la mattina del 23 marzo? La risposta  incoraggiante. Quel giorno prestava servizio un solo impiegato: una donna.

L'indomani, all'alba, sono allo sportello, mi qualifico, spiego, pongo la mia domanda precisa. La signorina, il cui viso gentile non dimenticher mai, mi risponde con precisione, come se avesse ponderato da tempo le parole e fatto un esame di coscienza:
"S, il nostro impiegato  partito sicuramente quel mattino. Si  presentato allo sportello e ha chiesto due o tre biglietti per Milano..."
" proprio sicura, signorina?"
"S, non mi sbaglio: ho la data fissa nel cervello fin da quando quei biglietti furono acquistati."(1990)

Giulietta Koob, che conosceva Mariani solo di vista, sostenne allora, come avrebbe sostenuto al processo, che il ferroviere era partito da Mantova per Milano, in compagnia d altre persone, alle 6 e qualche minuto del 23 marzo, dopo averle fatto timbrare allo sportello tre biglietti di servizio a riduzione(1991). Ricorda Mariani:

In tutto il processo (...) ebbi un solo teste a carico, e fu l'impiegata alla biglietteria (...). Essa era una fascista ben conosciuta ed era convinta di servire la causa del suo partito testimoniando il falso contro di me anarchico. Il commissario Rizzo prima e il giudice Lamberti Bocconi poi si servirono di questa teste, la cui deposizione contrastava con le confessioni di Pietropaolo e dell'Aguggini, secondo le quali il 22 marzo io ero presente nella redazione di Umanit Nova. Il commissario e il giudice sapevano che quella testimonianza era falsa, ma pur di non dimostrare di non aver saputo trovare una sola prova contro di me, salvo la mia confessione, se ne servirono (...).(1992)

La falsit di questa testimonianza  stata sostenuta da Mariani fino al giorno della sua morte. Nella copia del libro di Rizzo, I segreti della polizia,, che regal a chi scrive, il dialogo citato tra il poliziotto e l'impiegata reca a margine un'annotazione a matita, di pugno di Mariani, che dice: "Tutte bugie".
Non avrebbe dovuto essere difficile, d'altronde, se le cose erano andate come sosteneva l'impiegata, trovare le matrici di quei biglietti a riduzione. Ma, per quante ricerche si facessero, esse non saltarono mai fuori. E a collegare Mariani al treno Mantova-Milano delle 6 e rotti del 23 marzo rimase fino all'ultimo solo la testimonianza della Koob.

Nessuna penna, io credo, potr ritrarre quel viso allorch, dopo aver sostenuto per l'ennesima volta la propria innocenza, io leggo la deposizione che distrugge l'alibi del colpevole e lo inchioda alle sue responsabilit!
L'arrestato tenta ancora meschinamente di negare, il viso rivela lo sgomento, la tragedia che sconvolge il suo animo:  terreo, e gli occhi hanno perduto ogni vivacit. Lo esorto a confessare. Il confronto imminente con la bigliettaria lo atterra. Altri accusatori certo verranno con lei: impiegati della stazione che lo hanno visto partire in compagnia quella mattina. L'eroe ribelle che non ha il coraggio delle proprie azioni sar trascinato nella bassezza e nella vilt. Come frustato, l'uomo sembra riprendersi, si asciuga il sudore e mormora: "Confesso!"(1993).

Cos, secondo le classiche regole della detective story, il vicecommissario Rizzo spiegava ai suoi lettori come avesse indotto Mariani a confessare. Tradito dalla vanit, il poliziotto faceva un torto alla storia. Le cose, infatti, andarono diversamente. Racconta il questore:

Quando fu contestata al Mariani la circostanza dell'acquisto dei biglietti ferroviari e della sua partenza da Mantova la mattina del 23 marzo in compagnia di altre persone, [egli] comprese che ormai il suo alibi peripatetico era smontato e che la prova della partecipazione al crimine del Diana stava per colpirlo in pieno. (...)
E dovette ammettere, pertanto, la sua venuta a Milano nella mattina del 23 marzo, e, pensando forse che la questura avesse la prova del suo viaggio col Boldrini, sul quale erangli rivolte continue domande, per non essere colto ancora una volta in compromettente menzogna, dichiar [di] aver viaggiato realmente con Boldrini(1994).

Mariani ammette dunque - e lo conferma nelle sue memorie - di essere venuto a Milano con Boldrini(1995). Ma non si ferma qui. Aggiunge che durante il viaggio, dopo aver parlato a lungo di Malatesta e dello sciopero della fame, Boldrini gli aveva indicato una valigetta, posata sul sedile accanto a lui, confidandogli che c'erano dentro venti chili di gelatina esplosiva, destinata a un'azione terroristica per la quale aveva gi scelto il teatro Diana. Notando il suo viso allarmato, il compagno si era affrettato a tranquillizzarlo. Stesse pure con l'animo in pace, perch non correvano alcun pericolo: solo munendo la bomba di miccia e detonatore si sarebbe potuto farla esplodere.
Poi Boldrini avrebbe cercato, durante il resto del viaggio, di convincere il compagno a partecipare all'azione. Alla stazione di Milano i due si erano lasciati e Boldrini, prima di allontanarsi con la valigetta, gli aveva rivolto una frase insultante: "Far da solo. Va l che sei una mezza donnetta!".
Preoccupato, inquieto, Mariani aveva girovagato tutto il giorno, senza mta, per la citt. La sera, udendo la fortissima detonazione, si era reso conto che l'altro aveva agito. Pazzo di terrore, si era dato alla fuga nei campi della periferia, tornando a Mantova solo la mattina dopo(1996).
Su questa parte della sua prima confessione - che Gasti rifer al processo e di cui si trova traccia in un rapporto di Lusignoli a Giolitti(1997) - nelle sue memorie Mariani sorvola.  comprensibile. Non doveva ricordare con piacere la delazione ai danni dell'amico. Egli d tuttavia una spiegazione che ha tutto il sapore di un'excusatio non petita. Perch Mariani accusa Boldrini di. aver fatto da solo l'attentato?

(...) perch lo pensavo ormai al sicuro, avendomi data questa assicurazione un compagno di Sant'Arcangelo di Romagna al quale avevo inviato 500 lire per Boldrini e Aguggini mentre erano nella repubblica di S. Marino. Essi avevano deciso di lasciare la repubblica e di andare ad Ancona per imbarcarsi alla volta dell'America(1998).


IL SOLITO GIUDA

Eclissatosi Boldrini, il vicecommissario Rizzo fece mettere sotto sorveglianza la casa di sua madre. Molti giorni passarono infruttuosi. Poi, finalmente, una traccia.

Una busta vuota recante solo il timbro e i francobolli della repubblica di San Marino (...) viene recapitata a un compagno dello spaccapietre che capisce e parte immediatamente con una valigia piena di indumenti, senza accorgersi di avere alle calcagna, discretamente, un uomo attratto anch'esso irresistibilmente da quel messaggio misterioso e tanto atteso(1999).

Quell'uomo, inutile dirlo,  il vicecommissario Rizzo. E qui la storia cade nel vaudeville. Ascoltiamo Mario Perelli:

A Novara mi avevano dato un po' di soldi. Allora piglio il treno che va a Piacenza. E l salgo su quello di Rimini.
Fin qui, tutto bene. Ma mentre passo per il corridoio chi ti vedo, in uno scompartimento, che dorme tranquillo, lungo disteso sul sedile? Il vicecommissario Rizzo.
Corro in fondo al treno, mi metto in un angolo. La stagione  ancora fresca, ho il palt. Mi tiro su il bavero, abbasso il cappello sugli occhi e non mi muovo fino a Rimini.
A Rimini scendo. Piglio la strada per andare in centro, dai compagni che conoscevo, e a un certo punto vedo uno che attraversa e mi viene incontro. L per l non capisco chi , ma quando  pi vicino lo riconosco: Aguggini.
"Ma cosa fai, qui?"
"Eh, me l'hanno consigliato i compagni."
"Stiamo insieme" dico. E gli chiedo: "Hai viaggiato sul treno che  arrivato adesso?". "S" fa lui. "Ma lo sai chi c'era a bordo?" "No." "C'era Rizzo." "Ma guarda! E pensare che a Bologna sono sceso tranquillamente per andarmi a prendere da mangiare."
Decido di portarlo con me a San Marino, dove c'era anche Boldrini. Si alloggiava in un salone del teatro dove custodivano le scene, un magazzino sgomberato e messo a disposizione dei profughi politici. C'erano delle brande, e la sera si andava l a dormire e si faceva anche da mangiare.(2000)
Per un po' restammo l. Poi si sparse la voce che tra i profughi di San Marino c'erano "quelli del Diana" e il teatro cominci a scottare. Quando alcuni compagni della Federazione marinara ci offrirono degli aiuti finanziari e un imbarco su un mercantile diretto in Argentina, accettammo subito.
Prima, tutti insieme, andammo a Borgo. Se non ricordo male, Boldrini rimase l. Di notte, poi, a piedi, Aguggini e io scendemmo a Santa Giustina, dove ci ospitarono in una casa di compagni. In pochi giorni arrivarono gli aiuti promessi. Con una parte dei quattrini comprammo due pistole, una per uno. Il 12 maggio siamo ad Ancona. Alla partenza della nave mancano al massimo un paio di giorni(2001).

Rizzo, intanto, che fa? Batte con i suoi uomini le campagne intorno a Rimini e bivacca nei frutteti che confinano con l'ospitale staterello.

Arriviamo un po' tardi poich la repubblica di San Marino ha da poche ore sfrattato tutti gli "indesiderabili" che, preso alloggio in un piccolo grazioso teatro, non si decidevano a cambiar aria. L'uomo con gli indumenti prosegue in direzione di Ancona e riesce a farci perdere le tracce. Fatto un sopralluogo nel teatrino, apprendiamo con amaro disappunto che fra gli ospiti esuli era anche lo spaccapietre. Qualcuno avverte che parecchi di essi s'interessavano presso un'agenzia locale per conoscere le date dei piroscafi in partenza da Ancona per il Sud America. E cos sloggiamo e ci indirizziamo sulla via del mare(2002).

Con gli agenti venuti da Milano c'era un singolare personaggio di cui Rizzo, nei suoi ricordi, d la seguente definizione: "un reporter-amatore che ha piena fiducia nella polizia e vuol essere il primo a dare ai giornali la notizia della cattura"(2003).
Questo "reporter-amatore" era, in realt, una figura molto ambigua che nella cattura di Perelli e Aguggini ebbe una parte di primo piano. Si chiamava Giorgio Piatesi ed era un vecchio amico di Perelli, che lo aveva conosciuto durante il servizio militare.

Finita la guerra e sopraggiunta la smobilitazione il Piatesi, per sbarcare il lunario, si dedic al giornalismo antibolscevico. Allora - e del resto anche oggi - fare il giornalista antibolscevico voleva dire guadagnar denaro senza fatica. Perelli era al corrente di tutto questo e sapeva anche che il Piatesi dichiarava che faceva l'antibolscevico pel solo fatto che la classe borghese lo manteneva bene (...) Se i proletari gli avessero pagato un buon stipendio e gli avessero assicurato un buon avvenire, egli avrebbe fatto il comunista con lo stesso entusiasmo con cui faceva il patriota. Ma Perelli - e fu questa la causa della sua tragedia - part dal principio ammesso - purtroppo! - da molti individualisti anarchici, e cio che alla fin fine il Piatesi approfittava del disordine e della corruzione sociale per fare la bella vita alle spalle dei gonzi, che in questo mondo bisogna prendere il bene dove lo si trova senza avere tanti scrupoli, ecc. ecc. Non pensava il Perelli - lui che viveva lavorando e che dava alla sua fede anarchica entusiasmi sinceri e disinteressati - che chi vive scroccando sui margini della corruzione, chi non ha volont di lavorare, chi non ha una fede e chi diventa servo d'ogni idea che pu pagare non disdegna, per amor di lucro, di tradire l'amico anche il pi intimo(2004).

Piatesi era stato arrestato dopo la strage del Diana perch conosceva Perelli e altri anarchici(2005). Fu in quell'occasione che Rizzo lo persuase a collaborare con lui? Pu darsi. Come pu darsi che, da buon giornalista antibolscevico, egli fosse gi allora un confidente della polizia. Certo  che non and ad Ancona con la speranza di fare un colpo sensazionale ma solo per scovarvi Perelli e consegnarlo ai questurini. Ad Ancona il furbo Rizzo chiama il "reporter-amatore" e gli comunica il proprio stratagemma:

"Ascoltami bene" gli dico. "Domani mattina ti dar una grossa somma di denaro e con essa ti presenterai al segretario della federazione anarchica di Ancona. Lo rintraccerai sul posto dove lavora: ecco qui nome e indirizzo."
"Che cosa dovr dire?"
"Che sei mandato dai "compagni di Milano" coi "soccorsi" per i compagni qui rifugiati..."(2006)

Rizzo affida a Piatesi il denaro e una rivoltella. Sul polsino, per precauzione, gli fa scrivere il numero telefonico del questore di Ancona. Eseguita la "missione", a mezzanotte il confidente  di ritorno.

Ha trovato il segretario, ha consegnato "il soccorso" e insieme hanno portato il denaro ai fuggiaschi nascosti in un casolare di campagna, su una collina in quel di Sappanico, parecchi chilometri distante da Ancona. Armati e decisi a vender cara la pelle, hanno trasformato il casolare in un vero fortilizio, donde osservare ogni movimento che ha luogo sulla strada(2007).

Che Piatesi lo stava cercando, Perelli ricorda di averlo saputo da un compagno quando era ancora a Rimini.

"Be', digli che venga ad Ancona. Ci vediamo l." Gli ho fatto sapere dov'ero, mi fidavo ciecamente, non avevo motivo di sospettare. Anzi, ad Ancona facemmo colazione insieme. Pesce fritto, mi pare, in casa di un amico. Poi una ventina di compagni ci portarono a Sappanico, perch la nave tardava a partire e nell'attesa volevano tenerci nascosti. A Sappanico venne anche Piatesi, che cos vide il posto dove poi avrebbe mandato la polizia(2008).

Perch Piatesi lo trad? Perelli crede di saperlo.

Io sono convinto che fu ricattato. Dovette stare al gioco, altrimenti finiva in galera. Non dimentichiamo, poi, che c'era un premio per la cattura, una taglia. Una taglia fa gola a tutti.
Io ricordo di avergli detto: "Puoi procurarmi una tessera da giornalista?".
"S" rispose "te la trovo io."
Tutto qui. Lui mi cercava e io sbagliai a dargli l'indirizzo. Per ci fu una cosa che mi colp. Non mi chiese, quando mi vide, perch a Milano avessimo fatto uno scempio simile. Ne avevo orrore io! E lui niente, neanche una parola. Sul momento non ci badai. Solo pi tardi mi parve significativo(2009).

Per la sua collaborazione Piatesi fu premiato. L'anno dopo, durante il processo per la strage del Diana, un avvocato di parte civile chiese al presidente della corte dove fosse finito lo pseudo-giornalista. Perch non era stato citato come teste? " perseguito da un mandato di cattura per truffa!" risposero in coro i vari difensori(2010). E Molaschi, su Pagine Libertarie, scrisse che a salvare Piatesi dalla galera era stato proprio Rizzo, che gli aveva fatto dare il passaporto e un po' di soldi per rifugiarsi all'estero(2011).


IL VERO BERSAGLIO

Tesa la trappola, non restava che farla scattare.

L'indomani [13 maggio], nelle ore meridiane, un'automobile aperta da gran turismo corre a modesta velocit sullo stradone di Sappanico portando una signora attempata con il suo immancabile velo e spolverino da viaggio e con un gran paio di occhiali a visiera. Dietro la vettura sono ammassati i bagagli. La signora ha il tempo di ammirare la casa colonica che domina la strada e di abbracciare con lo sguardo tutto il paesaggio intorno (...)
Nella notte, la stessa automobile e la stessa signora ripercorrono in senso inverso lo stradale dirette ad Ancona. Davanti a una villa della periferia vengono scaricati i bagagli. La signora ridiventa uomo, si attacca al telefono(2012).

Chi sar mai quest'uomo se non il vicecommissario Rizzo, il Fregoli della questura milanese, vestitosi "da miss" - come scrisse beffardamente Molaschi - "per arrestare il miope Perelli"(2013)? Il telefono gli serve per chiedere alla questura di Ancona cinquanta carabinieri con i quali circondare la casa di Sappanico. Stiamo per assistere al suo trionfo. Lasciamolo descrivere a lui:

Arriviamo sul posto poco prima dell'alba. Abbiamo lasciato lontano le automobili. Ci disponiamo in ampio cerchio e circondiamo il colle al cui vertice si trova il rifugio.
Il casolare  abitato da una famiglia di coloni, marito e moglie, un figlio e una figlia giovanissimi.
Alle prime luci ci muoviamo. Nessun segno di vita nel fortilizio. Ma d'improvviso qualcosa si muove sull'aia: un uomo che sonnecchia e che dopo aver fissato lo sguardo verso la scarpata si alza e si precipita dentro la casa dando l'allarme(2014).

Nessun fortilizio, nessuna traccia di questa sentinella nei ricordi di Mario Perelli:

Sentiamo bum, bum, bum, dei colpi alla porta. Poi una voce: "Arrendetevi!".
La polizia.
"La polizia!" gridano. "La polizia! Aprite."
Erano vicine le elezioni. Dico: "Vuoi vedere che questo qui  conosciuto come anarchico e vengono ad arrestarlo per misure di P. S.?". Non m'era neanche passato per la testa che fossero venuti ad arrestare noi.
Un fracasso! Quelli picchiano sulla porta, rompono i vetri per entrare. E fuori c' una vera e propria barricata, una montagna di materassi che avevano portato fin l su un camion dei carabinieri(2015).

Le intimazioni, fatte con un megafono, hanno svegliato tutti. Perelli:

Dunque dobbiamo arrenderci. I bambini cominciano a piangere. I genitori, anche loro, sono molto preoccupati. I due vecchi... Possiamo farli ammazzare?
"Chi si affaccia, spariamo. Diamo fuoco alla casa."
Quelli cominciano ad ammucchiare fascine intorno alla casa. Un affare alla Bonnot.
E allora ci arrendiamo. Non siamo stati neanche l a vestirci. In mutande, gi.
Eravamo armati tutt'e due. E Aguggini ha fatto un gesto che mi ha dato da pensare. Lo vedo tirar fuori la rivoltella, star l un momento a riflettere, poi rimetterla sotto il cuscino. "Questo si vuole sparare" ho pensato. Invece non l'ha fatto(2016).

Ha scritto Rizzo:

La porta si apre e dall'interno una voce assicura la resa. Tutti escono infatti succintamente vestiti e si schierano sull'aia: sono nove. Scortati, rientrano in casa per vestirsi e prendere con s gli indumenti supplementari. La famiglia del colono favoreggiatore precede; i suoi ospiti, giovani tutti, fanno buon viso alla sorte; qualcuno vuole anzi felicitarsi con me, poich stanchi di quella vita errabonda. Solo il pi giovane del gruppo non partecipa all'atmosfera di rassegnazione: dimostra diciotto o diciannove anni,  imberbe e ha l'aspetto di un timido. La mia attenzione si desta allorch dichiara di essere un operaio meccanico residente a Dergano e ammette di conoscere l'impiegato mantovano e la sua fidanzata. Che sia il "terzo uomo"?(2017)

Fino a quel momento, era l'alba del 14 maggio, nessuno aveva mai cercato un "terzo uomo". Durante uno dei primi interrogatori al quale Rizzo lo aveva sottoposto, Mariani aveva accusato Boldrini. Tre erano le ombre intraviste da un cittadino in via Mascagni la sera della strage, ma nessuno aveva ancora fatto il nome di Aguggini. C' dunque un terzo colpevole? Rizzo cade dalle nuvole. La piacevole. sorpresa di quella scoperta gli fa subito dimenticare la delusione provata per il mancato arresto di Boldrini.

Ordino che quell'uomo sia segregato e tenuto lontano dai suoi compagni e come per dimostrargli presente dovunque l'occhio sovrumano della polizia gli dico che la spedizione  stata fatta per catturare proprio lui(2018).

Chiss. Questo sar forse accaduto pi tardi, se  accaduto. Quel giorno, sul treno per Milano, Perelli ricorda di aver potuto parlare tranquillamente con Aguggini e anzi di avergli detto:

Guarda, io non so se sei pratico di polizia, ma l'atteggiamento che ti conviene tenere  quello di non dir niente: - "Parler al processo". Quando avrai conosciuto tutte le carte del processo, e trovato una linea difensiva, allora parlerai. Ma prima non dir niente, nemmeno una parola(2019).

Il successo dell'operazione rende Rizzo cordiale: "Sapete, io avrei preferito fare il mio solito rapporto: nulla di nuovo. Ma c'era una segnalazione e ho dovuto venirvi a prendere. Non pigliatevela con me". Perelli alza le spalle: "Lei fa il suo mestiere"(2020).
A Milano gli interrogatori si svolgono rapidamente. Ansiosi di scindere le proprie responsabilit da quelle degli autori della strage, gli accusati minori hanno detto quello che sapevano. Resta da interrogare il "giovane misterioso". Pur essendo in isolamento, ha saputo dell'arresto e della confessione dell'amico mantovano. Pi tardi Rizzo se lo fa portare in ufficio.

Gli parlo di Dergano, del mantovano, dello spaccapietre. Lo vedo guardingo, teso a conoscere cosa c' in fondo al mio sacco. Si turba alle mie domande tendenti a stabilire come ha passato la sera dell'eccidio e con chi. Si perde in piccole e grandi contraddizioni, ripete cento volte il ritornello "non ricordo", finch, chiestogli dove si trovava pochi minuti prima delle ore ventitr, la sera tragica - come ubbidendo a un'ispirazione - rispondo per lui:
"Ero" dico "davanti alla porta eli via Mascagni, dove fu deposta da noi tre la valigia con l'esplosivo e con la miccia che sortiva da un buco solo per pochi centimetri. Il mantovano accese un fiammifero per dar fuoco alla miccia, ma inutilmente. L'aria della sera era umida. Allora egli accost il mozzicone del suo sigaro e..."(2021)

Ancora una volta, non  la prima, Rizzo non sa resistere alla tentazione di farsi bello con le penne del pavone. Che sapeva, in quel momento, della dinamica dell'attentato? Nulla. Dei tre uomini che materialmente lo avevano compiuto, Boldrini era uccel di bosco, Aguggini non aveva ancora parlato e Mariani si era limitato ad accusare Boldrini negando la propria partecipazione al fatto. Nessuno di essi aveva mai descritto quella scena.
Come poteva conoscere, Rizzo, tutti questi particolari? La risposta  semplicissima. Non li conosceva. Li conobbe solo dopo le confessioni di Aguggini e Mariani. In che modo riusc, dunque, a piegare la resistenza di Aguggini? Con certezza non lo sapremo mai. Probabilmente tir a indovinare, e tirando a indovinare la sua "ispirazione" gli fece toccare un punto al quale Aguggini era sensibile. Forse  tutto ancora pi semplice, e Rizzo non fece altro che applicare la tecnica che aveva gi dato buoni frutti nel caso di Pietropaolo. Forse Aguggini croll quando il vicecommissario gli disse che lui e Mariani erano fritti perch il secondo aveva confessato. Solo - una cosa  certa: l'"ispirazione" del poliziotto non poteva essere cos acuta da suggerirgli particolari di cui erano a conoscenza solo i tre autori materiali dell'attentato. Ma continuiamo, perch il momento  drammatico.

Qui l'arrestato non osa pi negare. Mi fissa in silenzio e, con un'audacia che non avrei immaginato in lui, mi investe:
"Ebbene, mi faccia leggere quella deposizione!"
"Ecco fatto" rispondo. E tolgo dal cassetto l'incartamento, come per fissare quell'attimo di una psiche che sa di infantilismo e di cinismo e aprire un varco alla confessione che sento avvicinarsi. Mostro solo le firme apposte ai verbali, che egli scruta e riconosce, e mi sottraggo alla sua richiesta di esaminare il testo che "lo ha gi compromesso". Rassegnato e stanco, si accascia:
"Confesso ogni cosa! Noi tre avevamo deciso l'attentato da parecchi giorni. Il 23 marzo dopo mezzogiorno i miei due compagni arrivati da Mantova con l'esplosivo vennero a Dergano, mi chiamarono e mi dissero che tutto era pronto. Nacque una discussione, poich lo spaccapietre, letto in volto a me e al mantovano un'ombra d'incertezza, ci aggred trattandoci da "donnicciole"! A quest'accusa ci ribellammo, e tutti e tre ci avviammo al nostro destino..."(2022)

Ricorda Perelli:

A mezzanotte Rizzo mi fece andare nel suo ufficio.
"Guardi che Aguggini ha confessato tutto."
Mi mostr i verbali. Aguggini era caduto subito. Il trauma psichico, chiss. Si era lasciato andare.
A me dice: "Bene, lei ha preparato una linea di difesa?".
"Certamente."
"S? Dov'era quella sera?"
"A teatro."
"Dove?"
"Al Fossati." Avevo visto la locandina.
"E cosa davano?"
"'S', di Mascagni."
Andiamo avanti cos per qualche minuto. E lui a un certo punto si arrabbia, ha un'uscita che m'impensierisce. Dice:
"Guardi che noi della polizia quando vogliamo sapere una cosa troviamo sempre il modo."
"Ah, no," dico "guardi che io sono giovane. Torno fuori."
Cambi faccia. "Ma no! Che va a pensare? Ah, capisco. Dicono che usiamo... Ma non  vero! Diamo qualche ceffone, qualche pugno.  necessario per la confessione. Serve anche all'inquisito, come giustificazione morale. Ma non estorciamo nulla."
"Quand' cos, mi mandi a San Vittore perch io qui non ci voglio pi stare."
Il giorno dopo mi mandava a San Vittore(2023).

Fu dunque Aguggini, tratto in inganno da Rizzo, a esporre "con particolari minutissimi" la cronistoria del giorno fatale(2024). Solo un punto il giovane tacque: la parte avuta nella preparazione dell'attentato dalla Melli che, tornata a Milano dopo la fuga a San Marino(2025), non era mai stata interrogata dalla polizia.
Quando seppe da Rizzo che Aguggini aveva vuotato il sacco, Mariani cambi la sua confessione. Ammise allora che

tutto quello che era stato detto nel verbale dell'Aguggini era vero, meno quella parte che si riferiva alla Virginia Carelli, perch nella sua casa non solo erano venuti per trovarmi Boldrini e Aguggini, ma tantissimi altri che con la nostra attivit terroristica non avevano nulla da fare. Aggiunsi che la Carelli non era anarchica e che non sapeva assolutamente nulla dell'attentato al Diana. In pi gli dissi che se mi avesse promesso di non arrestarla, avrei firmato tutta la mia responsabilit nell'attentato. Mi fece la promessa che non l'avrebbe arrestata, e la mantenne; e io mantenni la mia(2026).

Mariani non conferma semplicemente il verbale di Aguggini ma, "pi intelligente e di pi tenace memoria", con "una tranquillit che appare ora cinismo", precisa le ore, gli itinerari. Spiega che il colpo era stato concordato tra lui e Boldrini, a Mantova, gi da qualche giorno. Che il primo stock di gelatina esplosiva raccolta da Boldrini sul Pasubio era stato nascosto dal compagno nell'ex cimitero della Moiazza, non lontano dalla casa di sua madre, durante una visita alla famiglia. Che siccome a lui, Mariani, era parso che l'esplosivo non bastasse, il compagno aveva fatto un'altra puntata sul Pasubio per aumentare la scorta. Che Aguggini aveva gi parlato con Boldrini quando costui era venuto a Milano a portare il primo stock di gelatina e che perci si teneva pronto ad agire. Che il secondo quantitativo se lo erano diviso lui e Boldrini prima di partire da Mantova, riempiendosi le tasche per sfuggire a eventuali controlli daziari. Che la sera dell'attentato una parte dell'esplosivo aveva dovuto essere abbandonata nel campo della Moiazza perch nella valigia non ci stava. Che era stato lui a innestare un detonatore in una delle cartucce e ad attaccare al detonatore la miccia: una miccia di trenta centimetri perch durasse trenta secondi. Che sempre lui aveva praticato un foro nella valigia per farci passare la miccia. Che lui, infine, l'aveva accesa davanti alla porta del teatro, mentre Boldrini e Aguggini vigilavano ai due capi della strada(2027). A parte il tentativo in extremis di scagionare Boldrini da ogni accusa, sono le stesse cose che Mariani ammetter al processo e nelle sue memorie. Dove scrive:

Lo stesso giorno (...) fui interrogato dal prefetto alla presenza del questore e del commissario Rizzo. (...) E fu in questo interrogatorio, scritto pi tardi dal commissario Rizzo e da me firmato, che mi assunsi tutte le responsabilit (...)(2028).

Dir Gasti nella sua deposizione dopo aver precisato che all'incontro col prefetto Rizzo non era presente:

Mariani pacatamente, serenamente, ripet la narrativa e quando gli chiesi perch proprio il teatro Diana fosse stato scelto per la truce gesta, quasi sorridendo rispose che si riteneva vi fosse il signor commendatore.
L'allusione alla mia persona era chiarita dalla mimica; ma io insistetti perch precisasse ed egli spieg: Si credeva che ci fosse lei(2029).


L'ALBA DI UN ROSEO MATTINO

Piovoso e tricolore, quel Primo Maggio 1921. Fermi i tram, le carrozze, le autopubbliche, i treni della Nord. Rari i convogli in partenza dalla stazione centrale, pilotati da macchinisti del genio militare. Chiusi i caff, i ristoranti, i parrucchieri. Aperte le osterie dei sobborghi, che "hanno fatto affari d'oro". Qualche arresto per ubriachezza alla fine della giornata.
Citt fredda e deserta sotto la pioggia, presidiata dalle forze dell'ordine. Gran folla al teatro del Popolo per il comizio pomeridiano socialista. Unica nota di colore: una bimba tutta vestita di rosso sulle spalle di un adulto con bandiera rossa tra le mani.
Filippo Turati, al quale la barba spuntata e aggiustata conferisce un'aria pi giovanile del solito, celebra il suo trentesimo Primo Maggio. Il fascismo - egli dice -  una conseguenza della mentalit di guerra; del malcontento creato dopo la smobilitazione dal caotico atteggiamento dei governi e dei partiti; della violenza, predicata se non compiuta, dal massimalismo. Ma il fascismo sar la camicia di Nesso della borghesia. Questa, per sbarrare il passo al proletariato,  ricorsa alla violenza fascista, che spera l'aiuti a vincere le elezioni. Ma dopo le elezioni la borghesia vorr prendere le distanze dal fascismo e allora i fascisti si ribelleranno ai loro padroni.
Al comizio comunista, Terracini confuta Turati. Un anno fa il proletariato era una forza, un esercito trincerato nella roccaforte delle sue gigantesche organizzazioni. Questo esercito avrebbe potuto vincere, se fosse uscito allo scoperto e avesse impegnato con l'avversario una battaglia decisiva. Ma i demagoghi socialisti dettero mano alle pompe. Col risultato che l'inoperoso esercito proletario  stato attaccato nei suoi stessi fortilizi. Amara conclusione: la causa del proletariato  quasi perduta.
"Pioggia sugli spiriti" titola la sua cronaca Il Secolo(2030). La Sera scrive:

Al contrario degli anni precedenti, il Primo Maggio di quest'anno non  stato il trionfo dei garofani e delle bandiere rosse. Calma, calma taciturna e quasi malinconica, anche in quartieri popolari ove, nei maggi trascorsi, la gazzarra rossa si sfrenava in canti e in grida rivoluzionarie(2031).

L'Avanti!, che proprio quel giorno si  trasferito con la redazione e la tipografia nella nuova sede di via Settala(2032), scriver:

Strano Primo Maggio  stato quello di ieri: senza fanfare, senza canti, senza bandiere. Primo Maggio pensoso, di raccoglimento, di meditazione(2033).

E L'Ordine Nuovo riassume la cronaca della manifestazione in poche righe:

Al comizio socialista Turati  stato vivacemente contrastato nel suo dire, mentre Terracini ha parlato al comizio indetto dai comunisti, suscitando i consensi generali del numeroso uditorio(2034).

Mussolini gongola. Il 1 maggio, in un editoriale intitolato "La festa", scrive:

La differenza di tono e di forma tra i manifesti dell'anno scorso e quelli odierni  troppo palese e clamorosa per avere bisogno di illustrazione. Il proclama del Pus  una lamentazione in stile lacrimoso. Il manifesto del partito comunista torinese  troppo prolisso per produrre altro effetto che non sia quello di una limonata lassativa. Gli intellettualoidi torinesi parlano,  vero, di rivoluzione mondiale, ma lo fanno per la galleria: ci credono come noi crediamo alle virt terapeutiche della piscina [di] Lourdes. (...)(2035)

Il fatto che la ricorrenza non abbia scosso il proletariato milanese dal suo torpore gli sembra di buon auspicio.

(...)  evidente che la festa del primo maggio si avvia a un grigio crepuscolo che si potrebbe abbreviare alla fine convertendola in una specie di festa nazionale del lavoro, la quale, celebrata da tutti, non avrebbe pi significato per nessuno(2036).

Le elezioni sono alle porte. Il primo comizio fascista-nazionalista si  svolto tranquillamente il 15 aprile nella piazza dei Mercanti(2037). Il primo comizio socialista, tenutosi cinque giorni dopo nel salone della casa del popolo, ha avuto un andamento assai pi tumultuoso: Treves  stato fischiato dai comunisti, Bordiga ha parlato in contraddittorio, il corteo che si  cercato di fare alla fine  stato sbandato dalle guardie regie(2038).
Dall'inizio della campagna elettorale i fascisti non hanno fatto che accostare in tutti i modi il contrassegno del partito dei loro mortali nemici al ricordo della strage del Diana. Il 30 aprile Il Popolo d'Italia ha pubblicato in prima pagina una vignetta dove sul libro del simbolo elettorale socialista figura, tra le altre, la scritta: "Eccidio [del] Diana". Il 5 maggio, sempre nella cornice di una vignetta pubblicata dal Popolo d'Italia in prima pagina, un masso che rappresenta il Blocco Nazionale, sovrastato dal fascio littorio (che  il simbolo elettorale), schiaccia il solito torvo e losco socialista che, oltre ad avere intorno la falce, il martello e un libro di "propaganda di odio, Russia, Lenin", ha davanti a s una bomba con la miccia fumante "tipo Diana". A pochi giorni dalle elezioni, infine, il Blocco Nazionale far affiggere per le vie della citt un manifesto raffigurante un uomo curvo sulla grossa bomba di cui sta accendendo la miccia tra il palazzo che vuol far saltare in aria e un boschetto di croci alle sue spalle. Didascalia: "Frutto della propaganda socialista"(2039). Scrive l'Avanti!:

Si sono avute recentemente in Italia due grandi consultazioni elettorali. La prima nel 1919, per le elezioni generali politiche; la seconda nel 1920, per le elezioni generali amministrative. La prima  avvenuta dopo un anno dalla fine della grande guerra, la seconda  avvenuta dopo un anno dalla prima. In entrambe queste consultazioni, svoltesi in ambiente calmo, nel modo pi legale, in libert, i socialisti hanno ottenuto delle votazioni imponenti. (...) Una classe borghese onesta e leale non avrebbe fatto altro che prenderne atto; invece la nostrana ha tenuto ci come un insulto al suo privilegio di dominio. Ha covato quindi propositi di vendetta, ha stracciato la sua stessa legge, ha mandato a spasso gli eletti, ha coalizzato tutte le sue forze per scatenare il pi barbaro terrore nel paese, e in queste condizioni prepara una nuova consultazione, che forse per il popolo sar un'illusione di libert e di sovranit, mentre vogliamo sperare almeno che non sia una tremenda tragica farsa(2040).

Il 18 maggio 1921 i fascisti milanesi celebravano il successo elettorale - trentacinque deputati - devastando il circolo socialista di via Pergola e quello comunista di via Sarpi. L'aggressione fu cos scoperta da costringere la polizia a occupare militarmente la sede dei fasci di combattimento e quella del Blocco, traducendo in questura per interrogarli, oltre al segretario dei fasci Pasella, Cesare Rossi e altri membri del comitato centrale e del direttorio(2041).
Il giorno dopo, dall'ospedale dove si trovavano ancora ricoverate, due vittime del Diana, le sorelle Lina e Ida Grippa, cos scrivevano al capo del fascismo:

On. Prof. Benito Mussolini,
Con entusiasmo e con passione abbiamo seguito le vive fasi della lotta elettorale; con passione ed entusiasmo giacch tanto ci solleva il sentire i trionfi d tanta e santa guerra che contro la nefasta, violenta azione di nuovi barbari i fascisti, veri pionieri dell'attuale civilt, si proposero di combattere e con ardore combattono, passando, a prezzo di grandi, immensi sacrifici, di vittoria in vittoria; belle e sante vittorie, belli e santi e spontanei i sacrifici, perch tutto  proteso ad un ideale sublime: la salvezza della nazione nostra!
Noi che col nostro sangue gi dissetammo i bombardieri del Diana, tipico e infausto frutto nazionale maturato alla selvaggia propaganda bolscevica; noi che gi scrivemmo sull'albo del sacrificio il nostro nome, che pi sentimmo la gravit della tempesta devastatrice che ci abbatt stroncandoci, spezzando due fiorenti giovinezze, noi sorridiamo al roseo mattino, riviviamo perch risollevate dal successo che la nazione interpellata ha votato al suo vero Duce, Duce di nuovi pionieri, nostro e comune rivendicatore! E come ieri, e come oggi, e come sempre, sgorga spontaneo dal dissanguato nostro labbro: "Evviva a Benito Mussolini".
Voglia, onorevole, unire agli auguri dei veri italiani tutti, i nostri, vivissimi e sentiti(2042).

Preceduto da "due fasci di rose legati da grandi nastri tricolori", il neodeputato visita le Grippa il pomeriggio del 30 maggio nella poliambulanza di via Arena. L'incontro tra Mussolini e le sue giovani ammiratrici, alle quali egli "ha baciato rispettosamente la mano", sar "commoventissimo". Gi che c', Mussolini visita anche un'altra bambina ferita, Angela Maggi, e si intrattiene a lungo con la madre: avendo per tutte, alla fine, "toccanti parole di conforto". Il cronista del Popolo d'Italia tiene a informare i suoi lettori che le Grippa - "due tesori di bellezza e di virt" - hanno molto gradito la visita(2043).
Quella sera Lina Grippa viene dimessa dall'ospedale. L'indomani sua sorella e Angela Maggi ricevono la visita di tre rappresentanti delle legionarie di Fiume e della Dalmazia, che pochi giorni prima erano state precedute dalla contessa Carla Visconti di Modrone Erba, loro "patronessa"(2044). Il 3 giugno, nei corridoi della poliambulanza, sfilano gli onorevoli Innocenzo Cappa, Gigi Lanfranconi (rilasciato dalla questura dopo gli arresti per le aggressioni ai circoli sovversivi), Giuseppe De Capitani, Luigi Gasparotto ed Ettore Candiani. Mussolini, troppo occupato, si  fatto rappresentare. Visto che la prima sottoscrizione lanciata dall'Associazione Liberale subito dopo l'eccidio "non ebbe, crediamo, larga eco, anche perch non fu oggetto della necessaria pubblicit", si approfitta dell'occasione per riprendere, d'accordo con la Liberale e le legionarie, l'iniziativa(2045).
Fumo negli occhi. Se non sugli autori della strage - i cui nomi e i cui ritratti torneranno ad apparire puntualmente sui giornali, per mezzo secolo, ogni volta che lo scoppio di una bomba "misteriosa" far tremare dalle fondamenta quella fragile costruzione che  lo stato italiano - sulle sue vittime sta gi calando il silenzio. Finch servivano a qualcosa, sono state vezzeggiate come bimbi capricciosi. Ora che non servono pi a niente, vengono abbandonate al loro destino. Esaurito il loro compito, i simboli viventi della "barbarie" anarchica e della "rigenerazione" fascista diventano dei mutilati, degli invalidi come tutti gli altri, ingombranti e fastidiosi. Mussolini si ricorder di loro l'anno dopo, all'inizio del processo per la strage, e torner a gettare sulla bilancia le loro carni martoriate con la cinica disinvoltura del bottegaio che ruba sul peso. Ma non ha pi bisogno di loro. Quello che esse potevano dargli glielo avevano gi dato, aiutandolo a travestirsi da uomo d'ordine e a mettere piede in parlamento. Aiutandolo, in altre parole, a posare la prima pietra del futuro regime fascista.


"SEI MORTO"

Secondo Mariani, che dice di averlo saputo dai compagni durante il processo, Boldrini sfugg alla cattura per un caso. Egli avrebbe dovuto raggiungere Aguggini e Perelli a Sappanico. Ma siccome nella casa colonica c'era posto da dormire solo per due, il terzo venne ospitato altrove(2046).
Cos Boldrini non fu preso e pot riparare prima in Svizzera poi in Germania, dove trov lavoro come minatore. I bollettini con le fotografie e i connotati dei latitanti erano stati diramati, nel frattempo, a tutti i consolati(2047). Un giorno il console italiano a Dusseldorf ricevette una lettera, firmata da un certo Taiani, che chiedeva il rilascio di un passaporto. La domanda veniva da Dortmund, una citt della Germania settentrionale. Il suo compilatore dichiarava di essere occupato in una miniera della Westfalia, presso Hagen, e accludeva una fotografia. Il console, insospettito, la trasmise alla questura di Milano. Attraverso l'esame comparativo delle fotografie - il suo ufficio ne aveva raccolto un intero album in tutte le pose - Rizzo accert che "i connotati del Boldrini e del sedicente Taiani erano simmetrici e uguali". Nonostante la foto in questione raffigurasse un Boldrini ringiovanito e "con connotati alterati", Il vicecommissario constat che le linee del padiglione dell'orecchio corrispondevano esattamente a quelle del cartellino segnaletico(2048).
Accertata la presenza di Boldrini in Germania, Rizzo riceve l'ordine di partire subito.  una buona occasione perch questo patito dei travestimenti torni al suo hobby preferito. Come trasformare un poliziotto in un minatore? Sembrerebbe un'impresa difficile, e invece no. Per il vicecommissario  un gioco da ragazzi: "Per rendermi irriconoscibile mi basta far crescere barba e baffi e tenere calcato in testa un berretto da alpino"(2049). In questa tenuta Rizzo indag tra gli operai italiani di Hagen, riuscendo in breve tempo a scoprire l'indirizzo del falso Taiani.

Rintraccio il mio uomo e una notte, con la polizia germanica, sono nel suo nascondiglio. Egli  assente, uscito da poco, e il suo letto  ancora caldo. Sembra sia andato a una festa da ballo: forse ha fiutato la bufera imminente, forse  stato avvertito... Gli. agenti che vegliano con me da molte ore sono stanchi e delusi: pensano, e il loro capo me lo dice chiaramente, che tutto  perduto, che sono stato tradito. Non li ascolto e, angosciato e fidente, monto la guardia sulla soglia della casa nascosta nella nebbia(2050).

L'attesa si prolunga, i tedeschi sbuffano. Spazientiti, vorrebbero andarsene a dormire, Rizzo chiede ancora un po' di tempo. Lo accontentano a malincuore.  l'alba.

Lontana nella nebbia appare una scintilla:  un minuscolo punto di fuoco che si avvicina e diviene sempre pi incandescente... Poi si delinea la figura di un uomo barcollante con in bocca un grosso sigaro acceso. Spalanco la porta. Dal mio petto un grido echeggia nell'aria: " lui!"(2051).

Che si dissero il segugio e la sua preda quando furono per la prima volta l'uno davanti all'altro? Dichiarer Boldrini al processo, suscitando l'ilarit del pubblico: "Rizzo mi arrest e mi disse: "Sei morto". E io ribattei: "Ma non vede che sono vivo?""(2052).
Sull'arresto e sull'incriminazione di Boldrini gettarono un'ombra i discutibili metodi di Rizzo. L'anno dopo, in tribunale, il poliziotto dichiarava in tono sicuro di poter inchiodare l'imputato alle proprie responsabilit. In che modo? Indagando tra gli operai di Hagen, spieg il vicecommissario alla corte, egli aveva rintracciato un italiano che "era stato a contatto" con Boldrini, "probabilmente perch di idee estremiste". A questo suo connazionale l'imputato, "in un momento di confidenza", aveva fatto la "confessione esatta" della strage. Il nome dell'italiano era Giuseppe Barbato e, se il presidente avesse voluto, sarebbe bastato un telegramma per farlo venire a deporre(2053).
Il 16 maggio 1922, con una "regolarit... telegrafica sconosciuta nelle abitudini forensi d'Italia"(2054), Giuseppe Barbato faceva il suo ingresso in aula. Presentandosi come un meccanico beneventano emigrato a Hagen per lavoro, disse di aver solo voluto fare il suo dovere di cittadino e conferm la deposizione del vicecommissario. Ma Boldrini vivacemente insorse:

Credo che il racconto del teste sia un cumulo di fandonie. Esatto il colloquio, menzognere le mie pretese dichiarazioni. A lui non dissi altro, a proposito del Diana, che questo: "So che sono ricercato perch mi si vuole coinvolgere nell'accusa gravissima; ma io sono perfettamente estraneo a questa imputazione, che apprendo ora dai giornali".(2055)

La difesa dell'imputato chiese allora di sapere come si fosse arrivati al discorso che aveva provocato la pretesa confessione. "Si parlava di politica" rispose il teste. "Il Boldrini disse di essere un anarchico e giustific con le sue teorie l'attentato al Diana, del quale si confess autore con altri due." Ma in che cosa sarebbe consistita la sua partecipazione all'attentato? "Rifer" disse il teste "di avere "buttato" la bomba."(2056)
Questa dichiarazione (al Diana non era stata "buttata" alcuna bomba), unita al fatto che Rizzo aveva raccolto le confidenze dell'operaio italiano solo dopo l'arresto di Boldrini(2057) e alla straordinaria rapidit con cui egli si era presentato alla corte, fece nascere non pochi dubbi sulla sua attendibilit. Ma il colpo di grazia doveva darglielo proprio uno degli imputati nella seduta pomeridiana.
Richiamato il teste, il difensore di Boldrini gli chiese: "Lei conosce un certo Carati Giuseppe?". "No." " mai stato a San Marino?" "No." Allora Aguggini si alz dal banco e, puntandogli il dito contro, disse: "Il teste si chiama Carati Giuseppe e non Barbato.  stato con me a San Marino ed  un anarchico!..."(2058).
Giuseppe Carati, un giovanotto di ventisei anni che era nato in provincia di Bologna, non fece molta resistenza. Il giorno dopo ammetteva di essere ricercato per omicidio - lo accusavano di aver ucciso una guardia regia durante un comizio a Borgo Panigale - e di aver incontrato Boldrini e Aguggini a San Marino, dove era fuggito per non farsi prendere. A Rizzo, che contava di servirsene per far condannare Boldrini con la sua testimonianza, non rimase che arrestarlo e spedirlo a San Vittore, dopo aver finto di cadere dalle nuvole(2059). Avrebbe poi commentato Molaschi:

L'episodio di quel Barbato diventato Carati (...) dimostra tutta la scaltrezza dell'uomo. Fin da quando Barbato era in Germania e s'incontr con Rizzo, questi comprese che Barbato non era... Barbato. Ma a lui necessitava avere un testimonio sottomano che aggravasse la posizione del Boldrini e perci finse di bere. Al momento opportuno - e con una velocit assai sorprendente - il Barbato venne a Milano a deporre. Ma l'Aguggini scopr il trucco e allora l'accusa croll. Rizzo comprese che per salvare le apparenze doveva fare una mossa strategica. Allora, a mezzo degli avvocati di parte civile, si fece chiamare alla pedana e disse che in seguito a stringente interrogatorio al quale sottopose il Barbato, questi confess di essere Carati e di essere imputato di omicidio di una guardia regia. Cos il poliziotto, anzich accontentarsi della sola vittima Boldrini, ebbe anche la vittima Carati.(2060)


UN VERDETTO SODDISFACENTE

Persino Antonio Raimondi, che non pu essere certo sospettato di simpatizzare per l'anarchia, ha scritto nelle sue memorie che l'attentato al Diana fu compiuto da tre anarchici "indipendenti" che non avevano preso parte alla riunione di via Casale (Raimondi parla di Umanit Nova, ma  evidente che si tratta di un lapsus) e che avevano agito "per loro spontanea determinazione". La strage era dunque avvenuta "senza alcuna partecipazione diretta n indiretta di alcuno degli anarchici usciti quella notte da quel convegno". Come doveva confermare la perizia balistica, che constat "la diversa provenienza e la ben diversa potenzialit" dell'esplosivo usato al Diana rispetto a quello delle bombe trovate sulla carrozza, in via Passione e sotto l'albero del Parco(2061).
L'ammissione  importante perch dimostra che la magistratura milanese, pur sapendo benissimo che non c'era alcun rapporto tra i due gruppi, quello ristretto dei terroristi e quello pi numeroso degli occasionali agitatori, li un col vincolo dell'"associazione a delinquere" per poter distribuire, alla fine di un solo "processone", una lunga serie di condanne "esemplari".
Gli imputati rinviati a giudizio, dopo un'istruttoria durata pi di un anno, furono venti. Molti di essi erano sicuramente innocenti; altri avevano soltanto partecipato a una o pi riunioni durante le quali si era parlato dello sciopero della fame dei tre compagni chiusi a San Vittore e delle possibili iniziative da prendere per appoggiare la protesta e scuotere l'opinione pubblica dalla sua inerzia; altri avevano portato in giro, con l'intenzione di farli esplodere in luoghi isolati, ordigni non pi pericolosi di un'odierna bomba-carta, e uno di essi (Astolfi) questa intenzione l'aveva messa in pratica, senza far danni n a persone n a cose; altri ancora (Ghezzi, Bruzzi, Fedeli) si erano resi irreperbili impedendo alla magistratura di giungere a sicure conclusioni sul loro conto. Pur non avendo, diciassette su venti, colpa alcuna di un attentato che era stato studiato, preparato e attuato a loro insaputa, furono tutti coinvolti nel processo per la strage - "per ragione di connessione procedurale" spiegher ipocritamente Raimondi(2062), con l'aria di dolersene; ma la verit era che un "complotto" come quello inventato da Gasti richiedeva un processo della medesima portata - e oltre a subire, per questo, una condanna molto pi pesante di quella che sarebbe stata loro inflitta se fossero stati giudicati a parte, in un altro momento, e magari in un'altra citt, essi dovettero portare per il resto dei loro giorni il marchio di essere "quelli del Diana". Raimondi, d'altronde, fece la sua parte. Fu lui, in pratica, a ottenere l'estradizione di Boldrini dalla Germania, dove si riluttava a concederla perch il delitto appariva politico. Il procuratore generale del re era amico personale del ministro degli esteri italiano Carlo Schanzer, che aveva conosciuto a Roma nel lontano 1892.

Subito gli avevo scritto, esponendogli come stavano le cose: non si poteva ritenere, come riteneva la Germania, delitto politico un nefando misfatto dovuto a brutale malvagit. La civile Germania non poteva essere l'asilo di un criminale la cui presenza doveva destare orrore. Sarebbe poi stato iniquo chiamate innanzi alla giuria milanese solo i due correi, fra i quali un minorenne, e non il principale autore e istigatore della terribile strage. Il rifiuto della estradizione avrebbe fatto in Italia penosa impressione.

Chi dice che la magistratura  indipendente dal potere politico? Schanzer accolse la preghiera di Raimondi, ne parl al cancelliere tedesco Wirth e annunci telegraficamente all'amico che l'estradizione era stata accordata(2063).
Scrisse allora "Girovago" sull'Ordine Nuovo, dopo aver raccolto tra gli anarchici italiani in Germania "parole di biasimo per la stampa sovversiva italiana, che non [aveva] fatto sentire la sua voce di protesta":

Non era gi dal governo socialdemocratico di Ebert che ci si poteva attendere un atto qualsiasi di difesa. Il precedente dei due compagni spagnoli (...), presunti autori dell'uccisione del ministro Dato, non lasciava alcun dubbio in proposito. E infatti, nonostante il governo d'Italia abbia presentato la domanda di estradizione del Boldrini con tre giorni di ritardo sul termine stabilito dalle norme internazionali, l'estradizione richiesta venne ugualmente concessa. In ogni tempo e in ogni luogo la socialdemocrazia non muta il suo atteggiamento di servile sottomissione alla prepotenza borghese(2064).

E fu sempre il procuratore generale del re che si oppose, sdegnato, al tentativo dei difensori di spostare il processo in altra sede per legittima suspicione.

Era far torto alla grande e civile Milano elevate il sospetto che quel processo avrebbe dato luogo a disordini e che i giurati non avrebbero reso un verdetto conforme a giustizia, solo perch il delitto era stato commesso in questa citt e le vittime erano cittadini milanesi(2065).

Contrariamente a ci che sarebbe accaduto per un'altra strage compiuta nella stessa citt quarantotto anni dopo, non dagli anarchici ma dai fascisti, non in un teatro ma in una banca, l'istanza dei difensori fu respinta e il processo celebrato a Milano.
Quando si apr, l'ambiente era ben preparato. La campagna giornalistica iniziatasi con la strage non era praticamente mai cessata e aveva anzi ripreso vigore a ogni nuovo arresto. Nei tredici mesi dell'istruttoria si era approfittato di ogni scusa per ammucchiare fango sugli anarchici. Persino una visita dell'arcivescovo alle carceri giudiziarie aveva dato ai cronisti la possibilit di scrivere il solito pezzo sensazionale sui "mostri" del Diana.
Al processo, che dur dal 9 maggio al 1 giugno 1922, gli unici che tennero un contegno abbastanza dignitoso furono le vittime maggiori e gli imputati. Alcune delle prime si presentarono alla corte d'assise solo in seguito alle pressioni che erano state esercitate su di esse. "E nelle loro deposizioni, pi strappate che dette, furono tanto semplici" notava Molaschi, un anarchico, assistendo al processo, "e nessuna lagrima studiata irrig il loro ciglio". Ma a questi "rari esempi di semplicit" si contrappose "tutta la caricatura" delle vittime minori, quelle che dopo il fatto erano corse a iscriversi al fascio, aizzate dall'ambiente, dalla canea della stampa, dalla campagna elettorale del Popolo d'Italia.(2066)
Il pubblico - composto di "agenti investigativi a frotte, fascisti, spie e sfaccendati" - fu ferocemente ostile agli imputati e molto spesso il grido di "assassini!" interruppe le loro dichiarazioni(2067). Una "indecente cagnara" fu tentata ripetutamente anche contro gli avvocati della difesa, su alcuni dei quali, fuori dell'aula, si sfog la violenza dei fascisti. A Gallarate l'on. Buffoni, patrono di Macchi, sfugg a stento a un manipolo di squadristi che lo avevano bloccato in un caff. A Milano, in Galleria, altri fascisti aggredirono e schiaffeggiarono Leonida Repaci, il giovanissimo avvocato di Ustori. E siccome la rinata Umanit Nova, com'era nel suo diritto, difendeva gli imputati, Il Popolo d'Italia pubblic un articolo nel quale si invitavano i camerati di tutta Italia a impedire l'ulteriore diffusione del quotidiano anarchico(2068).
In questo clima di autentico linciaggio gli imputati minori fecero sforzi disperati per spezzare la catena dell'associazione a delinquere che li teneva avvinti, in un solo "complotto" mai esistito, ai veri autori materiali dell'eccidio. Ma tutto ci che riuscirono a ottenere, nell'incredibile caos della prima udienza, fu che la parte civile si costituisse solo contro i tre imputati maggiori. Una piccola vittoria alla quale Mussolini, che di quel clima era stato il principale artefice, reag rabbiosamente. Il giorno dopo tutti i milanesi potevano prendere visione dell'ultimatum lanciato alla magistratura dal capo del fascismo:

La cronaca e le impressioni del nostro redattore(2069) ci dispenserebbero da questa postilla, ma la nostra coscienza di cittadini e di uomini, e di fascisti, ci impone di insorgere immediatamente e di porre questo nostro "ultimatum". Quello che  accaduto ieri in assise  tale da rivoltare l'anima di tutta Milano e di tutta l'Italia. Dal presidente che sermoneggiava con un'aria di padre nobile indifferente agli avvocati e avvocatini difensori che con cinismo di spudorati saltabeccavano da un incidente procedurale all'altro, agli imputati che sghignazzavano in faccia ai superstiti mutilati e ai parenti dei ventun massacrati, tutto l'ambiente delle assise era tale da degradare la civilt e la dignit umana.
Ora, i fascisti milanesi non intendono di permettere e non permetteranno mai - costi quel che costi - che un processo contro una manica di delinquenti nati si converta in una specie, di piattaforma politica. Se lo sconcio spettacolo non ha termine, i fascisti milanesi - anche a costo di farsi mitragliare - faranno giustizia sommaria(2070).

Un avvertimento non privo di chiarezza. Ricorda Antonio Raimondi:

Appena lessi quell'articolo mi spaventai. Quale effetto avrebbe prodotto l'ultimatum del capo del fascismo sull'animo dei fascisti, in gran parte giovani impulsivi e arditi, nell'atmosfera d'odio e di esecrazione in cui si svolgeva il processo contro gli autori dell'orrendo eccidio? Quali disordini potevano seguirne nell'aula delle assise e fuori? I due carrozzoni che ogni mattina e ogni sera trasportavano i detenuti [due camion blindati protetti da altri camion di carabinieri] dovevano attraversare due volte mezza Milano. Se i fascisti li avessero assaliti, quali ne sarebbero state le conseguenze per l'ordine pubblico e per lo stesso buon nome della nostra citt?(2071)

Raimondi, che nella sua veste di procuratore generale del re era il capo della polizia giudiziaria del distretto della corte d'appello di Milano, per scongiurare questo pericolo avrebbe potuto fare diverse cose: ordinare alla direzione delle carceri che rafforzasse la vigilanza, chiedere alla questura un servizio d'ordine pi efficace, far presidiare dai carabinieri il percorso dei camion blindati e le adiacenze del palazzo di giustizia. Avrebbe anche potuto chiamare Mussolini e diffidarlo, spiegandogli che sarebbe stato ritenuto responsabile delle eventuali malefatte dei suoi uomini. Era gi stato fatto tante volte con i deputati socialisti!
Obbedendo al suo primo impulso, Raimondi fece proprio questo. Ma il capo del fascismo, che di l a pochi mesi sarebbe stato anche capo del governo, non era un sovversivo qualsiasi, anarchico o socialista. Chiamato al telefono, Mussolini

subito annu e meno di un quarto d'ora dopo (...) si present nel mio gabinetto. Lo accolsi con la deferenza dovuta a un rappresentante della nazione, essendo egli stato eletto deputato nelle ultime elezioni. Gli esternai la penosa impressione fattami da quel suo articolo: qualora fossero seguiti disordini, ne avrei tenuto responsabile lui. Mi rispose: "Giusto. L'articolo  mio, porta la mia firma, rispondo delle mie parole e delle loro conseguenze". Ne segu una discussione alquanto animata, ma in forma sempre corretta. Gli dissi apertamente che non sapevo comprendere come un giornale creato per combattere il sovversivismo in tutte le sue forme, per rialzare il prestigio dello stato e dei suoi organi, e per infondere nel popolo un maggiore spirito di disciplina, si mettesse a criticare aspramente l'opera del magistrato in quel grave processo, ad eccitare il basso istinto di vendetta della popolazione: il suo articolo poteva essere la scintilla che faceva nascere un incendio di cui non sarebbe stato facile limitare le proporzioni(2072).

Mussolini ascolt gli argomenti del magistrato, replicando quando lo trovava opportuno, e concluse la discussione con la frase: "Quando parlo al pubblico mi so moderare, perch vedo l'impressione che le mie parole fanno sull'uditorio; ma quando scrivo ho qualche volta la penna un po' pesante". Si accomiat dicendo:

Non stia in pensiero, signor procuratore generale. Appena uscito di qui, raduner il direttorio dei fasci e disporr che nessun fascista entri nell'aula delle assise, che nessun fascista si faccia vedere nei dintorni del palazzo di giustizia, che nessun fascista faccia alcunch contro gli accusati, se non per ordine mio: ordine che io non dar.

Soddisfatto, il giorno seguente Raimondi poteva tranquillizzare, nell'albergo di Verona dove gli aveva dato appuntamento, il ministro della giustizia Luigi Rossi.

Non ritenni fargli parola del mio passo presso Mussolini, non sapendo che cosa egli ne potesse pensare; ma gli dissi di essere certo che i disgustosi incidenti delle prime udienze, riportati dai giornali, anche di Roma e del Veneto, sotto titoli impressionanti, non si sarebbero pi ripetuti, e che la minaccia contenuta nell'ultimatum del Popolo d'Italia non avrebbe avuto alcun seguito.

E cos fu. Col permesso dei fascisti.

il processo continu senza che nulla venisse a turbare l'ordine pubblico, n dentro l'aula n fuori, e fin con un verdetto che soddisfece la legittima aspettazione della cittadinanza(2073).

Giuseppe Mariani, imputato di associazione a delinquere, attentato con materie esplodenti, porto abusivo e omessa denuncia di arma da fuoco, reo confesso, fu condannato all'ergastolo con, l'aggravante di 9 anni di segregazione cellulare.
Giuseppe Boldrini, che neg tutto ma che era sicuramente il "terzo uomo", e che doveva rispondere degli stessi capi d'accusa, fu condannato all'ergastolo con l'aggravante di 8 anni di segregazione cellulare.
Ettore Aguggini, reo confesso, per gli stessi capi d'accusa fu condannato, in considerazione della minore et, a 30 anni di reclusione, 2 di vigilanza speciale e 187 lire di multa.
Antonio Pietropaolo, Primo Parrini e Mario Perelli, imputati di associazione a delinquere con l'aggravante di esserne stati tra i promotori o i capi; di fabbricazione, detenzione e trasporto di bombe; di porto abusivo e omessa denuncia di arma da fuoco; presumibilmente innocenti i primi due, colpevole il terzo solo di detenzione di esplosivo e porto abusivo d'arma; furono tutti condannati a 16 anni e 11 mesi di reclusione, 2 anni di vigilanza speciale e 187 lire di multa.
Amleto Astolfi, imputato di associazione a delinquere, attentato con materie esplodenti, mancato omicidio, porto abusivo e omessa denuncia di arma da fuoco, colpevole di aver fatto esplodere in un prato qualcosa di simile a un petardo, fu condannato a 15 anni, 3 mesi e 15 giorni di reclusione, 2 anni di vigilanza speciale e 187 lire di multa.
Eugenio Macchi, imputato di associazione a delinquere con l'aggravante di esserne stato uno dei capi o dei promotori e di fabbricazione, detenzione e trasporto di bombe, fu condannato a 11 anni, 6 mesi e 10 giorni di reclusione, e a 2 anni di vigilanza speciale.
Sante Creatini, imputato di associazione a delinquere e oltraggio con violenza ma innocente, fu condannato a 5 anni, 2 mesi e 15 giorni di reclusione, e a 2 anni di vigilanza speciale.
Ferdinando Biscaro, imputato di associazione a delinquere e oltraggio con violenza ma innocente, fu condannato a 6 anni e 3 mesi di reclusione e a 2 anni di vigilanza speciale.
Guido Fabbro, imputato di associazione a delinquere ma innocente, fu condannato a 5 anni, 2 mesi e 15 giorni di reclusione e a 2 anni di vigilanza speciale.
Francesco Tosi, imputato di associazione a delinquere e attentato con materie esplodenti ma innocente, fu condannato a 5 anni di reclusione e a 2 anni di vigilanza speciale.
Giuseppe Biscaro, imputato di associazione a delinquere e attentato con materie esplodenti ma innocente, fu condannato a 4 anni e 2 mesi di reclusione e a 2 anni di vigilanza speciale.
Cesare Persivale, imputato di associazione a delinquere, porto abusivo e omessa denuncia di arma da fuoco, colpevole solo degli ultimi due capi d'accusa, fu condannato a 45 giorni di detenzione, col beneficio della non iscrizione nel casellario.
Biagio Tosi, imputato di associazione a delinquere ma innocente, fu assolto.
Federico Ustori, imputato di associazione a delinquere e illecita detenzione di materie esplodenti ma innocente, fu assolto.
Mario Marcucci, imputato di associazione a delinquere e illecita detenzione di materie esplodenti ma innocente, fu assolto(2074).
Il processo a carico dei tre anarchici latitanti fu stralciato. Imputato di associazione a delinquere con l'aggravante di esseme stato uno dei capi o promotori, e di illecita detenzione di esplosivo, Francesco Ghezzi fu condannato in contumacia dalla corte d'assise di Milano il 29 dicembre 1924 a 16 anni e 8 mesi di reclusione (con 3 anni condonati per indulto) e a 2 anni di vigilanza speciale(2075). Durante la medesima udienza, davanti alla medesima corte, Pietro Bruzzi fu assolto da ogni accusa di complicit negli attentati terroristici del 23 marzo 1921 per intervenuto decreto di amnistia(2076). Il 16 maggio 1927, infine, la corte d'assise di Pavia condannava in contumacia Ugo Fedeli a 7 anni e 6 mesi di reclusione con 2 anni di libert vigilata(2077).




Quarta parte
"TORNANO LE OMBRE..."

Parlano qui anonimi, sconosciuti: una bocca collettiva. L'insieme di queste espressioni anonime, contraddittorie, tuttavia si raccoglie e assume una qualit nuova: dalle storie nasce storia. Cos, fin dai tempi remoti, la storia si  tramandata: come saga, come epos, come romanzo collettivo.
Hans Magnus Enzensberger

Il lavoro storico (...) non permette di mostrare sufficientemente gli uomini vivi, di smontare il loro meccanismo interno, di penetrare nella loro anima. Una certa luce sulla storia non pu essere gettata, ne sono persuaso, altro che dalla creazione letteraria libera e disinteressata (...).
Victor Serge


L'OCCHIO DI ROMA

Convinto che D'Annunzio, bench ormai isolato nella vecchia casa di Cargnacco che andava trasformando in quello che sarebbe diventato il Vittoriale degli Italiani, potesse ancora costituire un valido punto d'appoggio per il fronte dei suoi avversari politici, nella primavera del 1923 Mussolini decise di mettergli alle costole un custode di sua piena fiducia. Secondo Nino Valeri, era stato il poeta stesso a chiedere al capo del governo una guardia del corpo alla quale poter dare "istruzioni tattiche e strategiche" per "difendere contro i troppi importuni" il suo "divoto lavoro"(2078). Il 7 aprile Mussolini rispondeva alla richiesta offrendo al Vittoriale, "indifeso contro la ressa e la frode", "un funzionario energico e intelligente" pronto a liberarlo dagli "importuni"(2079).
I rapporti tra i due "grandi" stavano attraversando un momento difficile e D'Annunzio non rispose. Per qualche mese il suo silenzio rimase impenetrabile. Alle soglie dell'autunno la notizia che su due illustri musicisti, ospiti del Vittoriale, gravava il sospetto di aver simulato un furto provoc la richiesta, da parte del poeta, di un'indagine che sanasse l'"ingiuria" recata ai suoi amici. Mussolini ne approfitt - non aspettava altro - per inviare a Gardone un poliziotto che aveva avuto modo, a Milano, di apprezzare personalmente. Era un commissario di P.S. e si chiamava Giovanni Rizzo.
La partenza per il lago del funzionario di polizia fu accompagnata, da parte di Mussolini, da una serie di precise istruzioni che andavano ben oltre l'incarico di "sanare l'ingiuria" recata agli ospiti di Gabriele D'Annunzio:

Notizie sullo stato d'animo del Poeta da comunicare immediatamente. Fare capo a me per tutto quanto riguarda il Vittoriale. Telegrafatemi in cifra, scrivetemi; occorrendo, venite a Roma. Troverete lass tutto un ambiente che ha prevenzioni contro il fascismo. Ci  comprensibile:  gente devota e fedele al Comandante. Non fidarsi soprattutto dei cosiddetti fiduciari o segretari. Se resterete sul Garda, avrete molto lavoro. Salutatemi il Poeta.(2080)

Giovanni Rizzo risolse felicemente il caso, che con ogni probabilit era stato solo un pretesto per introdurlo nel Vittoriale, e non si mosse pi dal Garda fino alla morte di Gabriele D'Annunzio.
Intrecciata la sua rete di confidenti tra i domestici del poeta, per quindici anni rifer quotidianamente ogni sua parola al capo dello stato e del fascismo, guadagnandosi l'appellativo di "occhio di Roma". Fu un servo di due padroni accorto e intelligente che nelle ore libere coltivava - come avrebbe potuto essere altrimenti, in quell'ambiente e con quell'atmosfera? - un suo modesto orticello letterario. Tra i pini, i cipressi e gli ulivi del Vittoriale l'"occhiuto carceriere" affil cos la penna con cui avrebbe scritto, in uno stile tra il dannunziano e il questurese, due libri di memorie.
Uno di essi contiene un'efficace descrizione della questura centrale di Milano, l'ex convento di San Fedele dove Rizzo aveva trascorso tanti anni della propria vita. Il brano termina con un'invocazione:

Penso alla mia giornata terrena che sta per compiersi e vorrei che nell'attimo della dipartita venisse a me, ultima, la visione di quegli archi e di quelle colonne; vorrei che tornassero le ombre di coloro che il destino serb alla mia ricerca, al mio travaglio, alla mia sensibilit; vorrei che quelle ombre mi dicessero, mi gridassero una volta ancora perch hanno ucciso (...).(2081)

Molte di queste ombre sono ormai quasi cancellate. Per farle tornare, come Rizzo desiderava, siamo ricorsi alle lacunose documentazioni degli archivi, alle imprecise cronache dei giornali, alle frammentarie ricostruzioni dei biografi, agli incerti ricordi dei superstiti. Perch, come, dove e quando agirono "quelli del Diana", abbiamo cercato di spiegarlo. Ma che fine hanno fatto questi uomini? E quale storia ci racconterebbero, se davvero potessero tornare?


L'ABIURA DEL TERRORISTA

Dal carcere di San Vittore, dopo la condanna all'ergastolo, Giuseppe Mariani fu tradotto a Piacenza dove attese che il ministero decidesse a quale casa di pena assegnarlo. Il 20 giugno 1922 partiva per l'isola di S. Stefano. Nello stesso penitenziario, l'anno prima, era impazzito Antonio D'Alba, l'anarchico che nel 1912 aveva attentato alla vita del re(2082). "L'impressione che ne provai fu semplicemente orribile" ricorda Mariani nelle sue memorie "e se non mi fosse stato permesso di leggere, anzi di studiare, avevo deciso, cos sull'istante, di suicidarmi nella notte."(2083)
I compagni rimasti in libert cercarono di aiutarlo moralmente e materialmente. Il primo a scrivergli fu Bruno Misefari, allora studente universitario, che in agosto gli sped un vaglia di sessanta lire e un libro, Ecce Homo di Nietzsche(2084). "Nel tagliando (...) erano scritti i saluti speciali e [i] baci del famoso anarchico Malatesta" rifer il direttore del penitenziario dopo aver provveduto al sequestro del libro e alla cancellazione di tutte le parole non permesse, compresi i saluti e i baci del "furfante sopracitato"(2085).
Per qualche tempo Mariani visse nell'isolamento pi completo. Una cella vicina alla sua ospitava un altro anarchico giudicato colpevole dell'attentato commesso, la stessa sera del Diana, contro un ristorante genovese. Solo nel 1925, a pi di tre anni dall'internamento, Mariani ricevette la prima visita della madre che ogni mese gli inviava, "immancabilmente", un sussidio di cento lire(2086). Virginia Carelli lo aveva abbandonato per mettersi con un altro(2087). Sull'isola cominciavano ad arrivare gli oppositori del fascismo: Zaniboni, Pettini, Scoccimarro, Terracini e Ramacciotti, il primo marito di Elena Melli.
Nel 1931 l'Adunata dei Refrattari pubblicava una lettera di Mariani alla famiglia, facendola seguire da un commento in cui l'ergastolano veniva classificato "tra le pi chiare figure dell'anarchismo militante":

la societ li calpesta quali delinquenti volgari ma i loro compagni sparsi pel mondo, tutti i sofferenti della terra calpestati dall'ottusa bestialit dello stesso nemico, vedono nella fermezza del loro carattere e nella gentilezza dei loro sentimenti - oltre che nella giustizia dei loro atti di rivolta - i segni del martirio a cui un ordine sociale fondato sull'arbitrio e sul fratricidio vota da secoli gli annunziatori(2088).

Nel 1932, dopo dieci anni di segregazione cellulare dedicati in gran parte allo studio, Mariani divenne lo scrivano dei conti correnti. Il lavoro gli fu tolto quando rifiut di salutare romanamente un capoguardia. Per punizione lo rimisero in cella, dove il detenuto pass i due anni di segregazione che ancora gli restavano da scontare.
Solo il 24 febbraio Mariani pot uscire dal lungo isolamento. Nel 1936 gli arriva l'ultimo sussidio finanziario dei compagni rimasti fuori. Poi, per dieci anni, pi nulla. Malato e senza soldi, per procacciarsi un po' di vitto supplementare dovette tornare all'antico mestiere di sarto. Oltre a cucire e rammendare per qualche compagno pi facoltoso, impartiva lezioni di italiano e di francese(2089). Il direttore del penitenziario non aveva difficolt a dichiarare di essere molto contento di lui(2090).
Scoppiata la guerra, nell'autunno del 1942 cominciarono ad arrivare a S. Stefano partigiani greci, jugoslavi e albanesi. La separazione tra detenuti politici e comuni fu abolita. Il 24 aprile 1943 un aereo nemico affond la motonave che faceva servizio tra le isole e i prigionieri rimasero tagliati fuori. Due giorni dopo i confinati di Ventotene ottennero il permesso di inviare pane, frutta, sigari e sigarette ai compagni di S. Stefano. Ma la fame cominciava a farsi sentire dappertutto.
Il 9 settembre arrivarono gli americani. La liberazione di Mariani fu sospesa perch la sua condanna non era stata pronunciata dal tribunale speciale. L'attesa dur a lungo. In novembre il problema principale non era pi la libert ma la sopravvivenza: "da mangiare davano non verdura ma erba dell'isola e qualche pezzetto di zucca letteralmente marcia cotta in acqua per tre quarti piovana e [per] un quarto di mare"(2091). Quello stesso mese ci fu un ammutinamento, causato dalla fame, che dur cinque giorni e che Mariani contribu a sedare.
Nel settembre 1945 gli arriv la notizia che Pettini aveva telegrafato a Fedeli di aver ottenuto da Togliatti la sua liberazione. Ma i mesi passavano senza che succedesse niente. Fu concessa la prima amnistia. Molti fascisti tornarono in libert, Mariani no.

Il 1 luglio [1946] verso mezzogiorno un agente venne a prendermi per condurmi dal direttore. Entrato in ufficio, vidi subito sul tavolo un telegramma aperto. Capii che i ministri questa volta avevano fatto sul serio. Il direttore me lo comunic con queste parole: "Finalmente si sono stancati di prendervi in giro; da questo momento siete veramente libero"(2092).

Appena uscito di prigione Giuseppe Mariani invi a Umanit Nova, che aveva ripreso le pubblicazioni alla fine del 1944, una lettera in cui sconfessava il lontano atto terroristico, dichiarandolo inefficace e sempre dannoso ai fini della rivoluzione sociale:

(...) abiuro all'idea che il terrorismo sia una necessit rivoluzionaria, persuaso invece del suo valore negativo tra i fattori di lotta contro la societ borghese (...) Per chi ha buona volont di lavorare il nostro campo di attivit  infinito senza bisogno di ricorrere al terrorismo. Tanto meno oggi che  stato innalzato a sistema dai saggi tutori delle collettivit umane nelle guerre fra nazioni i cui governi sovvenzionano scienziati che invece di consacrarsi alla creazione di opere che dovrebbero rendere migliore la vita dell'intera umanit, servi vili e malvagi, forniscono loro le armi per distruggere e asservire. Esso  diventato una cosa stupida, un metodo da disprezzare.(2093)

Tornato in libert dopo oltre venticinque anni di prigione, Mariani fece il manovale, il sarto, il dattilografo. Visse poveramente. Essere uno di "quelli del Diana" non lo aiutava a trovare lavoro. Alla Spezia, dove si era stabilito con Susanne Saunnier, la compagna che gli sarebbe stata al fianco fino alla fine dei suoi giorni, fu per alcuni anni alle dipendenze di un cantiere navale e scrisse il suo primo libro, Memorie di un ex-terrorista. Trasferitosi a Sestri Levante dopo un breve soggiorno a Carrara, nel 1954 pubblicava il suo secondo libro, Nel mondo degli ergastoli, e dava inizio al terzo, 25 anni dopo, tuttora inedito. Sempre attivo nella Federazione anarchica italiana, con la sua mitezza e il suo buonsenso seppe guadagnarsi la stima di tutti. Una broncopolmonite acuta lo stroncava a Sestri Levante il 23 marzo 1974, nel cinquantatreesimo anniversario della strage del Diana(2094).


DA PORTO LONGONE A MAUTHAUSEN

Dalla casa penale di Alessandria, dove era stato rinchiuso il 10 giugno 1922 in attesa che si decidesse la sua destinazione, Giuseppe Boldrini fu tradotto nel penitenziario di Porto Longone (oggi Porto Azzurro), che raggiunse il 13 dicembre. Aveva ventotto anni.
A Porto Longone rimase in segregazione cellulare per circa sedici anni, con un breve intervallo tra il 1928 e il 1932(2095). Nel 1927 la sua salute aveva cominciato a declinare. Boldrini ebbe quell'anno tre ascessi tonsillari, seguiti da un attacco di scorbuto che richiese trecentonovanta giorni di degenza in infermeria. Fu anche operato di emorroidi.
Ripetutamente punito per "frasi ironiche e sconvenienti allusioni al regime fascista", "contegno poco rispettoso ed arrogante", "disobbedienza agli ordini della direzione", "contegno arrogante o minaccioso" verso graduati e sottocapi(2096), all'inizio del 1930 Boldrini veniva tradotto nella casa penale di Ancona dove, non essendogli consentito lavorare, si immerse nello studio. La sua fede nell'anarchia non doveva essere mai venuta meno se in una lettera del 1 aprile egli chiedeva, insieme ad altre opere, il Mutuo appoggio di Kropotkin definendolo un testo di "storia naturale" e fidando, per ottenerlo, nell'ignoranza dei suoi carcerieri(2097). Dal controllo della sua corrispondenza le autorit carcerarie avevano potuto constatare che il suo morale era "altissimo" e che egli nutriva la "fondata speranza" di tornare a casa "entro l'anno". Proprio per questo aveva rifiutato di inoltrare domanda di grazia(2098). Boldrini torn a Porto Longone il 30 settembre 1932. Le punizioni avevano ripreso a fioccare - trenta solo nel 1935 - e la salute continuava a peggiorare.
Il 1 novembre 1935 un certo dott. Bianchi lo trova "affetto da infiltrato apicale bilaterale di natura specifica con aderenze pleuriche e da una colite spastica per cui presenta una continua diarrea infrenabile". Le sue condizioni generali sono "assai decadute", sia per la denutrizione che per la "deficiente sanguificazione". Il medico ritiene "necessario il suo trasferimento in una casa per minorati fisici con clima di montagna"(2099). Ma la richiesta non verr mai accolta.
La sua occupazione era: "ozio per motivi di salute". La condizione finanziaria della famiglia, che stava sempre in via Garigliano, "nullatenente". La richiesta di un suo trasferimento a Pianosa - avanzata dalla madre che, visitandolo, lo aveva trovato in uno "stato pietoso" - fu respinta. Nel 1942 non gli facevano ancora leggere neppure l'Osservatore Romano, al quale sua madre lo aveva abbonato(2100). L'ultima annotazione del suo fascicolo del CPC  del direttore del penitenziario e risale al 15 aprile 1943: "Qui tiene regolare condotta"(2101).
Qualche altra notizia su di lui fu possibile ricavare, subito dopo la guerra, dalle lettere inviate ai familiari. Il 17 marzo 1944, indebolito dagli stenti e dalle malattie, Boldrini era sempre ricoverato nell'infermeria di Porto Longone. Con l'avvicinarsi del fronte crebbe il timore di possibili sbarchi alleati e ai primi di aprile gli ergastolani furono tradotti a Parma. Da qui, l'11 aprile, Boldrini scriveva alla madre di essere sfinito, di non potersi comprare pi nulla perch a Porto Longone lo avevano derubato di ogni suo avere e di essere alle prese con la fame perch in carcere non gli davano abbastanza da mangiare. Il 19 giugno scriveva al fratello dal campo di concentramento di Fossoli:
Non so se si rester qui; le voci sono tante e preferisco non credere a nessuno. Ti dico che sarei stato volentieri dov'ero. Pazienza, e tiro avanti come posso. La mia salute qui peggiorer di certo, dato che non c' pi nulla. Vada come vada, peggio di cos non poteva andare.
La sua lettera portava il timbro della Gestapo e fu l'ultima che raggiunse la famiglia(2102). Nel 1947 Mariani scrisse al comunista faentino Riccardo Donati per avere notizie dell'amico:
Egli mi rispose che, prelevati dai tedeschi, furono condotti prima a Parma, dove molti morirono sotto un bombardamento, poi in Germania, dove i politici furono separati dai comuni. Che lui e Boldrini furono condotti a Mauthausen in un campo di eliminazione. Che Boldrini vi giunse ammalato di dissenteria e vi mor poco prima della fine della guerra, mentre lui fu liberato appena in tempo, quando gi il suo organismo stava per soccombere.(2103)


"NON VORREI PROPRIO MORIRE IN GALERA"

Ettore Aguggini pass il mese di luglio nel carcere di Oneglia(2104). Al processo per la bomba del Cova aveva dichiarato:

Sono anarchico. La giuria che qui ci deve giudicare dovrebbe innanzitutto tener presente che non si trova di fronte a dei volgari malfattori ma a dei militi di un ideale. Io, come anarchico, sono persuaso che alla violenza borghese bisogna opporre la violenza proletaria. Se le masse lavoratrici, sfruttate dai padroni, non si decidono per l'insurrezione suprema, noi, uno contro tutti, siamo gi insorti.(2105)

Lo scrittore fascista Gino Rocca, che seguiva il processo del Diana per conto del Popolo d'Italia, lo vide "sereno, tranquillo, piccolo e (...) imberbe"(2106). Con gli altri giornalisti presenti in aula, ud la sua risposta al presidente della corte:

L'attentato al Diana si  verificato dopo sei giorni dall'inizio dello sciopero della fame di Malatesta e compagni. In quei sei giorni abbiamo aspettato che il governo si decidesse a intervenire (...). Si aspettava che l'autorit giudiziaria si decidesse a fissare l'epoca del processo; si aspettava l'aiuto dei socialisti e, ultima e definitiva speranza, che il popolo insorgesse di moto proprio e cercasse di evitare con le braccia incrociate ci che poi abbiamo voluto evitare noi con una bomba che ha fatto quello che ha fatto. In una situazione simile abbiamo avuto la disperazione dell'isolamento.(2107)

Prima del processo, dal carcere di San Vittore aveva scritto alla sorella:

Venne l'ultima goccia che fece traboccare il calice amaro della mia vita in un grido di disperazione selvaggio: tre uomini, tre miei compagni, stavano per morire di fame in galera, volontariamente. N chi da loro furono beneficiati, n chi da loro furono aiutati nella lotta contro la forza, si mosse. Tutti erano intorbiditi, intontiti, imbottiti di vigliaccheria.
Allora, meravigliato, disgustato da tanta vigliaccheria, eccitato da tanta prepotenza, disperato, pensai al Diana...
Feci bene? Feci male? Non so. La storia me lo dir o meglio lo dir ai posteri.
Loro stavano consumando un'ingiustizia, forse stavano uccidendo lentamente. Io uccisi non per il gusto di uccidere, (...) ma per disperazione.
Ventuno sono i morti, ottanta i feriti!... Tragica conseguenza, ma evitabile; evitabile come la guerra, come la miseria, come il dolore, come tutto ci che tormenta l'umanit.(2108)

Dal carcere di Oneglia, in agosto, Aguggini fu tradotto in quello di Sassari(2109). Quasi tre anni dopo, il 17 luglio 1925, il direttore dell'istituto informa che il detenuto "riceve periodicamente dei vaglia della nota anarchica Elena Melli, concubina di Errico Malatesta. Ieri" precisava il solerte funzionario "ho respinto alla suddetta (...) due vaglia, uno di lire 50 e uno di lire 25 (...)"(2110).
Il 5 settembre 1925 Aguggini passava al reclusorio di Alghero. Molti anni dopo, alcuni ergastolani tradotti a Santo Stefano dissero a Mariani

che egli chiedeva loro spesso del pane; che era molto malandato in salute, che poco prima di morire era stato messo in compagnia di un altro milanese mutilato di una gamba col quale non andava d'accordo; che fu ricoverato nell'infermeria quando il suo stato era gi grave e che vi mor dopo neppure due settimane(2111).

Uno di essi, tradotto in Sardegna per un secondo processo, ne era tornato con un biglietto dell'amico:

Caro Rien [questo era un soprannome di Mariani], sono qui completamente abbandonato da tutti, solo mia sorella mi scrive, ma non mi spedisce un soldo; non posso credere che i compagni mi abbiano abbandonato. (...) Qui non c' un detenuto che debba andare a Milano, altrimenti manderei direttamente un biglietto a Damonti. Guarda se puoi farlo tu; sono persuaso che se a tuo mezzo i compagni sapessero la verit sulle mie condizioni, troverebbero bene la via di aiutarmi tramite mia sorella. So che ti trovi completamente isolato in una sezione di rigore, ma so anche che a Santo Stefano non mancano le possibilit di traffico postale. Credi che mi sento molto male e ho il presentimento che se non mi aiuteranno non resister a lungo. Tu sai che razza di mangiatore io sono: quel che mi danno qui mi basterebbe appena per un pasto. Da Roma silenzio assoluto. Sai certamente che Mussolini  al governo. Non ti pare che avevamo ragione noi? Mi hanno detto che ti sei immerso nello studio; meno male che sai vincere l'orrore della segregazione. Qui come segregazione non c' male. Credi, che non vorrei proprio morire in galera. Ti abbraccio. Tuo Gavroche.(2112)

Quello che Gavroche non voleva arriv presto. Logorato dalle sofferenze e dalle torture della segregazione cellulare, Aguggini mor nel penitenziario di Alghero il 3 marzo 1929(2113). Aveva quasi ventisette anni.
L'Unit, organo del P.C.d'L, scrisse:

Aguggini  stato assassinato, come sono lentamente assassinati i nostri prigionieri relegati nei penitenziari infami.
Vigiliamo, lottiamo, per impedire che altri prigionieri facciano la fine di Aguggini (...)(2114).


"SEMPRE VOSTRO E DELL'ANARCHIA"

Respingo l'accusa di attentato all'officina elettrica, quella di associazione a delinquere, quella di mancato omicidio degli agenti di P.S. Tutto si riduce a un'azione di protesta di cui mi assumo, completa, la responsabilit; ma l'officina elettrica non ha niente a che vedere.(2115)

Con queste parole, pronunciate durante il processo, Amleto Astolfi si era forse illuso di chiarire la misura delle sue responsabilit nella tragica sera del Diana. Una "ragazzata" - come ebbe a chiamarla Molaschi(2116) - che il questore di Milano aveva trasformato ih un delitto e che la corte d'assise pun con una condanna feroce.
Uscendo dal carcere di Alessandria il 26 gennaio 1931, dopo avere scontato quasi dieci anni dei quindici che gli erano stati inflitti, Astolfi torn a Milano. Per qualche mese cerc inutilmente lavoro. Poi decise di tentare l'espatrio clandestino. Ai primi di agosto si rendeva irreperibile e il 14, nonostante le autorit fossero state tempestivamente informate delle sue intenzioni da una spia, passava di nascosto il confine italo-svizzero. Dalla Svizzera, attraversando clandestinamente anche la frontiera con la Francia, raggiunse poi Drancy, la cittadina dove abitava sua sorella, nel preciso momento in cui in Italia il bollettino delle ricerche pubblicava la sua foto di "anarchico da arrestare"(2117). Il 1 settembre, finalmente in salvo, Astolfi poteva scrivere fieramente dalla Francia ai compagni d'America:

Abituato al silenzio da lunghi anni di prigionia, io non mi sento di romperlo ora per insufficienti ringraziamenti e preferisco limitarmi ad assicurarvi che non sono mai stato tanto vostro e dell'anarchia quanto lo sono ora, e che dieci anni di galera e d'incredibile tortura non hanno fatto di me n un cencio n un idiota ma bens un soldato che desidera soltanto di battersi nelle prime file. (...)(2118)

Per tutto il tempo che pass in Francia, dove visse del mestiere di verniciatore, Astolfi svolse un'intensa attivit politica, prodigandosi nella raccolta dei fondi per i compagni detenuti e partecipando a riunioni sui problemi della stampa anarchica con Berneri, Tommasini e altri compagni. Una sua lettera autografa su carta intestata del Comitato anarchico pro vittime politiche d'Italia a Parigi, datata 20 agosto 1933,  un grido d'aiuto ai compagni ancora liberi ("il Comitato si trova ora con l'acqua alla gola") e insieme un'accorata protesta per lo stato in cui versa il suo paese ("dall'Italia giungono notizie angosciose e la graduale applicazione del feroce codice Rocco costringe i nostri cari prigionieri alla fame e alla tubercolosi"). Nella prima met di novembre del 1933 partecipava a Puteaux, con Randolfo Vella, al convegno anarchico dei profughi italiani durante il quale fu decisa la costituzione della Federazione anarchica dei profughi italiani e la pubblicazione del periodico Lotte sociali. Uscito dalla Federazione un anno dopo in seguito ai dissensi tra le varie tendenze, alla fine del '34 Astolfi diresse i primi numeri di un altro periodico: Nella mischia.(2119)
I rapporti confidenziali trasmessi su di lui preoccupano le autorit italiane. Alla fine del 1933 sia Senise che Bocchini richiamano l'attenzione dei prefetti sull'attivit degli anarchici nella lotta contro il fascismo e sulla possibilit di una loro intesa con i gruppi di Giustizia e Libert al fine di compiere attentati nel regno. In questa ripresa del movimento anarchico Astolfi  segnalato dalla polizia politica come uno "fra gli elementi pi accesi". Ma le notizie che arrivano dall'Italia sono brutte anche per lui. Alla fine del 1934 la sua famiglia versa nella miseria pi nera. La madre, rimasta vedova, gli scrive:

Memore [una figlia, operaia di fabbrica] da otto giorni a ripreso il lavoro  stata a casa pi di un mese ammalata ora per sta benissimo Gino [il figlio minore, disoccupato]  a casa sofferente non c' lavoro ieri sera  andato a iscriversi ai sindacati [fascisti] speriamo si mettesse presto a lavorare, speriamo trovasse un posticino anche per lui; Mentina [la figlia maggiore] anche lei ha tanti pensieri lei vorrebbe venire a Parigi ma mancano i mezzi (...) ora  di nuovo senza lavoro e i danari che ha guadagnati sono andati a pagare l'affitto arretrato (...) e poi tante altre spese (...).

Espulso dalla Francia per motivi politici il 26 dicembre di quell'anno, Astolfi evit di lasciare il paese. Recatosi a Brest, dove gi si trovavano i compagni Ulisse Merli e Pio Turroni, vi assunse la falsa identit di "Amleto Franzini" e si trov un lavoro da decoratore. Per qualche anno visse indisturbato, anche se la sua presenza in quella citt era nota alle autorit italiane fin dall'estate del 1936. Il 13 settembre 1937 il prefetto di Milano faceva compilare un suo cenno biografico nel quale era detto tra l'altro:

In pubblico ha cattiva fama.  lavoratore fiacco. (...) Frequenta anarchici e pregiudicati. Verso la famiglia si comporta male. (...)  ascritto alla setta anarchica. (...) Fra compagni di setta non ha alcuna influenza, ma  tenuto in considerazione perch capace di atti terroristici.

H 23 febbraio 1938 Senise lo fa includere nella lista dei sovversivi attentatori o capaci di atti terroristici. Astolfi, che  gi iscritto nella rubrica di frontiera, viene compreso anche in un elenco fiduciario di "antifascisti sospetti di attentare ad alte personalit italiane e straniere".
Il 9 giugno 1939, sorpreso senza documenti, viene arrestato dalla gendarmeria francese. Processato sotto il falso nome di Franzini, subisce una condanna a un mese di prigione. Mentre sconta la pena si scopre la sua vera identit. Il nuovo processo per falsa dichiarazione di stato civile e contravvenzione al decreto di espulsione si conclude con una condanna a tre anni. La pena sar ridotta a sei mesi in appello. Uscito dal carcere di Rennes nel dicembre 1939, prima della fine dell'anno Astolfi veniva nuovamente fermato e condotto a Vernet d'Arige per essere internato, con altri trecentosettantanove italiani, in quel campo di concentramento. L rimase ininterrottamente fino al 18 novembre 1941, quando la polizia francese lo consegn a quella di Mentone.
Da Vernet d'Arige aveva scritto alla madre:

Godo una salute di ferro, sono letteralmente incantato dalle bellezze di questa parte della Francia e in totale posso proprio dire di non essere mai stato cos contento. Qua la guerra non si sente troppo e la vita  relativamente bella, anche se non ci sono pi i divertimenti e la spensieratezza di un tempo.

Astolfi era rimpatriato da poco pi di un mese quando il prefetto di Milano chiese che fosse assegnato al confino. All'inizio del 1942 Senise concedeva la sua autorizzazione. Il 10 febbraio l'anarchico veniva assegnato per cinque anni al confino di Ventotene. Nel maggio 1942 risultava internato nella colonia agricola della Gorgona(2120).
Tornato a Milano dopo la liberazione, Amleto Astolfi fu tra i primi collaboratori del Comunista libertario(2121). Successivamente, per ragioni che ignoriamo, il suo impegno politico decrebbe. Diradati i contatti con i compagni, nel giro di alcuni anni fin per staccarsi dal movimento anarchico(2122).


COL PENULTIMO TRENO DALLA RUSSIA

Condannato a quattro anni e due mesi di reclusione, Giuseppe Biscaro usc dal carcere di Spoleto, per amnistia, il 23 agosto 1924. Aveva appena compiuto ventun anni.
Chiamato alle armi, fece il servizio militare a Udine. Smobilitato nell'autunno del 1925(2123), fu riassunto come meccanico nelle officine di Giuseppe Carini, che lo aveva gi avuto tra i propri dipendenti e che, testimoniando al processo, aveva parlato di lui come di "un operaio laboriosissimo, tranquillo", che "mai faceva dimostrazioni politiche" e che "tenne sempre una condotta esemplare"(2124).
In un suo cenno biografico compilato nel 1926 la prefettura di Milano informa che, "di scarsa educazione, carattere violento e mediocre intelligenza, [Giuseppe Biscaro] riscuote cattiva fama nel pubblico". Siccome "conserva le idee anarchiche", viene "attentamente vigilato". Alla fine di quell'anno, tuttavia, "non consta che svolga attivit politica di sorta".
Nel 1928, dopo l'attentato di piazzale Giulio Cesare, anche Giuseppe Biscaro fu fermato per accertamenti e successivamente rilasciato. Verso la fine dello stesso anno impiantava in via Goldoni un piccolo laboratorio di elettromeccanica specializzato nella riparazione delle bilance automatiche.
Scarse le notizie per gli anni successivi. Nel 1931, "pur persistendo nelle sue vecchie idee, non d luogo a rilievi". Nel 1936 si trasferisce con la famiglia a Bizzozzero (Varese), dove per un paio d'anni si guadagner la vita facendo il meccanico aggiustatore ambulante. Nel 1938  di nuovo a Milano(2125).
Scoppiata la guerra, il 23 marzo 1941 Giuseppe Biscaro fu chiamato alle armi e assegnato al 78 reggimento fanteria di stanza a Bergamo per un corso di addestramento. Il 10 gennaio 1942 partiva col corpo di spedizione in Russia. Ricorda Silvio Biscaro:

Mio fratello non venne utilizzato nei combattimenti ma come sentinella ai ponti o ad altri nodi di comunicazione. Oltre al freddo, reso ancora pi pungente dal pessimo equipaggiamento, retaggio giornaliero del soldato assegnato a siffatti servizi era la fame. L'arrivo dei viveri era continuamente ostacolato dall'attivit aerea dei russi. Ferito al piede sinistro, mio fratello pot essere rimpatriato col penultimo treno della Croce Rossa italiana poco prima dell'offensiva russa del 1942.(2126)

Il 19 luglio di quell'anno le autorit informavano che Giuseppe Biscaro, rimpatriato dal fronte russo per congelamento degli arti inferiori, si trovava in licenza di convalescenza. Il 19 novembre veniva posto in congedo illimitato e poteva raggiungere Milano. "Abita in viale F. Testi 85" dice l'ultima annotazione nel suo fascicolo del CPC "e non d luogo a rilievi con la sua condotta in linea politica."(2127)
Rimasto parzialmente invalido, Giuseppe Biscaro  morto a Milano il 30 ottobre 1968(2128).


IN FRANCIA TRA I FUORUSCITI

Riscuote cattiva fama nel pubblico perch noto per essere stato imputato nell'attentato terroristico commesso a Milano la sera del 23 marzo 1921 al teatro Diana.  di carattere impulsivo, di discreta educazione, di intelligenza viva e di buona cultura, avendo frequentato la quarta classe ginnasiale.

Cos, nel 1926, la prefettura di Milano descriveva Silvio Biscaro che, amnistiato l'anno prima, era uscito di prigione. "Attualmente  occupato come commesso (...)" continuava il profilo biografico "e si dimostra assiduo al lavoro, corretto verso le autorit e ossequiente ai doveri verso la famiglia. Non risulta faccia propaganda politica n che sia in relazione con compagni di fede."(2129)
A quell'anno risalgono le sue prime esperienze giornalistiche. Con Augusto Micelli, Silvio Biscaro fond e diresse il mensile Theatralia, soppresso alla fine del 1927 perch sgradito al regime. Contemporaneamente collaborava alla rivista Teatro, nonch al Pensiero di Bergamo. Pi tardi, per campare, accett la direzione di un settimanale destinato a celebrare i fasti dell'abbazia di Montecassino. Fu un lavoro che dur poco perch il prefetto di Frosinone, avendo riscontrato negli articoli di fondo scritti dal direttore una certa vena antifascista, riusc ben presto a farlo licenziare(2130).
Tra il 1928 e il 1932 Silvio Biscaro ebbe gravi problemi di salute. Affetto da tubercolosi, trascorse lunghi mesi in sanatorio e all'ospedale.
La notte del 5 luglio 1932 fu arrestato per attivit antifascista. D'accordo con altre persone, aveva progettato la pubblicazione di un giornale clandestino che si sarebbe dovuto chiamare Lo Studente. La polizia gli sequestr una serie di caratteri tipografici e alcuni articoli contro il regime.
Per quella volta - probabilmente grazie alla presenza tra i fermati di un giovane fascista, figlio di un vicesegretario politico e di una vecchia iscritta al fascio femminile - Silvio Biscaro dopo tre mesi di carcere preventivo se la cav con una semplice ammonizione. Ma a Milano l'atmosfera era pesante e Biscaro, che nel frattempo aveva avviato le ricerche per un libro intitolato Roma o Mosca?, cominci a pensare di rifugiarsi all'estero.
Il 18 maggio 1934 la polizia svizzera arrestava oltre confine un uomo senza documenti. Era Silvio Biscaro. Consegnato alle autorit italiane e denunciato per espatrio clandestino determinato da motivi politici, fu processato alla fine di giugno. Davanti al tribunale di Sondrio si difese affermando di essere sconfinato involontariamente mentre sciava nei pressi di Chiavenna a causa della nebbia e di una tormenta di neve(2131). La scrittrice socialista Anna Franchi, che lo aveva conosciuto nella biblioteca dove Biscaro conduceva le sue ricerche e che and a testimoniare in suo favore, non nascose la propria meraviglia nell'apprendere che il tribunale di Sondrio aveva creduto alla storiella e lo aveva assolto. "Caro Biscaro," gli disse appena ebbe l'occasione di rivederlo "qui non  pi il caso di tentare la scalata clandestina, occorre andar via col passaporto."(2132)
Il consiglio fu accolto. Nell'ottobre dello stesso anno, adducendo la necessit di proseguire le sue ricerche al British Museum, Biscaro chiedeva il passaporto. Col parere favorevole del prefetto di Milano - che nel definirlo un "autodidatta" non mancava di sottolineare come egli avesse collaborato alle riviste Liburni Civitas, Cultura Moderna e Il Caldo Illustrato - il passaporto gli fu concesso. Il 5 gennaio 1935 Biscaro partiva per Londra. Nel 1939, dopo il suo rimpatrio, avrebbe dichiarato:

Non avendo trovato nel predetto museo quanto occorreva per il mio lavoro, con regolare visto sul passaporto del regio consolato d'Italia a Londra mi recai a Versailles, ove (...) rimasi per tutto il periodo della mia permanenza in Francia vivendo con i proventi che ricavavo dalla traduzione dall'italiano in francese dell'enciclopedia medico-chirurgica. Durante il periodo estivo facevo anche il correttore di bozze di giornali francesi (...).

In Francia ebbe contatti con numerosi antifascisti, tra i quali Carlo Rosselli e Francesco Saverio Nitti. "(...) ha frequentato per un certo tempo le riunioni della sigla g. e 1." scriveva la polizia politica italiana "ma venuto in sospetto del c. c. in seguito a informazioni non troppo favorevoli dal punto di vista antifascista  stato diffidato a non partecipare pi (...)". Louis Aragon lo aiut a diventare correttore di bozze di Ce Soir. Paul Langevin si adoper per fargli pubblicare Roma o Mosca?(2133)
Nel 1937, "in considerazione del suo grado di pericolosit", il suo nome - gi compreso nello schedario degli attentatori - fu iscritto nella rubrica di frontiera. Lo stesso anno l'ambasciata italiana a Parigi informa che egli "esplica notevole attivit politica in seno al partito socialista massimalista". Passano pochi mesi. All'inizio del 1938, sempre secondo l'ambasciata, "sarebbe caduto in disgrazia e avrebbe anche dato le dimissioni dal partito socialista massimalista". Spiega velenosamente la polizia politica: "Il noto antifascista Biscaro Silvio Ferdinando  considerato un pazzo, pericoloso per i "compagni"". Telegrafa preoccupato il governo ai prefetti del regno: "Viene riferito che pericoloso socialista Biscaro Ferdinando Silvio (...) troverebbesi tale stato esaltazione da rendersi capace compiere atti inconsulti".
Nell'estate del 1939 Biscaro decise di tornare in Italia. Arrestato alla frontiera il 9 settembre, fu tradotto a Treviso e interrogato dalla polizia. "Sono rimpatriato dalla Francia volontariamente" rispose "per i seguenti motivi: le biblioteche erano state chiuse per la mobilitazione generale, non mi sarebbe stato possibile avere il lavoro di traduttore e di correttore, e infine (...) le autorit francesi volevano obbligarmi a prestare servizio militare in Francia."(2134)
Denunciato quale "irriducibile antifascista", Silvio Biscaro veniva inviato a Limosano per scontarvi cinque anni di confino. Il colpo di stato del 25 luglio 1943 lo sorprendeva nel carcere di Campobasso, dove era stato appena rinchiuso per aver cercato di prendere contatto con altri antifascisti del luogo.
Uscito di prigione, fu nuovamente munito del libretto di confinato, ma in settembre, guadato il Biferno, si presentava alle autorit militari alleate. Arruolatosi come volontario fu assegnato a un ufficio che aveva il compito di raccogliere informazioni di carattere militare, amministrativo e politico.
Diventato direttore del giornale della Federazione marinara(2135) e vicesegretario del PSIUP di Napoli, scrisse a Giulietti una lettera in cui asseriva che l'attentato al Diana era stato commesso da uno "squilibrato" - Mariani - istigato, per, dalla stessa "mano lunga" che aveva preparato l'attentato al Cova e che "nel palazzo di piazza San Fedele aveva la propria sede". "Quel processo" concludeva "che  una macchia per la magistratura milanese e nel quale sono stati coinvolti i giovani pi generosi della metropoli lombarda, dovrebbe essere rifatto. Sarebbe un atto di semplice giustizia, reso, soprattutto, alla giustizia stessa."(2136)
Dalla fine della guerra, tornato nel nord, Silvio Biscaro ha fatto il giornalista fino al 1968, quando ha lasciato la direzione di ABC(2137). Il suo libro Roma o Mosca?, pubblicato in Francia in un'edizione semiclandestina,  stato ripubblicato, col titolo La coesistenza impossibile, nel 1973. Silvio Biscaro  morto l'11 ottobre 1978 all'ospedale maggiore di Milano dov'era stato ricoverato per un'operazione.


DODICI ANNI DI CARCERE E UNA LAUREA

Mariani, Pietropaolo e Perelli furono i primi a lasciare Milano dopo la condanna. Destinati rispettivamente alle carceri di Piacenza, Parma e Castelfranco Emilia, fecero insieme il viaggio fino alla prima citt. Ricorda Mariani:

Giunti alla stazione di Piacenza, prima di scendere dal treno, dimentico del male che uno di loro volontariamente o involontariamente mi aveva fatto, solo addolorato per la grave condanna (...) che certamente si erano presi per essersi trovati al processo con noi del Diana, chiesi loro perdono se per colpa nostra dovevano soffrire anche loro. Risposero affettuosi al mio saluto e il Pietropaolo aggiunse che era lui che doveva chiedere perdono a me, e mi rinnov la promessa, gi fattami durante il processo, che come sarebbe tornato in libert non mi avrebbe mai dimenticato.(2138)

Dalla casa penale di Procida, alla quale era stato assegnato, nel 1930 Pietropaolo fu trasferito a quella di Viterbo, di cui divenne il bibliotecario. Attraverso il cappellano, era sempre in contatto clandestino con Teresa Codurri. Ma la donna, a Milano, era sorvegliata, e lo scambio di corrispondenza non sfugg alla polizia. Nel settembre 1932, dalla casa penale di Spoleto dov'era stato tradotto, Pietropaolo chiese ufficialmente di poter corrispondere con la sua compagna. In ottobre il prefetto di Milano esprimeva parere favorevole. Teresa Codurri, dopo tanti anni, faceva sempre la cameriera in un ristorante economico di via Spadari.
Poche settimane dopo Pietropaolo era libero. Amnistiato, fu dimesso dalla casa penale di Spoleto il 18 novembre e spedito al comune di origine. In tutto aveva scontato quasi dodici anni di galera. Stabilitosi a Napoli presso uno zio materno generale medico, riprese gli studi universitari interrotti, laureandosi in scienze economiche e commerciali. Qui conobbe Ida, la sua futura moglie.
Alla fine del 1934 il tribunale di Vibo Valentia accoglieva la sua istanza di revoca della libert vigilata nonostante l'avverso parere del questore di Catanzaro, che nei suoi rapporti continuava a definirlo "capo promotore dell'eccidio del teatro Diana".
Trasferitosi a Milano, trov lavoro in un'officina meccanica. Il 19 aprile 1937 la questura locale informa quella di Catanzaro che Pietropaolo "abita qui (...) ed  occupato presso varie ditte come piazzista a provvigione. Tiene regolare condotta morale e non dimostra di interessarsi di questioni politiche". Il 7 febbraio 1938 la prefettura di Milano compila su di lui il seguente cenno biografico:

A Milano non gode buona fama. Lavora e vive coi proventi del lavoro. Non ha mai ricoperto cariche amministrative n politiche. Professa idee anarchiche. Non ha influenza nel partito. Non risulta abbia collaborato o collabori a periodici sovversivi. (...)  educato e intelligente. (...) Non fu mai proposto per l'ammonizione n per il confino di polizia. (...)  iscritto nell'elenco delle persone pericolose da arrestare in determinate contingenze (...).

Il 24 febbraio 1939 il prefetto Marzano informa il ministero dell'interno che Pietropaolo "si  occupato presso la ditta Guidetti di questa citt fabbricante di motori ed  tenuto in buona considerazione dai dirigenti", proponendo di cancellarlo dagli elenchi delle persone "ritenute capaci di atti terroristici" e degli anarchici schedati. Ottenuto il necessario nulla osta, il 31 marzo il prefetto ordinava la cancellazione di Pietropaolo dai due elenchi. L'11 gennaio 1940 egli veniva depennato anche dall'elenco delle persone "da arrestarsi in determinate circostanze". L'ultima annotazione nel suo fascicolo del CPC risale al 16 febbraio 1940.  del prefetto Marziali e informa che egli "non d luogo a rilievi" ma viene assiduamente vigilato(2139).
Scoppiata la guerra, Pietropaolo sfoll con la famiglia a Corteolona (Pavia), dove dopo l'8 settembre fu raggiunto da Perelli, che cercava di organizzare una formazione militare antifascista, e persuaso dall'amico a tornare a Milano. Qui i due anarchici, con Germinal Concordia, parteciparono alla Resistenza alla testa delle brigate partigiane "Bruzzi" e "Malatesta"(2140). All'inizio del 1945 Pietropaolo fu per catturato dai tedeschi e chiuso nel carcere di San Vittore. Era ancora in attesa di essere deportato in Germania quando la citt fu liberata(2141).
Tornato all'attivit politica dopo il 25 aprile, sempre in seno al movimento anarchico(2142), Antonio Pietropaolo l'abbandon negli anni seguenti per occuparsi dei suoi affari.  morto a Milano il 1 gennaio 1965(2143).


RESISTENZA E GUERRA PARTIGIANA

Mario Perelli fu tradotto dal carcere di Castelfranco Emilia al penitenziario di Porto Longone e poi - per ragioni di salute - a quello di Pianosa. L'amnistia del novembre 1932 gli restitu la libert dopo undici anni e sei mesi di galera.
Compreso nell'elenco delle "persone da arrestare in determinate contingenze" e nello schedario dei "sovversivi classificati come attentatori e comunque capaci di atti terroristici", sempre considerato "elemento turbolento e pericoloso propagandista", dopo una breve sosta a Ferrara, suo comune di origine, Perelli ottenne di tornare a Milano. Qui fu sottoposto a libert vigilata dal 15 febbraio 1933. Pochi giorni prima la prefettura del capoluogo lombardo aveva compilato su di lui il seguente cenno biografico:

Riscuote in pubblico cattiva fama, [] di carattere irascibile, di educazione comune, ha intelligenza sveglia e scaltra, coltura discreta (...)  lavoratore assiduo, trae i mezzi di sostentamento dall'esercizio della vendita di libri usati. Si comporta bene verso la famiglia.

Nonostante le buone qualit sottolineate anche nel suo dossier, in agosto il prefetto di Milano trovava che egli meritasse una "conferma nella classifica degli attentatori per la pericolosit che tuttora si ha ragione di attribuirgli". Il 3 ottobre 1934 Perelli veniva fermato per motivi di PS. in occasione di una visita di Mussolini. E solo dopo altri due anni, pur essendo la sua condotta irreprensibile, gli fu tolta la libert vigilata.
Fino al 1940 il suo fascicolo personale  un monotono susseguirsi di "nulla da segnalare". Perelli vive facendo il venditore ambulante di frutta e verdura e passa le giornate dietro uno dei banchi del Verziere. Il giorno dopo la dichiarazione di guerra il prefetto Marziali si affretta a informare il governo che, "dato il momento attuale e la sua pericolosit", l'anarchico " stato fermato e proposto per l'internamento (...)".
La proposta viene subito accettata. Il 24 luglio 1940 Perelli arriva a Ustica dove, a parte una breve licenza ottenuta tra agosto e settembre per poter assistere al funerale della madre, rester per pi di un anno, senza esporsi a rilievi e mantenendo nei confronti del regime fascista un contegno "indifferente".
Trasferito a Ventotene, vi arriva il 25 settembre 1941(2144). Caduto il governo Mussolini, tra il 26 luglio e il 23 agosto 1943 tutti i confinati dell'isola venivano rimessi in libert tranne gli stranieri e gli anarchici(2145). Questi ultimi, tra i quali Perelli, furono internati nel campo di Renicci di Anghiari (Arezzo) dove, seppure con ritardo, l'ordine di liberarli giunse finalmente anche per loro. Tanti anni dopo l'anarchico Alfonso Failla avrebbe ricordato:

[Un ufficiale del comando di Renicci di Anghiari] aveva in consegna una quarantina di noi per condurci alla prefettura di Arezzo, da dove avremmo dovuto essere liberati.
In viaggio gli facemmo osservare che Arezzo era gi nuovamente in mano ai fascisti e ai tedeschi e [che] condurci l equivaleva a portarci a morte.
Quell'ufficiale, nelle quotidiane discussioni che facevamo, dimostrava idealit fasciste, per era alieno da atti arbitrari come quelli che erano cari [a un] tenente [...] suo collega. Alle nostre insistenze, arrivati in localit S. Firenze, pochi chilometri prima di Arezzo, ci fece scendere dal camion e, chiamati in disparte chi scrive e Mario Perelli, ci consegn l'elenco del nostro gruppo dicendoci: "Voi siete responsabili di questi uomini!". Quindi fece girare il camion e ritorn con i soldati della scorta al campo. (...)
Io e Perelli bruciammo il foglio. Quel gruppo di compagni si sciolse e ciascuno si avvi in direzioni diverse verso tutte le strade che ricordano, vivi o morti, la loro presenza nella storia vera della lotta per la libert.(2146)

Tornato a Milano, Perelli partecip alla Resistenza e alla guerra partigiana. Tra la fine del 1944 e l'inizio del 1945, con altri anarchici e comunisti dissidenti, fece uscire un giornale, Rivoluzione, che, lamentando l'insufficienza dei Cln, si proponeva di opporsi alla "restaurazione monarchico-capitalistica" mediante la formazione di una lega di consigli rivoluzionari creati spontaneamente dalla base(2147).
Dopo la guerra si dedic al commercio, fondando una cooperativa all'ingrosso di cui fu per qualche anno il presidente e dalla quale usc per gestire un proprio chiosco in piazzale Dateo. Politicamente, dopo un breve ritorno di fiamma per l'anarchismo, si era spostato su posizioni socialdemocratiche, seguendo Saragat nella scissione di Palazzo Barberini. Da allora le sue simpatie sono sempre andate ai socialisti, bench negli ultimi anni egli ammettesse con un sorriso: "Non c' posto per me negli attuali schieramenti politici"(2148).
Fragile, mingherlino, sempre vivace e battagliero, Mario Perelli viveva a Milano con la sua modestissima pensione di perseguitato politico. Parlare con lui era facile. Bastava andare in Piazza del Duomo dopo le quattro e mezzo del pomeriggio, e lo si trovava in uno dei capannelli che allora si formavano davanti alla Galleria per discutere accanitamente di politica,  morto a Milano il 10 maggio 1981.


"S, SONO UN FASCISTA"

Ho poche parole da dire. La cronaca di questo processo  piena di sarcasmo. Un anno [recte: due, anni] prima dell'attentato Ferruccio Vecchi, capitano degli arditi, andava, alla testa di un gruppo di associati, con bombe all'Avanti! e lo incendiava. Venne lasciato libero e poi fu assolto in istruttoria, senza soffrire un giorno di carcere.
Io, che non sono un dinamitardo, che non ho mai voluto n desiderato attentare all'Avanti!, ho gi sofferto sedici mesi di carcere preventivo e ho sul capo la spada di Damocle di sedici anni di reclusione. (...)
Si dice che la legge  uguale per tutti, ma questa  un'espressione vuota di senso e campata in aria. Qui non si  fatta giustizia. (...)
(...) Il 23 marzo in via San Damiano io ero nella stessa situazione del vetturino che ci accompagn in carrozza. Non eravamo diversi! Soltanto, io ero anarchico, lui era un lavoratore senza idee. Perci hanno condannato me, e lui non l'hanno molestato! (...)(2149)

Con questa dichiarazione Primo Parrini concluse la sua tenace, disperata difesa. Sicuro della propria innocenza, fu il pi combattivo di tutti gli imputati. Durante l'istruttoria non aveva mai cessato di sperare in un chiarimento della propria posizione. Il 1 luglio 1921 scriveva a un difensore: "E pi penso a questa [mia situazione] e maggiormente mi sento tranquillo, di quella tranquillit che possiede colui che sa di essere stato ingranato in un processo da una innocente quanto stupida casualit"(2150). Quando poi le complessit dell'istruttoria avevano indotto il giudice a prolungare la sua detenzione di sei mesi, Parrini aveva aggiunto:

Sei mesi sono lunghi, non c' che dire; ma ci che mi ha colpito maggiormente non  stata la durata della proroga quanto il vedermi accomunato con individui che nulla hanno di comune con me. Non so se questo sia un primo sintomo delle intenzioni della magistratura. So, ad ogni modo, di essere stato chiaro ed esplicito col giudice: nessun mezzo lascer intentato per oppormi a essere tradotto in corte d'assise a fianco degli autori del Diana.(2151)

Per scongiurare una simile evenienza era ricorso, con altri compagni, allo sciopero della fame. Ma questa volta le autorit non avevano ripetuto l'errore commesso con Malatesta e si erano affrettate a stroncare lo sciopero ricorrendo all'alimentazione forzata. Alla fine, per non fare inutilmente altri tre o quattro mesi di galera, Parrini si era rassegnato a farsi processare con "quelli del Diana", contentandosi del fatto che l'istruttoria avesse finalmente scartato l'ipotesi del "barbapedanesco" attentato all'Avanti!. "Ci che per me costituisce il fulcro dell'accusa" rilevava trionfalmente l'imputato " dunque oramai in polvere. E per opera della stessa magistratura!"(2152) "Certo" aggiungeva in una lettera successiva "con l'esclusione dell'attentato all'Avanti! vien fatto di domandare come la magistratura possa ancora giustificare la mia detenzione. Associazione a delinquere?...  troppo amena per essere presa sul serio..."(2153)
Parrini si illudeva sul sense of humor dei magistrati del suo paese, i quali la presero tanto sul serio da infliggergli una condanna che lo lasci letteralmente inebetito. All'ex rappresentante all'Avanti! occorsero parecchi mesi per riprendersi dal colpo incassato. Ma quando ebbe ritrovato il sangue freddo Parrini corse subito ai ripari.
Verso la met di agosto del 1923 l'avv. Francesco Bonavita, un fervente fascista che del processo del Diana sapeva solo ci che avevano scritto i giornali, ricevette una lettera dal carcere di San Vittore.(2154) Era di un certo Parrini, che su consiglio di un altro detenuto impetrava da lui un colloquio, accennando in modo sibillino all'esistenza, nel proprio disgraziatissimo caso, di certi "punti che ancora nessuno conosce". Vincendo la diffidenza, Bonavita ader alla richiesta. All'uomo che lo accolse proclamando la propria innocenza spieg subito di avere le mani legate dalla condanna gi pronunciata. Comunque accett di studiare gli atti del processo, anche se temeva che non ci fosse pi nulla da fare. Ma Parrini aveva un asso nella manica. Condannato l'anno prima come pericoloso terrorista anarchico, concluse il suo discorso con una vibrante professione di fede nel fascismo. Bonavita rimase stupefatto, ma il condannato non si scompose.

S, disse, [sono] un fascista. Se, contro l'atteggiamento di un partito al quale appartenevo, ho auspicato l'intervento dell'Italia in guerra, se la guerra stessa ho combattuto, facendo, come soldato volontario, il mio dovere, se ho biasimato, al ritorno dalla trincea, la svalutazione e lo scempio che si  fatto del nostro sacrificio... io fui un'avanguardia del fascismo anche se non lo sapevo, anche se il fascismo non aveva ancora trovato il suo nome e il suo Uomo!...(2155)

Parrini, not l'avvocato, era ancora stordito e inorridito "per l'accusa che lo mescolava ai barbari sanguinari del Diana"(2156). Quell'accusa "era la smentita e l'annullamento del suo glorioso passato di combattente"(2157), un'"offesa a quella metamorfosi sua spirituale (...) che lo conduceva verso il fascismo (...)"(2158). Ma era davvero fascista, Parrini, o il suo fu uno stratagemma per ingraziarsi Bonavita e aprirsi uno spiraglio verso la libert? Difficile rispondere. Certo  che il 1 giugno 1923 aveva scritto dal carcere a un'amica di essere immerso nello studio della "linea conduttrice a cui s'informa (...) l'attivit di questo autentico ciclope del pensiero moderno [Mussolini], in virt del quale si sta aprendo - in Italia - la seconda Rinascenza"(2159). Due settimane dopo, col talento che gli aveva ispirato le caustiche vignette di Umanit Nova, disegn una pergamena dedicata al maresciallo Diaz. In ottobre ide e verg un'altra pergamena commemorativa del primo anniversario della marcia su Roma. In novembre, il giorno dell'inaugurazione della lapide ai caduti, fu lui a comandare, a San Vittore, il plotone d'onore dei prigionieri fascisti decorati. E da quel momento fino alla sua liberazione tante furono le sue manifestazioni di simpatia per il regime di fargli meritare, tra i reclusi del penitenziario di Nisida, lo sprezzante appellativo de "il fascista"(2160).
Appassionatosi al suo caso, Bonavita tent pi volte di fargli avere l'amnistia. Sempre invano perch la magistratura negava la natura politica del reato ascritto al suo cliente. In un intervallo di questa lunga battaglia, durante un drammatico colloquio a San Vittore, Parrini, esasperato, decise di svelare a Bonavita il segreto che gli era costato la condanna. Era la fine del 1923.

"Avvocato!" grid. "Sono condannato per un reato all'Avanti!. L'attentato  un'invenzione e un'indegna speculazione del giornale socialista! E io pago con diciassette anni di reclusione il trucco della paura e della fantasia di quei signori... che non ho voluto smascherare in corte d'assise."(2161)

Di l a qualche giorno Bonavita riceveva un lungo memoriale in cui il condannato, dopo avere minuziosamente descritto i propri rapporti con l'Avanti!, accusava i socialisti di aver montato la storia dell'attentato per garantirsi l'immunit dalle rappresaglie fasciste, infischiandosi del fatto che tale tattica avesse portato alla condanna di due innocenti. Uno di questi, Antonio Pietropaolo, che l'Avanti! aveva presentato ai suoi lettori come un perfetto sconosciuto, era invece cos noto in quell'ambiente che mentre si aspettava il commissario che avrebbe dovuto prenderlo in consegna si era addirittura cercato, senza riuscirvi, di farlo scappare attraverso i tetti. Segno evidente che nessuno, in quel momento, pensava a lui come a un possibile attentatore(2162). Invece:

Pietropaolo diventava, su quelle colonne, l'autore del Diana; e con lui gli altri della carrozza, e quindi anch'io, che, stando al giornale, dopo aver compiuto il primo misfatto, si sarebbero diretti a gran passo verso l'Avanti! per distruggerlo a suon di bombe. E dire che sapevano per filo e per segno come invece stessero le cose!(2163)

Fu cos che si giunse alla "storiella supplementare della telefonata preannunciatrice dell'attentato, telefonata sulla quale nessuno al processo - perch inesistente - riusc a dir nulla"(2164).
Quando era stato arrestato dalla polizia Parrini aveva pensato che tutto si sarebbe aggiustato in pochi giorni. l'Avanti!, immaginava, lo avrebbe scagionato. E gli pareva impossibile che i magistrati credessero a un'accusa cos balorda da dipingere il rappresentante dell'Avanti! come il mancato bombardiere del proprio giornale.(2165)

Ma all'indomani del mio arresto venni a trovarmi in questa drammatica situazione: o ammettere la partecipazione all'attentato insussistente, oppure negarla, attaccandomi alla verit dei fatti. Il primo caso era l'assurdo, il secondo avrebbe importato l'annullamento dell'alibi morale improvvisato dal giornale. Scelsi allora una terza strada: negare tutto in blocco e trincerarmi (...) in un mutismo pressoch assoluto.(2166)

Convintosi della necessit di non distruggere l'"alibi" del giornale, Parrini attese che questo intervenisse. A poco a poco, sia pure con grande riluttanza, dovette per ammettere che il giornale lo aveva buttato a mare. Il silenzio dell'Avanti! su di lui non poteva essere interpretato che come un tacito riconoscimento della sua colpevolezza. "In altri termini, la magistratura non poteva che rivolgere a se stessa questa domanda: "Se l'Avanti! non difende il suo rappresentante, non  evidente che l'imputazione  esatta?""(2167)

La situazione non mut dopo il processo.

So che al giornale accolsero con crisi di pianto la notizia della mia condanna. (...) Io ebbi anzi, da parte dei componenti del giornale, in quei giorni di annichilimento, le pi ampie attestazioni di solidariet e di stima; ma in via privata, per. Che sul giornale (...) non se ne disse nulla.(2168)

Cos Parrini nel memoriale, che finiva con queste parole:

L'Avanti!, che avrebbe potuto schiantare con due battute tutto l'edificio dell'accusa, ha lasciato che l'enormit giudiziaria si compisse. Esso aveva inventato la storiella dell'attentato; e mentre questa era in procinto di concretarsi in decine di anni di condanna esso non soltanto non sentiva il bisogno di smantellarla ma, all'opposto, insisteva in un contegno che contribuiva a rafforzarla.(2169)

Sulla base di questo memoriale Bonavita present al procuratore generale del re un'istanza per la revisione del processo, che fu respinta(2170). Allora l'avvocato and da Arnaldo Mussolini, del quale era buon amico, e ottenne che il suo giornale pubblicasse un articolo sul caso. L'articolo fece scoppiare tra Il Popolo d'Italia e l'Avanti! una polemica che dur fin quasi alla fine di marzo, quando Pietro Nenni si decise a sporgere querela. Nel gennaio 1925, dopo un processo-beffa celebrato al tribunale di Milano - basti pensare che, in una querela con facolt di prova, esso si oppose all'ammissione dei due testi principali, tra cui lo stesso Parrini, mentre il P.M. avvertiva i querelati che non avrebbero potuto produrre le prove "perch queste verrebbero (nel caso favorevole) a fare un processo di revisione per quanto concerne il processo del Diana"(2171) - Bonavita e Defendente De Amici, il gerente del Popolo d'Italia, venivano condannati a dieci mesi di reclusione.
Fallito anche questo tentativo, l'avvocato prese tutto il materiale raccolto e ne fece un libro che, introdotto da una "Lettera al Duce" della "fedele Camicia Nera" Guido da Verona, fu fatto ampiamente circolare. Era il 1929. Parrini, che dopo essere passato per i penitenziari di Lucca e Nisida si trovava allora a Gradi (Viterbo), proprio quell'anno chiese la grazia al re d'Italia.
Preso nota del parere negativo espresso dal procuratore generale di Milano, il 19 luglio il ministro della giustizia e degli affari di culto si dichiarava "poco propenso a un'eventuale proposta di un atto di sovrana clemenza", ritenendo comunque opportuno trasmettere l'istanza al ministero dell'interno perch si compiacesse di manifestare il proprio autorevole parere(2172). Tre mesi dopo andava ad aggiungersi agli altri l'avverso parere del prefetto di Milano:

Non ancora  spenta l'eco dell'esecrando eccidio del Diana, e per quanto il Parrini non vi abbia direttamente partecipato, pure un atto di grazia non certo produrrebbe nel pubblico una favorevole impressione. Se poi si considera che  poco pi di un anno che un altro grave eccidio, non inferiore per efferatezza a quello del Diana, ha portato il lutto in molte famiglie, turbando gli animi dell'intera cittadinanza milanese, con vasta ripercussione nel mondo intero, non si ritiene, anche per ragioni di opportunit, che il soprascritto possa beneficiare della clemenza sovrana (...).(2173)

Il 9 novembre il guardasigilli Rocco scriveva ad Arpinati, allora sottosegretario di stato all'interno, per informarlo che anche il CPC aveva espresso "parere recisamente contrario" all'accoglimento dell'istanza(2174). Nonostante ci, sei giorni dopo, Arpinati decideva di dar corso alla proposta di grazia, "salvo che da parte del ministero della giustizia non vengano opposte particolari ragioni che sconsiglino un atto di clemenza"(2175).
Il ministero della giustizia non ebbe evidentemente nulla da obiettare, perch di l a poche settimane Il Giornale d'Italia poteva annunciare che Primo Parrini, graziato dal sovrano, era stato rimesso in libert il 16 dicembre 1929, "dopo 9 anni [recte: 8 anni e 8 mesi] di reclusione durante i quali il suo vivace ingegno" aveva "minacciato di naufragare nella disperazione"(2176).
Tornato a Milano, Parrini fu sottoposto a libert vigilata fino al 1931. Assunto dall'editore Rizzoli, per qualche tempo collabor al Popolo d'Italia. Nel 1935 cominci una serie di viaggi all'estero per il suo datore di lavoro, che lo promosse capo ufficio rivendita e diffusione. L'ultima annotazione del suo fascicolo personale al CPC risale al 2 maggio 1943 e informa che "il soprascritto individuo (...) continua a mantenere regolare condotta politica" e viene vigilato(2177). Alla fine del 1944 Parrini si trasferiva a Roma per seguire gli interessi della Rizzoli nel centro-sud. Qui fond, con Pietro Nenni, l'edizione romana dell'Avanti! e cre l'agenzia ANSA sulle macerie della vecchia Stefani(2178).
Finita la guerra, continu a lavorare nel campo dell'editoria. Subito dopo la liberazione di Roma fond varie pubblicazioni, tra le quali Il Pettirosso e il Don Basilio, un settimanale satirico e anticlericale che ebbe vita breve. Nel 1946, in qualit di presidente della Federazione italiana editori giornali, partecip al primo congresso dei giornalisti svoltosi a Palermo(2179). Gli anarchici lo salutarono cos:

 tornato alla luce un nostro ex-compagno. Uno dei condannati nel processo "Diana", redentosi subito dopo la condanna ad idee socialmente e nazionalmente pi sane, che gli meritarono di avere abbreviata, per grazia del "magnifico Duce" e dietro intromissione dell'onesto Bonavita e dell'ineffabile Guido da Verona, la condanna riportata.
 tornato non nelle nostre file, dove non l'avremmo ripreso, ma in altre file amiche, nel grande esercito proletario, dove lavora.
Ne siamo contenti. Perch, se  vero che errare  umano e perseverare diabolico, egli ha dimostrato di non essere tanto diabolico da perseverare.
Ci che sapevamo, del resto, non essere nella sua indole.(2180)

Fondatore della agenzia di distribuzione Parrini & C, oggi diretta dal figlio Vittorio, Primo Parrini  morto a Roma il 22 agosto 1961.


SCOMPARSO IN SUDAMERICA

All'inizio del 1930, dopo quasi nove anni di prigione scontati nelle case penali di Favignana e di Turi, Eugenio Macchi fu rimesso in libert, rimpatriato a Gallarate e sottoposto a vigilanza speciale.
Il 9 luglio dello stesso anno, verso le 10 di sera, due guardie di finanza in servizio a Ponte di Saltrio, un valico di frontiera tra l'Italia e la Svizzera, intimarono l'alt a quattro sconosciuti che all'improvviso erano sbucati dalla boscaglia. Ci fu uno scambio di colpi. Una guardia cadde uccisa, l'altra rest ferita. Nella battuta che segu tre degli sconosciuti, tra i quali una donna, furono arrestati. Il quarto era riuscito a riparare in Svizzera e fu in seguito identificato dalle autorit come Eugenio Macchi. La donna caduta in mano alla polizia era un'operaia comunista di nome Maria Garbarino(2181). Pochi mesi dopo l'Adunata dei Refrattari pubblicava una notizia sconvolgente:

Il compagno Eugenio Macchi m'informa da Mosca che Carlo Restelli, attualmente residente a Besano, prov. di Varese,  una spia al servizio del fascismo, come ieri lo era a quello di Rizzo.
Il Restelli, arrestato a Milano nel 1920 [sic] per i fatti del Diana, messo in cella coi pi giovani, consigliava questi compagni inesperti che confessassero tutto, se colpevoli, o dicessero tutto ci che sapevano, affermando che ci fosse vera coerenza anarchica.
Il compagno Macchi doveva essere scarcerato negli ultimi di dicembre dell'anno scorso, e fu trasferito nelle carceri di Varese, dove venne trattenuto sino al 10 gennaio 1930, per misure di pubblica sicurezza, dato l'infausto evento delle nozze del principe lasagnone.
Il 10 gennaio vennero rilasciati tutti i detenuti per questa storica occasione, il Macchi compreso.
Fra gli arrestati c'era anche il Restelli. Uno dei primi a essere chiamati per il rilascio fu il compagno Macchi, ma giacch dovevano fornirlo di foglio di via e di libretto di vigilanza speciale, fu fatto attendere nell'ufficio del commissario stesso sino alla fine di quell'operazione. Tutti passarono per detto ufficio; e tutti ebbero dal commissario la solita paternale con relativa minaccia di confino.
Ultimo venne introdotto il Restelli, e con non poca sorpresa del compagno Macchi il commissario cambi espressione di faccia e tono della voce, tratt l'ex-anarchico con familiarit e deferenza, chiedendogli scusa se per isbaglio aveva avuto a subire un tale arresto, assicurandolo che ci non capiter un'altra volta di certo, pregandolo di continuare come sempre i suoi preziosi servizi alla polizia. Invitandolo poi a ripassare in questura fra pochi giorni per il rilascio di un passaporto, in base al quale non avrebbe pi a subire delle noie del genere; e con una pi cordiale stretta di mano venne licenziato.(2182)

Che Macchi in quei giorni fosse davvero a Mosca, come scriveva l'8 ottobre un anonimo informatore della polizia, appare assai dubbio.  invece sicuro che certe incaute dichiarazioni da lui rese subito dopo l'espatrio clandestino permisero a qualche giornale di accusare Carlo Restelli e i fratelli Vella di essere al servizio della polizia italiana. Queste accuse infondate - dalle quali pi tardi lo stesso Macchi si sarebbe dissociato - comparvero, tra gli altri organi di stampa, sul comunista Falce e Martello. Il 7 novembre la polizia politica italiana informava di aver appreso che Macchi, rifugiatosi nel Canton Ticino in cattive condizioni di salute, si era "appoggiato" ai comunisti perch convinto di essere stato tradito dai compagni anarchici. Tutto lasciava credere che avesse l'intenzione di emigrare negli Stati Uniti.
All'inizio del 1931, mentre la polemica sulla lealt antifascista dei fratelli Vella continuava a infuriare nella stampa ticinese, Macchi faceva perdere definitivamente le sue tracce. Condannato a quattro anni di reclusione per espatrio clandestino, il 25 gennaio 1932 veniva colpito da un ordine di cattura(2183). Ma a quel tempo Macchi era gi fuggito in America, dove avrebbe continuato a polemizzare lungamente, sull'Adunata dei Refrattari, con i vecchi compagni, tra i quali Luigi Fabbri, sulla condotta tenuta dagli anarchici dopo la strage del Diana(2184).
Ai primi di marzo del 1939 Giuseppe Garbarino, emigrato nel Paraguay, chiamava presso di s la sorella Maria. "Essa sarebbe andata ad Assunzione" informava il ministero degli interni "per ricongiungersi e sposarsi con certo Eugenio Macchi, fu Albino, nativo di Varese, ebanista, antifascista, e attualmente residente a Montevideo (...) sotto il falso nome di Antonio Astaldi, nome col quale sarebbe espatriato nel 1930 in Svizzera con passaporto falso." Una volta arrivata ad Asuncion, la Garbarino avrebbe per avuto la brutta sorpresa di trovare Macchi "gi sposato da parecchio tempo". Per questo la donna ruppe ogni rapporto con lui e si trasfer in Argentina, a Buenos Aires, donde rientr in Italia nel 1958.
Il 13 novembre 1939 il questore di Varese faceva pubblicare la foto di Macchi nel bollettino delle ricerche, dandolo come residente a Montevideo sotto il falso nome di Antonio Astaldi, manovale. L'ultima segnalazione nel dossier del CPC risale al 15 aprile 1941. Macchi sarebbe sempre in America, ma: "Ignorasi il suo recapito in quanto non  in corrispondenza con i familiari"(2185).
L'anarchico Mario Mantovani ricordava nel 1974 di averlo visto a Milano dopo la seconda guerra mondiale; "La polizia disse: " uscito con carte false,  tornato con carte false, ci vogliono carte non false". E lui se ne and definitivamente"(2186). L'anno prima, a Sestri Levante, un accenno al suo vecchio compagno aveva strappato a Giuseppe Mariani un'accorata esclamazione: "Povero Macchi! Se c'era un innocente, era lui. Limpido come l'acqua distillata"(2187).
Eugenio Macchi  morto il 10 giugno 1970 ad Atlantida (Uruguay) sotto il nome di Antonio Astaldi ed  sepolto nel cimitero di Pando.


LA DISGRAZIA DI STARE A UMANIT NOVA

Sante Creatini era tornato in libert e aveva appena finito di scontare due anni di vigilanza speciale quando a Milano scoppi la bomba di piazzale Giulio Cesare. Era il 12 aprile 1928. Nelle retate di sovversivi fatte subito dopo l'attentato fu coinvolto anche lui, pur essendosi dato nel frattempo a un "lavoro assiduo" e onesto" - era stato assunto come contabile da Randolfo Vella, che per nella primavera del '27 aveva dovuto riparare in Svizzera - e pur mostrando, a detta del prefetto, di "disinteressarsi completamente di politica".
Il 7 maggio 1928 i suoi genitori presentavano una supplica al capo del governo:

Eccellenza,
Due poveri vecchi si permettono umilmente di rivolgersi direttamente a V.E. per implorare non grazia, non clemenza, ma giustizia.
Il nostro povero figlio Sante Creatini di 31 anni ebbe la disgrazia di occupare un posto, otto anni or sono, al giornale Umanit Nova, posto che occup (pur non condividendo le idee) dopo tanti rifiuti e una lunga e tristissima disoccupazione per aiutare noi vecchi gi in umili condizioni.
In seguito al fattaccio del Diana venne anche lui arrestato pur non avendo commesso nulla e condannato a sette anni di carcere.
Per dimostrare l'innocenza di nostro figlio basti sapere che i rapporti informativi del suo contegno tenuto durante la permanenza nei carceri di Milano, Perugia, Piacenza e Parma sono ottimi, [egli] non ha mai dato luogo ad atti d'indisciplina e fu sempre rispettoso, ossequiente e timido verso i suoi superiori, tanto da meritarsi una riduzione di due anni.
Uscito dal carcere, seppe fare tanto scrupolosamente i due anni di vigilanza che all'ultima chiamata in questura, dopo aver ricevuto da quei funzionari la raccomandazione di continuare nella retta via dell'avvenire, ricevette anche gli elogi, appunto per la mirabile osservanza agli ordini. (...)
E ora dietro l'esecrando misfatto di piazza Giulio Cesare abbiamo visto la nostra creatura arrestata e tradotta ancora in carcere.
Eccellenza, per amor di Dio, ci soccorra, ci renda nostro figlio che  innocente di ogni colpa e pensiero nefando, altrimenti ne morremmo dal dolore gi troppo sopportato. Due vecchi che conoscono amore per i figli le chiedono in nome di Dio giustizia, e implorano [da] V.E. considerazione umana come tanto ne conosce.

Restituito all'affetto dei suoi genitori, Sante Creatini non fece pi parlare di s. Alla fine del 1941 era magazziniere di una ditta di via Col di Lana e "in linea politica" continuava a mantenere "buona condotta". L'ultima segnalazione del CPC, di analogo tenore, risale al 28 maggio 1943. Come sempre, Creatini non dava luogo a rilievi. Ma, siccome la prudenza non  mai troppa, continuava a essere attentamente vigilato(2188).
Dopo la liberazione - ricorda Silvio Biscaro - "fece per alcuni anni il rappresentante di utensileria meccanica e nel 1950 apr un negozio in piazza Maciachini. Di politica non si occupava quasi pi, preferendo arricchire di buoni libri la propria biblioteca"(2189). Ceduto il negozio alla figlia e ritiratosi dagli affari, Sante Creatini ha passato gli ultimi anni della sua vita accanto alla moglie Pia.  morto a Milano, a ottantuno anni, il 5 marzo 1978(2190).


LAVORO E FAMIGLIA

Espiata la pena alla quale era stato condannato per i fatti del 23 marzo 1921, Guido Fabbro torn a Trieste, dov'era nato, il 9 agosto 1925 e da quella data "non diede luogo a rilievi sfavorevoli con il suo comportamento politico, dedicandosi unicamente al lavoro e alla famiglia" e "conducendo vita ritirata senza accompagnarsi a persone politicamente sospette o pregiudicate". Era iscritto nell'elenco delle persone pericolose "da arrestarsi in determinate contingenze" e in quello delle persone "capaci di atti terroristici".
Fino al 25 ottobre 1927 fu sottoposto a vigilanza speciale. "Non consta abbia esplicato attivit antinazionale" accert la prefettura di Trieste, "[e] dimostra propositi di ravvedimento". In un cenno biografico del 20 marzo 1928 si annotava: " dedito alla famiglia, attivo al lavoro, discretamente educato e di mediocre cultura". Nella primavera del 1929 Guido Fabbro viveva sempre a Trieste e lavorava nel cartificio di Saul Modiano, dove era tenuto in "buona considerazione". Quattro anni dopo la sua situazione non era mutata. Alla fine del 1937 il prefetto informava: "Conduce vita ritirata ed  dedito al lavoro e alla famiglia. Non risulta iscritto al P.N.F. Viene vigilato".
Considerato alternativamente "pericoloso" e "non pericoloso" a seconda degli umori dei poliziotti che stendevano i rapporti, il 2 aprile 1941, poco prima dell'attacco di Hitler alla Jugoslavia, Fabbro veniva fermato e proposto per l'internamento. Il 15 aprile il ministero dell'interno disponeva che fosse internato nel campo di con centramento di Corropoli (Taranto). Appena due settimane pi tardi egli veniva per rilasciato, "data la mutata situazione politico-militare" nella zona di frontiera(2191).
Da allora si son perse le sue tracce. Risulta soltanto, da un'annotazione in calce alla sentenza del processo per la strage del Diana, che il 27 ottobre 1972 chiese la pensione di guerra. Aveva allora poco pi di settant'anni(2192).


"TRASCINATO DALLE FALSE IDEOLOGIE"

Con una condanna a quarantacinque giorni di arresto per porto abusivo di arma da fuoco e l'assoluzione dalle altre imputazioni Cesare Persivale, che aveva compiuto diciotto anni tre giorni prima della sentenza, fu tra quelli che se la cavarono meglio.
Non per questo la polizia cess di sorvegliarlo. Il 18 gennaio 1930 il prefetto di Milano, dopo aver ricordato che "ancor giovinetto, trascinato dalle false ideologie del dopoguerra", si era messo a seguire le teorie anarchiche, informava: "Dopo la sua liberazione (...) non ha pi dato luogo a rilievi con la condotta in genere, disinteressandosi di politica e mostrando in questi ultimi tempi di aver mutato l'orientamento delle sue idee". Per tale ragione, due mesi dopo, la vigilianza su di lui veniva "rallentata".!
Gli anni passarono, ma il regime fascista non moll la presa. Nel 1937 Persivale continuava a essere tenuto d'occhio, "non avendo finora dato sicure prove di ravvedimento politico". L'ultima segnalazione del CPC su di lui risale al 16 settembre 1942. Quel giorno ormai lontano Persivale abita a Milano, fa il negoziante, "non d luogo a rilievi" e viene come sempre vigilato(2193).
Dopo la guerra Cesare Persivale apr un negozio di abbigliamento sportivo in via Bruzzesi, che cedette in et avanzata per ritirarsi a Monguzzo (Como), dove ha passato gli ultimi anni della sua vita. Qui vive ancor oggi, senza essersi mai sposato, a settantacinque anni di et.


UN RELITTO UMANO E UN SOVVERSIVO DISCIPLINATO

Chi aveva pronosticato a Francesco Tosi, ridotto una specie di relitto umano gi al tempo del processo, ancora pochi anni di vita non sbagli. Il 22 agosto 1925 egli moriva a Milano, subito dopo aver compiuto il ventinovesimo compleanno.(2194)
Biagio, suo fratello, assolto al processo per la strage del Diana e arrestato per diserzione nei giorni immediatamente successivi, alla fine del 1927 abitava sempre in via Porpora e lavorava come operaio chimico alla Pirelli di Cinisello. Al maggio di quell'anno risale la sua condanna da parte del pretore a un mese di reclusione per oltraggio alla forza pubblica. "Conduce vita alquanto riservata" informava il prefetto di Milano "e non consta che svolga apertamente propaganda o comunque attivit politica."
L'8 luglio 1928, "persistendo nelle sue idee sovversive e continuando a svolgere subdola attivit contraria all'attuale regime", fu proposto per l'ammonizione. Ma la commissione provinciale, nella seduta del 23 luglio, "ritenne opportuno emettere nei suoi riguardi il semplice provvedimento di diffida". Dopodich, "pur mantenendosi contrario al governo nazionale", Tosi non diede alle autorit pi nessun motivo per lagnarsi di lui.
Il 19 gennaio 1935 il prefetto di Milano informa che questo "semplice operaio chimico, di scarsa intelligenza e cultura, non ha mai avuto alcun ascendente sui compagni di fede"; pur continuando a professare idee anarchiche, negli ultimi anni "ha mantenuto buona condotta"; e ora, "essendosi notato in lui un favorevole e sincero atteggiamento politico verso l'attuale regime, si  ritenuto opportuno radiarlo dall'elenco degli oppositori della provincia, mantenendo per su di lui una riservata vigilanza e senza, per ora, cancellare il suo nome dallo schedario dei sovversivi".
Il 2 giugno 1940 la questura di Milano informa che Biagio Tosi "serba regolare condotta morale senza dar luogo a speciali rilievi in linea politica.  occupato presso [l'] Industria Gomma di via Solari 23 e risulta iscritto al Dopolavoro e alla Federazione Fascista dei Lavoratori dell'Industria. Poich (...) non ha finora dato serie prove di ravvedimento, quest'Ufficio non lo ritiene per ora meritevole della radiazione dallo schedario politico. Non [lo] si ritiene per elemento pericoloso per l'ordine pubblico.  vigilato."
L'ultima annotazione nel fascicolo del CPC intestato a Biagio Tosi risale al 5 febbraio 1942. Il prefetto di Milano informa che la sua condotta continua a essere buona.(2195)


"ARIANO, CATTOLICO, SIMPATIZZANTE"

Assolto in assise dall'accusa di associazione a delinquere e detenzione di esplosivi, Mario Marcucci sparisce dalla circolazione fino all'11 gennaio 1929, quando un rapporto del prefetto di Milano ci rimette sulle sue tracce. Quell'anno egli abita in via Bronzetti, dove ha aperto un negozio di articoli elettrici. "Serba regolare condotta" nota compiaciuto il rappresentante del governo "e non esplica attivit politica."
A questo punto Marcucci rientra nell'ombra e vi resta per altri sei anni. Il 31 ottobre 1935 il prefetto Motta assicura che egli "non d luogo a rilievi e viene adeguatamente vigilato". Ancora quattro anni di silenzio. Poi: "Non svolge attivit nel campo sovversivo" informa il prefetto Marziali "n  ritenuto elemento pericoloso per l'ordine pubblico. Continua la vigilanza." L'ultimo rapporto della questura di Milano risale al 15 maggio 1942. Dice:

(...) il sovversivo in oggetto, ariano cattolico, coniugato con cinque figli, abitante tuttora in via Bronzetti 37, continua a mantenere regolare condotta in genere senza dar luogo a rilievi in linea politica. Non  iscritto al P.N.F., verso cui si mostra per simpatizzante. Ha [un] negozio di articoli di elettricista nello stabile dove abita ed  iscritto ai sindacati di categoria.

La questura di Milano ne propone la radiazione dall'elenco dei sovversivi. Il iriiriistero aderisce alla proposta il 2 giugno 1942(2196).


TORTURA E MORTE NEL LAGER STALINIANO

Accusato di complicit negli attentati del 23 marzo 1921 e denunciato alla procura del re, Francesco Ghezzi si rese latitante. Il 10 maggio la sua scheda personale veniva trasmessa al bollettino delle ricerche, che la pubblicava illustrandola erroneamente con una foto di Ugo Fedeli. "Tenta di passare dalla Liguria, ove si troverebbe, ad Haran, dove ha l'amante" informava il questore, aggiungendo una sommaria descrizione del ricercato: "Corporatura piccola, capelli alla nazzarena, parla francese"(2197)
Per un anno, in Italia, di Ghezzi non si seppe pi nulla. Il 26 aprile 1922, a pochi giorni dall'inizio del processo del Diana, i giornali pubblicavano la notizia che era stato arrestato a Berlino(2198). "Notizia deve avere serio fondamento" telegrafava il prefetto Lusignoli "poich trattasi di servizio organizzato da locale questura direttamente sul posto a mezzo vicecommissario di PS. cav. Rizzo Giovanni d'accordo con polizia berlinese (...) ho interessato autorit giudiziaria perch siano subito iniziate relative pratiche estradizione."
Per qualche tempo l'ambasciata italiana a Berlino insister nella richiesta, ma il 15 giugno sar costretta a darsi per vinta. "Come per il Boldrini" comunica l'ambasciatore,

si  qui prodotta un'agitazione nei circoli comunisti allo scopo di fare pressione su questo governo onde si fosse negata l'estradizione del Ghezzi.
Questa ambasciata ha fatto quanto era possibile per [ottenere] la consegna del Ghezzi e ha avuto lunghe discussioni con i funzionari di questo ministero (...)
Queste autorit giudiziarie hanno ritenuto che non era provata la complicit del Ghezzi nell'attentato al Diana e che la stessa sentenza della sezione d'accusa di Milano ha lasciato cadere tale imputazione contro il Ghezzi per il quale avrebbe ritenuto invece esistere una connessione fra il reato del Boldrini e il trasporto di esplodenti alla stazione fatto dal Ghezzi.
Sulla conclusione di tale sentenza questo ministero degli esteri richiese che l'estradizione fosse da noi domandata (...) per l'attentato diretto contro la stazione Nord (...).
Telegrafai (...) a V.E. [e] (...) al procuratore generale di Milano chiedendo mi fosse inviato con la massima urgenza nuovo mandato di arresto (...) e non mancai di avvertire che il Ghezzi sarebbe stato rimesso in libert fra qualche giorno.
Purtroppo nessuna risposta mi  pervenuta da codesto ministero e il procuratore del re di Milano mi telegraf (...) "non essere reati mandato cattura Ghezzi contemplati (...) trattato estradizione".
In seguito a tal risposta e alla mancanza del mandato di arresto (...), non mi  stato pi possibile far postergare la decisione delle autorit tedesche le quali hanno concluso per negare la estradizione del Ghezzi, il quale venne portato alla frontiera della Russia di cui ha ottenuto la cittadinanza.

In realt, espulso dalla Germania, Ghezzi si era stabilito per qualche tempo a Vienna, dove aveva preso contatto con un gruppo di anarchici austriaci. Solo in un secondo momento era partito per la Russia, dove sarebbe diventato - secondo notizie della nostra delegazione a Vienna - maestro di scuola in un villaggio. Praticamente assolto per insufficienza di prove dalla magistratura tedesca, il 19 dicembre 1924 Ghezzi veniva condannato in contumacia da quella italiana per gli attentati del 23 marzo 1921 a sedici anni e otto mesi di reclusione pi due anni di vigilanza speciale. Nessuno in Italia sapeva dove fosse. Per vari anni il mistero fu totale. Poi, finalmente, una traccia.  il 18 settembre 1928.

Notizie confidenziali pervenute di recente (...) segnalano il Ghezzi ora presente a Mosca, ora a Berlino, ora a Berna. Trattandosi di elemento pericolosissimo, attivo propagandista, non  improbabile che egli sia alle dipendenze del governo sovietico. Se non che, il prefetto di Ancona comunica che, da una recente intercettazione di corrispondenza sospetta, certo Ghesi risulterebbe detenuto nelle carceri a Mosca unitamente all'anarchico Petrini Alfonso. Questo ministero, nel dubbio che il detto Ghesi possa identificarsi col Ghezzi, ha interesse a che siano esperite le possibili indagini ai fini dell'identificazione del (...) Ghesi. Si trasmettono per facilitare le ricerche due copie della fotografia del Ghezzi, eseguita nel 1920 ma tuttora assai rassomigliante.

La pista era buona. Risponde l'ambasciata d'Italia in URSS:

Viene riferito che [Ghezzi] trovasi qui a Mosca. (...) Condurrebbe vita riservata. (...) per le sue idee anarchiche non farebbe parte del Club degli emigrati politici, composto esclusivamente di comunisti e antifascisti (...).(2199)

La notte dell'11 maggio 1929 Ghezzi veniva arrestato a Mosca(2200). Riprendendo la notizia dalla Revolution Proltarienne, e condendola di invettive contro "questi gaglioffi di comunisti", L'Operaio Italiano di Parigi commentava:

Questo il diritto di asilo che concede il governo bolscevico ai rifugiati politici: il diritto di essere deportati, di essere messi sottochiave, quando non si  della stessa opinione della oligarchia dominante. Precisamente come in Italia. Non per nulla gli aviatori fascisti italiani - capitanati da quell'insigne delinquente che  Italo Balbo - hanno trovato a Odessa festosissime accoglienze, al suono della marcia reale e al canto di "Giovinezza", Balbo - l'assassino di don Minzoni - accolto in un tripudio di gioia bolscevica; Francesco Ghezzi - il proletario esule - consegnato ai cekisti. Operai comunisti, meditate!(2201)

Perch Ghezzi - l'operaio italiano dell'Unione sindacale, "dal viso duro e aperto come la sua intelligenza", che aveva tanto colpito Victor Serge durante il suo soggiorno moscovita(2202) - era stato arrestato? Troviamo la risposta a questa domanda nella protesta che il comitato anarchico pro vittime politiche d'Italia a Parigi invi all'ambasciata sovietica nell'agosto dello stesso anno:

Nell'autunno 1927 fu arrestato a Mosca il compagno Alfonso Petrini, operaio sarto, rifugiato politico per sfuggire a una feroce condanna inflittagli dai giurati fascisti italiani per la sua partecipazione ai moti di Ancona.
Il compagno in questione fu arrestato nella casa degli emigranti sotto l'assurda accusa di essere al servizio del consolato italiano, e ci per aver espresso il suo parere su certe analogie, secondo lui esistenti, fra il governo di Roma e quello di Mosca.
All'epoca dei fatti sembra che alcuni compagni italiani residenti a Mosca, tra i quali Francesco Ghezzi, si rivolsero a qualche personalit ufficiosa affinch proponessero alle autorit la nomina di un giur o qualche altra cosa atta a fornire un giudizio pubblico, onde chiarire il caso e mettere in luce la vera personalit del Petrini; domanda che, sembra, [ot]tenne un rifiuto.
Qualche tempo dopo, mentre n in Russia n altrove era possibile avere notizie del compagno nostro, il governo fascista d'Italia faceva notificare dai suoi sgherri alla moglie del Petrini che suo marito era deceduto in un sanatorio nei dintorni di Mosca.
Giunta tale notizia a Parigi, Le Libertaire narr per primo i fatti domandando spiegazioni a chi di dovere. (...) Nulla (...)  valso a rompere il silenzio e il mistero. Solo in questi ultimi giorni abbiamo appreso da una pubblicazione comunista dissidente la notizia dell'arresto, sempre a Mosca, di diversi altri compagni nostri(2203), tra i quali Francesco Ghezzi. (...) Ora, di fronte a questi fatti, il comitato scrivente, dopo [aver] dichiarato sulla fede di altri provati compagni che il Ghezzi e gli altri non entrano per nulla nella campagna di stampa relativa al Pettini, domanda che codesta ambasciata si faccia interprete presso il governo [sovietico] della verit sopra espressa dei fatti come a noi risultano (...).

Il 12 settembre l'ambasciata italiana a Mosca confermava l'arresto di Ghezzi: "Secondo voci raccolte dai nostri fiduciari, sarebbe stato processato e condannato a tre anni di carcere per aver spiegata un'attivit antisovietica". Contemporaneamente si precisava che Pettini, arrestato a Mosca all'inizio del 1928, nel gennaio 1929 era stato processato e condannato a dieci anni di carcere per spionaggio. L'ambasciata aggiungeva di non poter verificare con esattezza "se i due sovversivi siano vivi o morti, liberi o detenuti".
Alla campagna per la liberazione di Francesco Ghezzi dette un forte impulso la pubblicazione di un appello rivolto alle autorit sovietiche da un gruppo di intellettuali francesi tra cui Romain Rolland, la signora Autant-Lara della Comdie Francaise, Georges Duhamel, Paul Langevin e Charles Vildrac(2204). In settembre Jacques Mesnil lo pubblicava nella Revolution Proltarienne, facendolo seguire da un commento in cui si respingeva sdegnosamente il tentativo delle autorit sovietiche di far passare l'operaio italiano o per una spia al servizio del fascismo o per un sostenitore di Makhno.
Avendo il governo sovietico eluso ogni domanda di chiarimenti, nella primavera del 1930 il comitato pro vittime politiche del Belgio faceva pubblicare un opuscolo di quarantotto pagine sulla vita e sull'attivit di Ghezzi che, secondo la legazione italiana a Vienna, in quel momento stava scontando la condanna nelle "prigioni zaristiche" di Suzdal(2205). Lo stesso anno, tra primavera e autunno, l'avvocato Gustave Joly, incaricato dalla famiglia e dai compagni di Ghezzi di patrocinare la sua causa davanti alla magistratura dell'URSS, scriveva all'ambasciatore sovietico a Parigi ben tre lettere rimaste senza risposta. "L'accusato" osservava Joly nella prima "non ha avuto la possibilit di essere difeso, n di produrre testimoni a discarico." Egli poi richiamava, nelle altre, l'attenzione dell'ambasciatore sullo "stato allarmante di salute" di Ghezzi e sulle "malsane condizioni" del carcere di Suzdal, dove l'anarchico si trovava severamente isolato in una cella umida e fredda, tornando a insistere per la sua liberazione.
Nel silenzio delle autorit russe erano i comunisti italiani ad assumersi la responsabilit di fornire una goffa giustificazione delle misure adottate contro il loro connazionale. "Il Ghezzi (...)  stato arrestato ed  attualmente in carcere nell'Unione soviettista" scrisse in tale occasione l'ufficio stampa del P.C.I. "perch, in accordo con gruppi anarchici emigrati (...), ha partecipato alla preparazione di atti di terrore contro il regime dei Soviet."(2206)
Negli ultimi mesi del 1930 la campagna per la liberazione di Ghezzi dilag dalla Francia e dal Belgio - dove il gruppo comunista del Monde, spalleggiato da Barbusse, aveva invitato il governo russo a processare pubblicamente l'anarchico - alla Germania. Intanto Ghezzi, scontata met della pena, risultava ricoverato in infermeria, "Mesi fa si  interposto anche Gorkij" informava l'ambasciata italiana in novembre "ma il governo di Stalin gli ha risposto evasivamente"(2207). "(...) il compagno Francesco Ghezzi, che per oltre due anni  stato tenuto nel cellulare di Suzdal,  sottoposto a un regime particolarmente odioso" scriveva il Bulletin of the Relief Fund of the International Working Men's Association for Anarchists and Anarcho-Syndicalists Imprisoned or Exiled in Russia. E L'Adunata dei Refrattari commentava: "Francesco Ghezzi, rivoluzionario incorrotto, anarchico, non sa n perch  in prigione n quando ne uscir. E intanto la sua salute minata dalle privazioni gli scava lentamente la bara."(2208) Il giornale anarchico di New York tornava alla carica un mese dopo:

Francesco Ghezzi non  mai stato comunista n partigiano della dittatura. (...) Le autorit bolsceviche, ben conoscendo le sue idee libertarie, non potevano aspettarsi che Ghezzi vi rinunciasse (...) Pu darsi che Ghezzi, di temperamento pronto e di spirito acuto, abbia manifestato delle critiche al regime, e che a ci si debba attribuire il suo arresto per opera del[la] Ghepeu (...) e la sua conseguente condanna a tre anni di lavori forzati (...) le autorit bolsceviche hanno risposto alle proteste (...) che esso  stato condannato per "mene controrivoluzionarie". Ma  evidente che il motivo della sua condanna si deve ricercare nella sua fede anarchica. (...) Ora il Comitato di difesa anarchica di Bruxelles  stato informato che Francesco Ghezzi (...) si trova seriamente malato, minato da un principio di tbc. Per questo s'impone il suo rilascio immediato (...) Tale richiesta  tanto pi legittima, dato che in Russia si prevede il rilascio facoltativo dei condannati che hanno scontato la met della loro pena, il che  appunto il caso di Ghezzi (...).(2209)

Il 25 aprile 1931 finalmente una buona notizia. L'Adunata dei Refrattari annuncia che Ghezzi  stato liberato "dopo un anno e dieci mesi di prigione amministrativa". Lo ha scritto, in una corrispondenza da Mosca all'Humanit di Parigi, il comunista francese Vaillant-Couturier: "Ghezzi, sfuggito alla morte lenta che lo attendeva in Italia e strappato dall'URSS dalla minaccia di estradizione, aveva creduto bene di riprendere la sua propaganda anarchica contro lo stato sovietico...". Aggiungeva Vaillant-Couturier che uscendo dal carcere l'italiano aveva dichiarato di "non essere un angelo", di "non avere nulla in comune" con tutti quelli che si erano agitati per la sua liberazione, di non voler lasciare la Russia, di essere sempre entusiasta del piano quinquennale per la ricostruzione socialista e di non chiedere altro che di "collaborare a quest'opera grandiosa". "In una parola" commentava acidamente L'Adunata "Ghezzi sarebbe uscito di prigione pienamente emendato, contrito e devoto alla dittatura che per poco non lo ha assassinato con le sue torture inquisitoriali..."(2210)

Magro, duro, vestito da vero proletario, com'era, il sindacalista italiano Francesco Ghezzi (...) usciva dalla prigione Suzdal per parlarci con foga dell'industrializzazione vittoriosa. Occhi febbrili illuminavano il suo volto solcato da rughe. E ritornava dall'officina, con la fronte tormentata: "Vedo dei proletari dormire sotto le macchine. Sapete che i salari si sono ridotti a un ventesimo, durante i miei due anni di confino?"(2211)

Cos, ancora, lo vide Victor Serge quando l'italiano, reduce da Suzdal, lavorava come aggiustatore meccanico in una fabbrica di automobili moscovita. Era il 1931. E per altri quattro anni, a parte la sua inclusione nello schedario dei sovversivi classificati come attentatori, avvenuta nel 1933, di Ghezzi in Italia non si sarebbe pi parlato. Il 10 gennaio 1935 l'ambasciata italiana a Mosca informava:

Malgrado il tempo gi trascorso dall'assassinio di Kirov e l'inesorabile giustizia fatta con la condanna a morte dei 14 imputati della preparazione ed esecuzione dell'attentato di Leningrado, la polizia politica continua a effettuare una quantit di arresti, circoscritti, per, a quanto si assicura da parecchie fonti, agli elementi "frondisti" del partito, o ritenuti tali.

Dopo la severa epurazione operata tra i comunisti russi, la polizia politica, che dall'estate 1934 si chiamava NKVD, aveva arrestato numerosi comunisti stranieri, "rei di aver manifestato la propria scontentezza per le condizioni di vita nell'URSS e per le direttive politiche "destriste" del regime staliniano". Risultava all'ambasciata che tra gli arrestati, oltre a molti comunisti o ex comunisti italiani, vi fossero gli anarchici Otello Gaggi(2212) e Francesco Ghezzi(2213).
Scoppiata la guerra di Spagna, nell'ottobre 1936 i delegati della milizia antifascista sul fronte d'Aragona chiesero a Stalin che Ghezzi, Gaggi, Sandomirski e altri rivoluzionari fossero lasciati partire per la penisola iberica, dove desideravano combattere. Da Semipalatinsk, dove lo avevano deportato, Gaggi riusc a far sapere ai compagni che il governo di Mosca gli aveva tolto il sussidio mensile di cinquanta rubli cui avevano diritto tutti i deportati senza lavoro(2214).  una delle ultime volte che si incontra nei documenti il nome di Ghezzi. Il 7 luglio 1937 l'ambasciata italiana nella capitale sovietica informa:

Sino a pchi mesi fa risiedeva in uno dei sobborghi di Mosca ed era occupato in una fabbrica come operaio. Condurrebbe vita assai grama e dopo ripetuti fermi e arresti quale elemento politicamente sospetto sarebbe ora sorvegliato da questa polizia politica.

Il 12 gennaio 1938 l'ambasciatore italiano a Mosca segnala al suo governo che, secondo notizie provenienti dalla Francia, Ghezzi, prima attivo corrispondente di anarchici francesi, avrebbe smesso di scrivere da circa tre mesi. Non sarebbe improbabile il suo arresto per propaganda anarchica. Da circa un anno, cio dopo i primi dissensi tra anarchici spagnoli e governo di Madrid, egli avrebbe consigliato agli amici di evitarlo perch sorvegliato. Sarebbe inoltre amico di Andrs Nin, il capo del Partito operaio di unificazione marxista, arrestato a Barcellona per ordine di Mosca. "Non  da escludere" termina l'ambasciatore "che fra il materiale sequestrato in tale occasione vi sia stato qualche cosa di compromettente per il Ghezzi", il quale negli ultimi mesi lavorava in una fabbrica di strumenti di precisione vicino a Mosca e da un certo tempo non si sarebbe fatto pi vedere nella capitale.
Dall'ottobre 1937 anche la famiglia di Francesco Ghezzi aveva cessato di ricevere sue notizie. Un intervento della Croce Rossa belga non era servito a nulla(2215). Il segreto della scomparsa dell'anarchico italiano - "magro e fiero, operaio d'officina a Mosca, il solo "sindacalista" che fosse ancora libero in Russia" nel 1935, quando Victor Serge lasci il paese(2216) -  rimasto chiuso nel museo degli orrori staliniani fino a quando un suo compagno di sventura, il comunista Dante Corneli, lo ha finalmente svelato. Corneli, che  tornato in Italia nel 1970, a settant'anni, dopo quasi un quarto di secolo di deportazione in URSS, racconta nelle sue memorie di aver incontrato l'anarchico milanese nell'officina meccanica del lager di Vorkuta nella repubblica autonoma di Komi, oltre il circolo polare artico, dove lavorava come collaudatore: "Ci conoscevamo per la prima volta e lui cominci subito a parlarmi di politica, dei grandi problemi internazionali e soprattutto della rivoluzione spagnola"(2217). Continua Corneli:

Nel luglio 1937, quando lo incontrai per la prima volta, Ghezzi era un uomo alto, magro, curvo e abbastanza duro. Dimostrava molti pi anni di quanti ne avesse. Amava parlare di politica, ma dei suoi anni trascorsi in Italia non faceva mai cenno n io lo sollecitai sull'argomento. Era preso dalla sua ideologia anarchica fin quasi al fanatismo. Nel 1939 venni a sapere che era stato accusato di un grave reato e inviato sotto scorta a Syktyvkar, capitale della repubblica Komi. Pensai che fosse arrivata anche per lui la sua ultima ora e invece gli restava ancora qualche anno di vita. Lo avrei visto nuovamente.(2218)

Di che cosa lo accusassero i sovietici, non si sa. L'ultimo incontro tra i due deportati avvenne in condizioni drammatiche.

Verso la fine del '41 un amico mi comunic che un italiano ricoverato nell'ospedale del campo in gravissime condizioni aveva chiesto di vedermi. Si trattava dell'anarchico milanese Francesco Ghezzi. Era irriconoscibile, ridotto quasi a uno scheletro. Con voce debolissima, che quasi non riuscivo a cogliere, mi mormor alcune frasi. Era stato torturato, ma non aveva firmato nessuna confessione. Sentiva di essere in fin di vita e voleva darmi il suo ultimo saluto, inviare per mio tramite un estremo messaggio di fede ai compagni anarchici rimasti in Italia.
L'indomani gli feci avere un pezzo di sapone. Ritornai all'ospedale qualche giorno dopo, ma mi dissero che Ghezzi era gi morto. Ricopiai dal registro dell'ospedale i dati della sua morte, scrivendoli su un pezzo di carta che ho poi conservato per diversi anni. Le ossa del povero Ghezzi riposano ora sotto la tundra gelata di Vorkuta.(2219).
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SOTTO IL PIOMBO DELLE SS.
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Denunciato alla procura per gli attentati del 23 marzo 1921 e inseguito da un ordine di cattura spiccato dal giudice istruttore per concorso in omicidio qualificato, alla fine di aprile Pietro Bruzzi espatriava clandestinamente in Svizzera con Ugo Fedeli. Pochi giorni dopo, mentre il bollettino delle ricerche pubblicava la sua fotografia accennando alla sua probabile intenzione di "recarsi a Parigi o in Svizzera", Bruzzi riparava prima in Germania e poi in Russia, dove si trattenne fino a ottobre facendo il meccanico nel garage del Comintern.
Indotto a lasciare il paese dalla gravissima crisi economica, ne part quell'autunno in compagnia di Francesco Ghezzi. Cercando lavoro prima a Berlino, poi a Vienna, poi ancora a Berlino e infine in Belgio, nella primavera del 1922 Bruzzi raggiungeva la Francia, dove sarebbe rimasto per nove anni.
In Italia, fino al 1927, l'anarchico risulta irreperibile. I parenti dichiarano di non ricevere sue notizie. Il 29 dicembre 1924 la corte d'assise di Milano ha applicato nei suoi confronti il decreto di amnistia, revocandogli il mandato di cattura. Il 16 maggio 1927 la corte d'assise di Pavia, condannatolo a sette anni e sei mesi di carcere per associazione a delinquere, spicca contro di lui un secondo mandato di cattura. Poco dopo ai carabinieri di Lodi giunge la segnalazione che Bruzzi si trova a Parigi.
Arrestato dalla polizia francese a Courbevoie, dove lavorava nell'officina meccanica di Angelo Damonti, l'anarchico veniva accusato di detenzione di esplosivi e fabbricazione di carte valori e documenti falsi e condannato a tre anni di reclusione. Espulso dalla Francia a pena espiata, nell'aprile del 1931 riparava in Spagna(2220).
Alla fine di quell'anno Bruzzi fu arrestato dalla polizia spagnola ed espulso anche dalla Spagna perch privo di documenti. Lo stesso giorno della sua espulsione, per, l'anarchico italiano aveva ripassato clandestinamente il confine, tornando a Barcellona. Una nota del consolato italiano informa che, "se da una parte cura di non esporsi e di non compromettersi, tuttavia nascostamente continua a svolgere attivit politica (...)". Arrestato una seconda volta dalla polizia spagnola il 25 ottobre 1933 per contravvenzione al provvedimento di espulsione, Bruzzi fu processato e condannato a un anno di carcere, che pass su una nave adibita a reclusorio. Il 28 gennaio 1935 veniva estradato in Italia(2221).

L'iniqua arbitraria estradizione del compagno Pietro Bruzzi dalla Spagna riempie di indignazione tutti gli anarchici e gli uomini di cuore.
Il governo gesuita spagnolo attenta vergognosamente alla libert individuale violando ogni convenzione del diritto di asilo consegnando il nostro compagno alle iene d'Italia. Il viceconsole italiano di Barcellona  ufficiale dell'OVRA e pu essere contento, fiero del risultato ottenuto (...).(2222)

Interrogato sulla propria attivit politica, Bruzzi dichiara:

In Francia ho sempre partecipato a riunioni di carattere sovversivo e principalmente a quelle tenute da gruppi anarchici, ma non mi sono posto in evidenza. (...) Non abbiamo mai parlato tra noi di attentati o atti terroristici e le nostre assemblee avevano esclusivamente lo scopo di mantenere vivi i nostri principi con discussioni di carattere filosofico. Ci interessavamo inoltre della mutua assistenza tra connazionali bisognosi delle stesse nostre idee e dell'educazione degli stessi (...).

Durante l'interrogatorio si definisce anarchico individualista contrario a ogni forma di violenza e proclama la propria innocenza per i fatti addebitatigli in Francia, dove ritiene di essere caduto in una trappola tesagli da un agente provocatore. "A Barcellona" aggiunge "ho partecipato a tutti i comizi, ma in qualit di spettatore, e ho sempre frequentato le riunioni del sindacato della mia categoria (...). Non mi sono mai interessato di costituire centri d'azione antifascisti (...) e, anche volendo, non mi sarebbe stato possibile (...)."
Condotto in stato d'arresto davanti alla corte d'assise di Pavia, il 1 aprile 1935 Bruzzi veniva assolto per prescrizione dall'accusa di associazione a delinquere che gli era valsa la condanna a sette anni e sei mesi. L'assoluzione non gli rendeva per la libert. Tradotto da Pavia a Milano, veniva associato alle carceri in attesa che l'apposita commissione decidesse sulla proposta di assegnarlo al confino per attivit sovversiva svolta all'estero.
Com'era prevedibile, la decisione fu favorevole. Nei quattro anni passati a Ponza, dove la commissione lo aveva destinato, Bruzzi sub due condanne per contravvenzione agli obblighi del confino. Secondo la direzione fece vita appartata e solitaria, "affiancando gli elementi peggiori della colonia", dove in conclusione "mantenne inalterate le sue teorie anarchiche".
Il 20 giugno 1939 veniva trasferito alle Tremiti e l'8 luglio dell'anno dopo, finito il periodo di confino, tornava a Maleo dai genitori. Il 20 febbraio 1941 si stabiliva a Milano. Qui, nel maggio 1943, risultava impiegato in un'officina meccanica di precisione(2223). E qui lo rivide Mantovani dopo il suo ritorno da Ventotene: "Fu il primo compagno che incontrai a Milano"(2224).
Entrato nella Resistenza, Pietro Bruzzi fondava il giornale clandestino L'Adunata dei Libertari, del quale riusciva a pubblicare solo il primo numero con la data 18 giugno 1944(2225). Scoperto e arrestato, veniva chiuso nel carcere di S. Vittore Olona, un paesetto vicino a Legnano. Racconta Perelli:

Qui andammo a trovarlo all'inizio del '45, in tre o quattro, per proporgli la fuga. Il luogo dove lo tenevano rinchiuso poteva essere espugnato facilmente. Ma Bruzzi non si fid. "Non  il caso" disse. Era sereno. Non si considerava un prigioniero ma un ostaggio. "Tra poco sar libero comunque" concluse. Alcuni giorni dopo, l'uccisione di un militare tedesco nella zona provoc una rappresaglia. In poche ore Bruzzi fu prelevato dal carcere e fucilato dalle SS(2226).

Era il 19 febbraio 1945(2227).
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UNO STORICO DEL MOVIMENTO.
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Resosi irreperibile subito dopo i fatti del 23 marzo 1921, segnalato dal questore di Milano nel bollettino delle ricerche come "gravemente indiziato" dell'attentato al Diana (ma la foto che avrebbe dovuto riprodurre i suoi lineamenti era quella di Francesco Ghezzi), alla fine del mese Ugo Fedeli pass clandestinamente il confine italo-svizzero nella zona di Luino. Dopo una brevissima sosta a Zurigo part per la Germania, dove contava di procurarsi i mezzi e i documenti necessari per raggiungere la Russia. Nelle due settimane trascorse a Berlino si rivolse alla Federazione comunista anarchica, che lo aiut finanziariamente, e alla sezione locale del partito comunista, che gli diede un biglietto Berlino-Mosca e un passaporto falso intestato ad "Antonio Bruski".
Lasciata Berlino verso la met di aprile, Fedeli raggiunse Riga con un piroscafo tedesco e di l, attraverso l'Estonia e la Finlandia, arriv alla frontiera russa. A Pietrogrado pass una quindicina di giorni prima di poter ripartire per Mosca, dove giunse in tempo per assistere alle celebrazioni del Primo Maggio. Pochi giorni dopo le autorit sovietiche gli assegnavano una stanza in un piccolo albergo e un posto di meccanico in un garage.
In ottobre il suo arresto da parte della Ceka. Resa molto guardinga dai disordini provocati da elementi antibolscevichi, la polizia lo traduce alla Lubianka. Si  appreso che Fedeli  un anarchico e che a Mosca frequenta altri anarchici (tra i quali i compagni Bruzzi e Ghezzi). Dopo due giorni di interrogatori l'italiano  rimesso in libert, ma alla fine dell'anno, preoccupato e stanco della vita di stenti che fa in Russia, decide di tornare in Germania. Ottenuto il visto e un biglietto ferroviario, parte in treno da Mosca e arriva a Berlino per Natale.
Nella capitale tedesca trova subito lavoro; prima in un mobilificio, poi come carbonaio, poi come spedizioniere in una tipografia. Ogni tanto fa una capatina nella sede della Federazione comunista anarchica per leggere i giornali e vedere se ci sono novit.  di questo periodo una segnalazione da Berlino alla polizia italiana - 28 aprile 1923 - secondo cui un certo "Hugo Trene" o "Treue" sarebbe "l'intermediario dei comunisti italiani per la diffusione di due giornali illegali, L'Araldo della Riscossa e Il Vespro". Si precisa che l'individuo segnalato  un italiano sotto falso nome, forse "un certo Felici".
La vita  molto dura anche in Germania e alla fine di quell'anno Fedeli decide di passare in Francia. Mal pagato, deperisce rapidamente per la cattiva nutrizione e i disagi. Dal console russo a Berlino ottiene un lasciapassare intestato a "Ugo Werni". Munito di questo lasciapassare, all'inizio del 1924 Fedeli  a Parigi. Facendosi passare per un russo bianco, trova lavoro in un'officina. Vive appartato per timore che la polizia francese scopra la sua vera identit(2228). Nel giugno di quell'anno entra nel comitato d'azione antifascista costituitosi fra anarchici, socialisti e repubblicani dopo la notizia dell'attentato a Giacomo Matteotti(2229). Ogni tanto visita la sede del Libertaire per leggere i giornali e per non perdere i contatti con i compagni del comitato pro vittime politiche. Furono questi ultimi, nell'ottobre del 1925, a incaricarlo di svolgere un'inchiesta presso i familiari dei detenuti anarchici rimasti esclusi dai benefici dell'amnistia che il governo fascista aveva appena promulgato(2230). Sempre in questo periodo Fedeli ebbe come compagno di lavoro il leggendario ucraino Nestor Makhno(2231).
Intanto, in Italia, alla fine di quell'anno la corte d'assise di Milano lo aveva assolto, per amnistia, dall'accusa di associazione a delinquere con i condannati del Diana, revocando il mandato di cattura spiccato contro di lui. A questa assoluzione, per, la corte d'assise di Pavia faceva seguire, il 15 maggio 1927, una condanna in contumacia per lo stesso reato a sette anni e sei mesi di reclusione, spiccando immediatamente un nuovo mandato di cattura contro di lui. Alle autorit italiane il condannato risultava sempre irreperibile e la sua presenza veniva segnalata in Germania.
Fedeli invece si trovava sempre in Francia, dove per quattro anni nessuno lo not. Poi la polizia scopr la sua vera identit e gli notific un decreto di espulsione. I dirigenti della fabbrica dove prestava servizio, ben contenti del suo lavoro, riuscirono a fargli avere delle proroghe e l'italiano pot restare a Parigi ancora un anno(2232). Ma all'inizio del 1929 la gendarmeria ruppe gli indugi. Prelevato dallo stabilimento dove lavorava, Fedeli fu condotto direttamente alla stazione e da qui, in treno, accompagnato alla frontiera belga. Con lui furono espulsi in quei giorni dalla Francia altri noti anarchici italiani tra i quali Luigi Fabbri e Camillo Berneri(2233).
Passata la frontiera a Charleroi, Fedeli prosegu il viaggio in treno fino a Bruxelles, dove s'impieg in una fabbrica di ascensori. La sua permanenza in quella citt dur appena due mesi, perch la polizia gli aveva negato il permesso di soggiorno. Avendo saputo che per espatriare in Sudamerica non occorrevano documenti, l'italiano decise allora di recarsi ad Anversa in cerca di un imbarco. Lo trov su di un cargo che in ventotto giorni di navigazione raggiunse l'Uruguay, attraccando alla fine di aprile nel porto di Montevideo. Il giorno dopo il suo sbarco in Sudamerica, Fedeli trov un posto di macchinista in un frigorifico. Lo stesso anno lo raggiungeva in Uruguay la moglie Clelia Premoli, alla quale si era unito a Milano nel 1920.
Il soggiorno di Fedeli a Montevideo dur meno di cinque anni. Il 26 novembre 1933 la polizia uruguaiana lo arrestava e lo teneva in camera di sicurezza fino al 6 dicembre, giorno in cui fu accompagnato al porto ed espulso con altri cinque italiani: due dei sei erano delinquenti comuni, gli altri quattro anarchici, giudicati dalle autorit elementi pericolosi all'ordine politico e sociale dell'Uruguay. Il 9 dicembre il piroscafo "Oceania" partiva da Montevideo col suo carico di "indesiderabili". Il 26 dicembre Fedeli sbarcava a Napoli e pochi giorni dopo era a Milano, interrogato dalla questura e messo a disposizione dell'autorit giudiziaria di Pavia(2234).
Mentre La Libert, il giornale della concentrazione antifascista parigina, protestava energicamente contro il provvedimento(2235), Luigi Fabbri, in una lettera da Montevideo, spiegava a Elena Melli l'accaduto: "All'improvviso, in seguito a uno dei soliti fattacci cui noi siamo tanto avversi, come gi il nostro Errico, si sono fatti a casaccio degli arresti tra gli stranieri, che sono stati tutti rimpatriati". Tra essi, aggiungeva Fabbri, c'era il suo "buon amico Ugo, che forse lei ha conosciuto quando era ancora quasi un bimbo, ma che adesso  un uomo fatto, con moglie e un bambino natogli da quattro mesi". Moglie e bambino che, naturalmente, erano rimasti in Uruguay. "Carissimo Gigi" rispondeva da Roma Elena Melli, "per quanto mi sia data d'attorno, per quante persone abbia incaricato di cercare di sapere qualcosa sul conto del suo carissimo amico Ugo, ancora non sono riuscita a sapere nulla. Pare impossibile!  incredibile, ma  cos. Da ci pu farsi un'idea di come si vive qua. Come ci hanno ridotti e come ci tengono i nostri padroni."
Solo dopo un paio di mesi uno dei corrispondenti di Elena Melli dagli Stati Uniti era in grado di informarla che Fedeli - secondo una notizia dell'Adunata dei Refrattari ripresa dalla Libert di Parigi - si trovava nelle carceri di Piacenza in attesa di processo. Sul suo capo pendeva sempre la condanna a sette anni e sei mesi di reclusione che per, il 18 giugno, la stessa corte d'assise di Pavia avrebbe annullato per sopravvenuta prescrizione. Rimesso in libert lo stesso giorno, Fedeli tornava a Milano dove la moglie, rimpatriata da due mesi, lo aspettava col bambino.
Difficile trovare lavoro, per un anarchico vigilato, nell'Italia di Mussolini. Il 15 novembre Fedeli scrive a Giacomo Barca, uno degli italiani espulsi con lui dall'Uruguay: "Io son sempre disperato. Ancora non sono riuscito a trovare lavoro e la miseria  ormai entrata in casa".
Difficile anche restare in libert. Il 14 febbraio 1935 la commissione provinciale affibbiava a Fedeli cinque anni di confino per attivit sovversiva diretta a contrastare e ostacolare l'azione dei poteri dello stato. Una perquisizione eseguita in casa di Barca, a Gratteri (Palermo), aveva portato al sequestro di alcune lettere dalle quali si era potuto accertare che Fedeli era in rapporti con certi anarchici di Barcellona decisi a favorirne l'espatrio clandestino(2236).
Ugo Fedeli rest a Ponza fino all'inizio del 1940. Aveva tenuto "cattiva condotta", frequentato "gli elementi pi pericolosi" e dimostrato di "conservare inalterate le proprie idee, senza fornire alcuna prova di ravvedimento". In marzo era a Milano. Quell'estate, scoppiata la guerra, "in considerazione della sua pericolosit" egli venne proposto per l'internamento fino alla fine del conflitto. Assegnato al campo di concentramento di Colfiorito (Perugia), vi giungeva il 17 luglio. L'8 gennaio 1941  tradotto a Monteforte Irpino dove, informa il prefetto di Avellino, "si dimostra disciplinato e gode la benevolenza dei compagni". Il 6 dicembre passava a Ventotene, dove rimase fino alla liberazione(2237).
Dopo la guerra Ugo Fedeli ebbe una parte di rilievo nella ricostituzione della Federazione anarchica italiana sorta dal congresso di Carrara del settembre 1945, della quale fu nominato segretario. Cur poi la biblioteca del centro culturale Olivetti di Ivrea, dove ebbe anche modo di tenere numerose lezioni sul movimento operaio e sul fascismo, date successivamente alle stampe. A lui si devono la raccolta degli atti della Fai dal 1944 al 1962 e la compilazione di alcuni profili biografici e bibliografici di anarchici italiani. Dopo la sua morte, avvenuta a Ivrea il 10 marzo 1964, la sua biblioteca, imponente per mole e qualit, fu acquistata dall'Istituto di studi sociali di Amsterdam(2238).
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ESPATRIO FALLITO.
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"Restelli era serio" ricorda Mario Mantovani "ma la voce che avesse cantato era diffusa tra molti compagni, ivi compreso Macchi. Non fu certamente una spia, ma si comport con leggerezza."(2239)
Riconosciuto estraneo ai fatti del 23 marzo 1921 nonostante fosse uno dei tre proprietari dell'officina di via Casale dove il "complotto" sarebbe stato ordito, nel settembre di quell'anno Carlo Restelli si trasferiva da Besano a Clivio per assumervi la direzione della Scuola Moderna, di cui era sempre stato un entusiastico sostenitore, e per continuare a scriverne il giornale dopo l'arresto dei compilatori. Lo stesso anno otteneva il passaporto per l'estero, ma non emigrava per mancanza di mezzi finanziari.
Dall'estate del 1922 a quella del 1923 Restelli fu a Eboli (Salerno) per lavoro. Fermato a Napoli per misure di PS., nel 1924 era di nuovo a Besano dove - a detta delle autorit - teneva buona condotta e non si occupava di politica. Nella primavera del 1926 emigr in Francia come scalpellino, con regolare passaporto rilasciato dalla sottoprefettura di Varese. "Manda spesso aiuti finanziari alla famiglia" informava in ottobre la questura "[e] non consta che sia in relazione con compagni di fede in patria."
Tornato a Besano, Restelli ripart per Amantea (Cosenza), dove rimase poco pi di un anno. All'inizio del 1928 era di nuovo a casa, in tempo per essere coinvolto - nonostante fosse affetto da febbre malarica - nelle retate successive all'attentato di piazzale Giulio Cesare. Questa volta rest in carcere solo due mesi. "Non risulta che svolga attivit politica" spieg la questura mandandolo a casa "n che sia in relazione con sovversivi all'estero."
Ripreso il lavoro a Eboli grazie all'interessamento del segretario del fascio, il 3 marzo 1929 Restelli veniva nuovamente arrestato e tradotto a Varese "perch sospettato [di essere] in relazione con sovversivi d'oltre frontiera". Non essendo per emerso "nulla di concreto", anche dopo un'accurata perquisizione della sua casa, il 17 aprile veniva scarcerato e spedito a Porto Ceresio. In quell'occasione non fu assegnato al confino solo perch tubercolotico.
Dell'8 ottobre 1930  la notizia, quasi certamente falsa, dell'arrivo di Eugenio Macchi a Mosca. "Egli, non appena giunto, dichiar ai compagni che lo attendevano di diffidare dell'anarchico Restelli Carlo" scrive un anonimo informatore "(...) assicurando che trattasi di un agente provocatore passato al servizio della (...) polizia." Ribatter il prefetto di Varese che Restelli, fermato con Macchi per misure preventive in occasione delle nozze del principe ereditario, "non  mai entrato nel gabinetto del questore". Non pu essere vero, dunque, che Macchi lo abbia visto recentemente in questura: "lo avr visto, se mai, all'atto dell'e-scarcerazione, (...) ma non pu aver notato, perch inesistente, alcunch di particolare".
In quei giorni Restelli era a Musso (Como), occupato presso un marmificio. L'anno dopo fu a Nevate Mezzola poi ad Ardena (Sondrio), sempre come scalpellino. Il 13 giugno 1933 la questura informava: "Mantiene buona condotta dimostrandosi indifferente verso il Regime. Non risulta appartenere ad alcun partito politico. Simpatizza, ma non lo dimostra, pel partito anarchico. Non ha svolto alcuna attivit politica, comunque viene sorvegliato."
Il 5 settembre dello stesso anno, verso le 18, un fruscio di foglie proveniente dal versante italiano mette in allarme due guardie di finanza appostate sul pianoro di Sella, in territorio di Porto Ceresio. Ispezionando la zona, alla prima curva del sentiero militare che scende verso Besano le due guardie incontrano una pattuglia di militi confinati, ai quali chiedono se abbiano sentito dei rumori sospetti. La risposta  no.
Mentre le guardie di finanza tornano sul pianoro a battere i cespugli lungo la rete di protezione del confine, un milite si apposta sul sentiero e un altro si addentra nella boscaglia. Insospettito da uno schianto improvviso di rami secchi, quest'ultimo intima l'alt e spara tre colpi in aria. Pochi attimi pi tardi il suo compagno vede un individuo sbucare dai cespugli sul sentiero e dirigersi correndo verso di lui. Altre due persone stanno cercando di fuggire nel bosco sottostante. Presa accuratamente la mira, il milite spara contro l'uomo pi vicino, che cade e resta immobile. Poi punta l'arma verso gli altri due fuggiaschi e spara di nuovo. Uno di essi, colpito, cade. L'altro si butta in un piccolo burrone e riesce a dileguarsi. L'ampia battuta successiva non dar alcun esito.
L'uomo sul sentiero  caduto a cinquantadue metri esatti dalla rete confinaria. Giace sul dorso, con la testa girata verso il monte. Il proiettile gli  entrato dalla tempia sinistra ed  uscito dall'occipite, spaccandogli il cranio e facendone schizzar fuori il cervello. Sulle spalle l'uomo ha un sacco da montagna nuovo di zecca con pane, salame, formaggio. In tasca non ha soldi ma solo una carta d'identit, varie tessere rilasciate da autorit francesi e svizzere e una patente di guida. Dai documenti risulta chiamarsi Mario Avellini. Probabilmente  un contrabbandiere: lo stesso che, tre anni prima, era stato arrestato dalla guardia di finanza per aver aiutato Eugenio Macchi a sconfinare a Saltrio di Viggi.
L'altro fuggitivo, nel cadere ucciso, per il dislivello del terreno  piombato a capofitto in un burrone, restando con la testa sepolta nel terriccio. Il morto dimostra una cinquantina d'anni. Presenta due ferite al torace, una vicino al cuore. Ha con s un borsellino. Dentro ci sono novanta lire e una carta d'identit. Il nome sul documento  quello di Carlo Restelli(2240). Scriver il prefetto di Varese:

In considerazione della speciale pericolosit dei predetti due sovversivi i quali, evidentemente, (...) tentavano di espatriare clandestinamente, il gesto energico e di coraggio compiuto dal vicecaposquadra della M.V.S.N. Airoldi Torta Umberto  degno di ogni encomio, per cui mi riserbo (...) di segnalarlo a codesto On. Ministero perch si compiaccia di proporlo al comando generale della milizia per la concessione di un encomio solenne.(2241).
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LA DONNA VELATA.
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In un libro dedicato alla strage fascista di Torino del dicembre 1922 Giancarlo Carcano scrive:

Al momento dello scoppio [della bomba al Diana] il questore Gasti non era nell'alloggio sopra il Diana ma in un bar dietro Porta Venezia, a meno di duecento metri dal teatro. Il padrone di quel bar, Antonio Saltini, racconta il 29 marzo a un cronista dell'Avanti! che alle 22,30 una donna era entrata nel locale, aveva parlato col questore ed era uscita di corsa. Due giorni dopo, misteriosamente, Antonio Saltini viene ucciso da uno sconosciuto mentre sta chiudendo il suo bar. La polizia parla di tentata rapina, ma alla vittima non  stato tolto un soldo. L'assassino non sar mai trovato.(2242)

 un altro dei tanti misteri della vicenda che abbiamo narrato. Dove ha attinto Giancarlo Carcano le sue informazioni? Non sappiamo. Certo  che quella donna fu identificata da qualcuno, in modo esplicito o in termini allusivi, con Elena Melli. Circa un anno dopo, nel maggio 1922, un'altra donna senza nome entra nell'aula della corte d'assise milanese dove si sta celebrando il processo a carico degli "anarchici del Diana". La sua presenza turba alcuni degli imputati, che ne chiedono rallontanamento dall'aula. Il giorno dopo Il Popolo d'Italia scriver:

(...) vorremmo sapere se risulti al questore di Milano comm. Gasti quale fine abbia fatto una velata signora presentata al presidente della corte d'assise dal deputato socialista Buffoni come redattrice di non sappiamo quale giornale anarchico e ammessa, in questa sua qualit, al banco della stampa.
E vorremmo anche sapere dal comm. Gasti, (...) oppure dall'on. Buffoni, (...) chi sia la signora in parola, visto e considerato che dopo le accuse e le rampogne degli imputati Mariani e Aguggini ha pensato bene di eclissarsi. Perch si  eclissata? Cosa temeva? Non si tratterebbe, per caso, della stessa persona della quale ebbe gi a occuparsi la cronaca a proposito di altre imprese anarchiche?(2243)

Se, come appare probabile, la donna velata era Elena Melli, le reazioni di Mariani e Aguggini non possono stupire. Uscita senza un graffio dalla spaventosa vicenda del Diana, la Melli aveva lasciato definitivamente Milano alla fine di settembre del 1921 per seguire Malatesta nella capitale. Un anno di silenzio non era per bastato a dissipare i sospetti che dal giorno dell'attentato circolavano sul suo conto. Il 1 ottobre 1922, poche settimane prima della marcia su Roma, Lusignoli scriveva in un rapporto:

Si sospetta negli ambienti anarchici di Milano e di Roma che persona che vive vicino a Malatesta sia in rapporti con le autorit, poich notasi che allorch Malatesta si dispone a partire dalla capitale la polizia organizza servizi anche nella stazione di arrivo. Si sospetta molto dell'anarchica Melli Elena, ma su costei Malatesta Errico avrebbe dato le migliori assicurazioni, minacciando di abbandonare il movimento anarchico ove si persistesse nella campagna di ingiusti sospetti iniziata da tempo sul conto della sua amante.(2244)

L'avvento del fascismo fece piazza pulita di ci che restava del movimento anarchico. Denunciata al tribunale speciale nell'estate del 1927, l'anno dopo anche Elena Melli veniva assegnata al confino. Mussolini, con un intervento personale, le commutava la pena in diffida(2245). Il 22 luglio 1932 Errico Malatesta moriva a Roma a settantotto anni di et. Dalla clandestinit, i comunisti lo salutavano cos:

Il vecchio e popolare agitatore anarchico Errico Malatesta  morto. Politicamente egli era morto da un pezzo, da quando l'anarchismo aveva perduto le sue basi popolari e si era ridotto a piccoli gruppi di utopisti, fedeli a una teoria la quale non trova una base concreta nello sviluppo del capitalismo moderno e della rivoluzione proletaria. Il nome di Errico Malatesta  legato, comunque, alla storia del movimento operaio italiano, e in particolare alla storia dolorosa dei contadini poveri del Mezzogiorno. Nemico acerrimo, ostinato della rivoluzione proletaria e della Russia dei Soviet, avversario del comunismo marxista, di cui egli non comprese mai la portata storica, Malatesta appartiene allo stadio infantile del movimento rivoluzionario, al periodo in cui la differenziazione di classe non era ancora cos netta e precisa com' oggi. Perci Gramsci lo aveva chiamato "il fanciullino".
Dinanzi alla spoglia di questo vecchio e sincero rivoluzionario, i comunisti - senza fare nessuna concessione al grande dissenso che li divide dagli anarchici - levano la bandiera rossa in segno di saluto.(2246)

Gli ultimi anni della sua lunga vita erano stati pieni di amarezze:

La sorveglianza sempre pi stretta cui (...) fu sottoposto dalla fine del 1926 - un posto di guardia era in permanenza al portone di strada di casa sua, e una guardia giorno e notte dinanzi alla porta del suo appartamento - tronc (...) anche i suoi rapporti personali coi compagni. Chi andava a trovarlo veniva arrestato; egli era seguito per la strada passo passo, e venivano arrestati coloro che lo fermavano. La sua corrispondenza veniva aperta e letta prima d'essergli consegnata... quando gli veniva consegnata.(2247)

Morto Malatesta, le cose per la sua compagna andarono di male in peggio. Mentre il questore di Roma le faceva sapere, "con opportuna forma", che una sua eventuale richiesta di passaporto per l'estero sarebbe stata "benevolmente esaminata"(2248), la donna, sempre attentamente vigilata e in gravi ristrettezze economiche, sfogava l'amarezza nelle lettere ai compagni.

Come sai, nel 1932 mor il mio Errico. Appena potetti riavermi un po' dall'immenso dolore, cercai cosa potevo mettermi a fare per tirare avanti la vita. E ci non era facile, date le condizioni in cui vivevamo. Gemma [la figlia] aveva ancora due anni di universit da fare. Riuscii a farle continuare gli studi e nel 1934 si laure in chimica. Io, dopo essermi lambiccata il cervello, pensai di mettermi a fare la maglierista. Comprai la macchina, andai a imparare e mi misi a lavorare in casa. Gemma il 13 aprile 1936 si spos e and alla Spezia dove era ed  tuttora impiegato suo marito. Io rimasi sola nella mia casetta piena di tanti cari ricordi. Non uscivo che per andare a cercare lavoro, per comprare il necessario e per riportare a domicilio il lavoro confezionato. Andavo una volta o due alla settimana sulla tomba del mio Errico (...).(2249)

Dopo la morte di Malatesta, l'interesse delle autorit per quella che molti avevano ormai finito per considerare la sua vedova era progressivamente dirninuito.

Dopo la morte del mio adorato Errico il servizio di polizia per me e Gemma continu ancora per quasi tre anni, poi lo tolsero a Gemma e dopo qualche mese lo tolsero anche a me di loro iniziativa, perch io non chiesi nulla a nessuno.
Purtroppo la mia casetta non esiste pi: due macchine da scrivere, la macchina da cucire, tutta la mobilia delle camere e cucina venduta per pochi soldi; solo la macchina delle maglie  stata spedita a Gemma, che a sua volta me l'avrebbe spedita in Francia. Tutta la biblioteca del nostro caro Errico - era dall'et di undici anni che se la curava gelosamente -  stata venduta come carta da macero e ho ragione di credere che la stessa sorte l'abbiano subita anche tutti i suoi scritti; tutto il patrimonio morale e spirituale della sua vita: tutta la sua anima grande e buona.(2250)

Quando Elena Melli scriveva queste parole si trovava da quasi tre anni ricoverata in una clinica psichiatrica. L'episodio merita di essere raccontato perch  quasi certamente uno dei primi casi in cui il manicomio fu usato dai fascisti, con largo anticipo sulla Russia sovietica, come strumento di repressione del dissenso al posto delle carceri e dei lager.
Qualche tempo dopo la morte di Malatesta, Elena Melli aveva Conosciuto un avvocato cassinese di nome Vincenzo Di Mambro. Tra i due era sbocciata una relazione, tempestosa come dovevano essere stati tutti gli amori della passionale e possessiva lucchese. Sbolliti i primi entusiasmi, Di Mambro aveva cominciato a sganciarsi, passando nelle sue lettere da un "tu" confidenziale a un gelido "voi". Delusa e irritata dal comportamento dell'amico, la donna si era rifugiata nel sogno di un espatrio che diventava di giorno in giorno sempre pi difficile. Nell'estate del 1937 sua figlia le scriveva:

Cara mamma, dici di voler andar via? Ma il passaporto lo hai? Non resterai senza casa e senza poter andar via?(2251)

Il 23 settembre di quell'anno, presentatasi in questura "per denunziare dei fatti che in questi ultimi tempi le sarebbero accaduti", Elena Melli veniva colta da una crisi di nervi. Dalle sue parole i funzionari ebbero "la sensazione precisa" che la donna fosse affetta "da allucinazione e da mania di persecuzione". Per questo, due giorni dopo, si procedeva al suo ricovero nella clinica psichiatrica di Santa Maria della Piet. La proposta di internamento definitivo della paziente, trovata dai medici in "condizioni fisiche buone" ma in "condizioni mentali (...) stazionarie", venne formulata a met ottobre. Il mese dopo la Melli scriveva:

La questura di Roma ha commesso questo delitto di mandarmi al manicomio. Dopo questa malvagit commessa a mio danno io non posso e non voglio pi rimanere in Italia.(2252)

Non era sazia [la questura di Roma] di quello che ci aveva fatto [patire facendoci] seguire [per] nove anni, con tutte le conseguenze che porta con s l'essere seguiti. Doveva commettere quest'altra infamia, e l'ha commessa ora che ero sola.(2253)

Per anni, dall'interno del manicomio, Elena Melli lotta per ottenere l'autorizzazione a raggiungere la sorella Amalia in Francia. Il 30 agosto 1938 chiede il passaporto alla questura. Per ragioni poco chiare - che coinvolgono le autorit italiane, il ministro degli esteri francese e un avvocato non troppo scrupoloso - la pratica va per le lunghe. Nell'estate del 1939 Elena Melli scrive a Di Mambro:

Vincenzo carissimo, ti devo ripetere quello che gi ti dissi nelle mie tre lettere precedenti: "Io sono ancora qui!" e in questa espressione c' tutta l'amarezza che sgorga dal mio cuore.13

Nella primavera del 1940 scrive a una zia in Svizzera:

Per quanto mi lambicchi il cervello non riesco a capire per quale ragione mi hanno portata qui: errore, malinteso o malvagit. Se la mia persona a Roma dava ombra a qualcuno potevano mandarmi al confino, dove mandano tutti quelli che non hanno commesso nessun reato ma danno ai nervi a qualcuno.(2254)

Un mese dopo scrive a un'altra sorella:

Ti assicuro che se avessi immaginato che mi portavano qui avrei commesso un reato e mi sarei fatta portare in carcere, e coi tempi che corrono mi sarebbe stato facile; mi so immaginare in carcere, mi so immaginare al confino, ma non mi so immaginare al manicomio: proprio non mi va gi, mi  insopportabile il sapermi qui!(2255)

Lo scoppio della seconda guerra mondiale fa naufragare le residue speranze di espatrio. Nell'estate del 1940 il questore di Roma informa i suoi superiori che, "giusta accordi presi con la direzione dell'ospedale di S. Maria della Piet, la nota Melli Elena sar trattenuta degente in detto ospedale almeno finch perduri lo stato di guerra". Per fortuna questo non avviene. Finalmente dimessa nell'aprile 1941, dopo tre anni e mezzo di degenza, la donna fu condotta alla Spezia e affidata alla figlia Gemma.(2256)
Ammalatasi gravemente subito dopo la fine della guerra, Elena Melli moriva all'ospedale di Carrara il 26 febbraio 1946, dopo sei mesi di atroci sofferenze. Una delle sue ultime lettere era per il compagno Stefano Vatteroni:

Caro Stefano, io mi sento tanto male e tutti i giorni che passano mi sento peggio. Non so come si svolger il ciclo della malattia e dove andr a sfociare. Ad ogni modo, sento il bisogno di dirti che se dovessi morire desidererei essere trasportata a Roma e messa assieme con il mio Errico. Non temere di incontrare difficolt perch la tomba  a nome mio: sono io, Elena Melli, che ho comprato il terreno e fatto costruire la tomba, dando poi ospitalit a Errico Malatesta. La tomba si trova al cimitero di Verano di Roma, quadro n. 30, terza fila, tomba n. 20.(2257)
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E NEL RESTO DEL MONDO COME ANDAVANO LE COSE? UNA CRONOLOGIA.
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Paragonati all'intera violenza del capitale e del governo, gli atti di violenza politica sono solo una goccia nell'oceano.
Emma Goldman
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1918
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Gennaio - Sciopero generale in Austria e Ungheria.
28 gennaio-16 maggio - In Finlandia, proclamata indipendente il 6 dicembre 1917, le truppe "bianche" appoggiate da unit tedesche battono le truppe "rosse" sostenute dai bolscevichi e riconquistano Helsinki e il sud del paese.
1 febbraio - Ammutinamento nella flotta imperiale austro-ungarica ormeggiata nelle Bocche di Cattaro. Seimila marinai croati innalzano la bandiera rossa.
Aprile - Primi arresti di anarchici in Russia dopo la rivoluzione d'ottobre.
Aprile - La sede degli Industrial Workers of the World di Centralia, Washington, distrutta da un corteo di reduci capeggiato dal sindaco e dal capo della polizia. Devastata a New York la redazione del quotidiano socialista Call.
Aprile-maggio - Retate di anarchici in Svizzera.
12-13 maggio - Rivolta di soldati sloveni a Judenburg. In Croazia, Bosnia ed Erzegovina bande armate di reduci e disertori assaltano le propriet dei latifondisti e dei ricchi commercianti.
Primavera - Rifiutandosi di comporre gli articoli ritenuti diffamatori per i lavoratori e per il movimento rivoluzionario, i tipografi romeni instaurano la "censura rossa".
Giugno - Nuovo sciopero generale in Ungheria, represso dall'esercito.
Primavera-estate - "Rivolte delle donne" in Bulgaria contro il carovita e per il ritorno degli uomini dal fronte. Diserzioni e ammutinamenti nell'esercito.
10 settembre - Moti musulmani a Calcutta.
27 settembre-3 ottobre - Quindicimila insorti proclamano in Bulgaria l'effimera repubblica di Radomir. Cade lo zar Ferdinando.
Ottobre - Il Congresso americano approva il Deportation Act.
24 ottobre - Secessione di Fiume dall'Ungheria.
28-31 ottobre - Rivoluzione a Praga, Zagabria, Budapest. Proclamazione dell'indipendenza della Cecoslovacchia.
29 ottobre - Ammutinamento della flotta tedesca d'alto mare a Wilhelmhaven. Si formano consigli di operai e di soldati.
8 novembre - Rivoluzione a Monaco. Fuga dell'imperatore.
9 novembre - Rivoluzione a Berlino. Rinuncia al trono di Guglielmo II e del principe ereditario, che fuggono in Olanda. Proclamazione della repubblica tedesca.
11 novembre - L'imperatore Carlo I rifiuta di abdicare e va in esilio. L'Austria diventa una repubblica.
11 novembre - Proclamata la repubblica in Lituania. Formazione di un governo rivoluzionario comunista, eliminato da un'offensiva tedesca (marzo 1919) e dall'attacco polacco a Vilna.
14 novembre - Il socialista Pilsudski fonda lo stato polacco indipendente.
6 novembre - Proclamazione della repubblica ungherese sotto la presidenza del conte Mihaly Krolyi.
18 novembre - La Lettonia ottiene l'indipendenza. Riconquista di Riga, occupata dai bolscevichi, con l'aiuto di volontari tedeschi.
26 novembre - Deposizione del re Nicola I del Montenegro.
Novembre - Rivoluzione in Transilvania e nel Banato.
14 dicembre - Sidonio Paes assassinato in Portogallo.
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1919.
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Gennaio - "Settimana di sangue" a Buenos Aires. La polizia stronca con le armi uno sciopero di lavoratori e l'esercito soffoca la successiva rivolta popolare. Settecento morti e duemila feriti.
Gennaio - A Berlino, un'insurrezione "spartachista" viene repressa nel sangue dalle truppe governative e da reparti di volontari nazionalisti. Il 15 gennaio Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht sono assassinati da un gruppo di ufficiali di destra.
19 febbraio - A Parigi l'anarchico Louis Emile Cottin tenta invano di assassinare Clemenceau con sette colpi di pistola. La condanna a morte gli sar commutata in dieci anni di reclusione e Cottin potr cos farsi uccidere nel 1936 combattendo tra i repubblicani spagnoli.
19 febbraio - Assassinio dell'emiro Habibullah I, re dell'Afghanistan.
Marzo - Si organizzano in territorio jugoslavo tribunali rivoluzionari e soviet contadini, mentre i latifondi vengono trasformati in cooperative agricole.
10 marzo - Moti nazionalisti al Cairo.
21 marzo - Nasce in Ungheria la repubblica dei consigli. Dopo 133 giorni la reazione dei militari costringe Bla Kun alle dimissioni e alla fuga (1 agosto). Cinquecento le vittime del terrore "rosso". Cinquemila, in un anno e mezzo, saranno quelle del terrore "bianco". Gli ex anarchici Otto Korwin e Tibor Szamuly vengono impiccati pubblicamente alla fine di dicembre.
7 aprile - Proclamazione in Baviera della repubblica dei consigli.
10 aprile - Emiliano Zapata ucciso in Messico.
Aprile - Bagno di sangue di Amritsar, in India, dove pi di mille indiani vengono uccisi o feriti da truppe britanniche.
2 maggio - L'anarchico Gustav Landauer assassinato a Monaco. Cade la repubblica di Baviera.
Maggio - Dimostrazione degli studenti di Pechino contro la firma del trattato di pace. Nasce il "movimento xenofobo del 4 maggio".
Maggio - Una spedizione militare soffoca le agitazioni dei contadini andalusi. La Confederacion Nacional del Trabajo  dichiarata illegale nella regione.
2 giugno - Davanti alla corte federale di Zurigo comincia il processo contro gli anarchici italiani detenuti da 14 mesi per l'"affare delle bombe". Saranno tutti assolti.
4 luglio - Colpo di stato in Per: va al potere il dittatore Augusto B. Leguias.
12 agosto - Caduta di Fernando Tinoco Granados in Costa Rica.
22 agosto - L'organizzatrice sindacale Fanny Sellins assassinata in Pennsylvania durante uno sciopero di minatori.
Estate-autunno - Dura repressione dei sovversivi jugoslavi. Duecento tra i comunisti pi in vista di Zagabria e Belgrado sono arrestati e tenuti in carcere senza processo per mesi.
11 settembre - Caduta di Francisco Bertrand nell'Honduras.
Settembre-dicembre - Ventidue lavoratori perdono la vita durante il grande sciopero dell'acciaio negli Stati Uniti.
1 novembre - Insurrezione nazionalista in Turchia guidata da Mustaf Kemal.
7 novembre - Cominciano negli Stati Uniti i "Palmer raids", le retate del ministro della giustizia A. Mitchell Palmer contro i "rossi". Tra il 1919 e il 1920 centinaia di persone saranno espulse dal paese. Tra esse, il 21 dicembre, gli anarchici Emma Goldman e Aleksandr Berkman.
11 novembre - Nuovo assalto dell'American Legion agli I.W.W. di Centralia. La reazione degli aggrediti, che si difendono sparando e uccidendo quattro ex combattenti, provoca il linciaggio di un sindacalista e una colossale montatura giudiziaria che si concluder con pesantissime condanne per sette lavoratori innocenti.
30 novembre - Durante la feroce repressione dell'anarcosindacalismo spagnolo organizzata dal conte di Salvatierra, prefetto di Barcellona, cadono i militanti Jos Canela e Francisco Layret. Altri trentasei sovversivi vengono deportati alle Baleari. Tra essi Salvador Segui, che sar assassinato nel 1923.
Comincia quest'anno in Gran Bretagna un'ondata di scioperi che durer fino al 1922.
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1920.
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8 aprile - Il dittatore Manuel Estrada Cabrera rovesciato in Guatemala. Aprile - A Lubiana, durante una manifestazione, la polizia uccide quattordici dimostranti e ne ferisce una quarantina. 3 maggio - Il corpo di Andrea Salsedo (o Salsadeo), un tipografo di Brooklyn colpevole di aver stampato un opuscolo anarchico, vola da una finestra degli uffici del dipartimento della giustizia americano e si sfracella sul marciapiede. Roberto Elia, arrestato con Salsedo, viene immediatamente deportato.
5 maggio - Gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono arrestati nel Massachusetts mentre vanno a una manifestazione di protesta per la morte di Salsedo. Vanzetti si era appena occupato del caso, accertando che il compagno era stato picchiato dalla polizia.
21 maggio - Caduta di Venustiano Carranza in Messico.
11 luglio - Jos Gutierrez Guerra rovesciato in Bolivia da un pronunciamiento militare.
Luglio - Cade in Cina Tuan Chi-jui.
Agosto - Campagna di disobbedienza civile di Gandhi in India.
10 settembre - L'esplosione in Wall Street di un carro carico di esplosivo provoca trenta morti e un centinaio di feriti. Per la polizia di New York, si tratta di un incidente. Altri accreditano l'ipotesi di un "complotto anarchico".
21 novembre - Otto gruppi di volontari dell'I.R.A. assassinano contemporaneamente, a Dublino, quattordici informatori degli inglesi. La famosa "domenica di sangue"  solo un episodio della lunga guerra anglo-irlandese che, fino alla tregua dell'11 luglio 1921, far circa ottocento morti per parte.
26 novembre - Lenin e Trotzkij ordinano all'Armata Rossa di schiacciare l'anarchico Nestor Makhno e il suo piccolo esercito, dal quale i bolscevichi hanno ricevuto un valido aiuto nella lotta contro i generali "bianchi". Makhno, battuto, morr esule a Parigi il 25 luglio 1934.
30 dicembre - Vietata in Jugoslavia ogni propaganda comunista e tutti gli scritti che esaltano lo sciopero e la rivoluzione.
In Spagna, i generali Martmez Anido e Miguel Adegui organizzano una seconda campagna di assassinii contro i militanti della C.N.T. Tra il 1920 e il 1922 in tutto il paese sar un continuo susseguirsi di delitti politici. Solo a Barcellona se ne potranno registrare fino a 15 la settimana.
Continui scontri tra arabi ed ebrei in Palestina dopo l'istituzione (25 aprile) del mandato britannico.
Con metodi terroristici i nazionalisti turchi opprimono la minoranza armena, che in due anni (1920-21) sar decimata dalle persecuzioni.
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1921.
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Gennaio - Molti morti e feriti tra operai e polizia durante uno sciopero generale in Patagonia.
Febbraio - Sciopero operaio a Pietrogrado.
19 febbraio - Proclamazione dell'indipendenza della Mongolia Esterna.
21 febbraio - Colpo di stato in Persia del capo cosacco Reza Khan, che nel 1925 diverr Sci col nome di Reza Pahlevi.
8 marzo - Il primo ministro spagnolo Eduardo Dato cade sotto le pistole della CRT.
Marzo - Sanguinosa repressione della rivolta dei marinai di Kronstadt contro la dittatura bolscevica. Centinaia di prigionieri fucilati. Per prevenire altre rivolte si eliminano gli anarchici di Pietrogrado, Mosca, Kharkov e Odessa.
28 maggio - Moti nazionalisti ad Alessandria.
31 maggio - Comincia negli Stati Uniti il processo contro Sacco e Vanzetti, imputati di rapina e duplice omicidio. In luglio i due anarchici saranno condannati a morte. La sentenza verr eseguita, dopo innumerevoli rinvii, il 23 agosto 1927.
29 giugno - Attentato contro Alessandro di Jugoslavia. La polizia reagisce arrestando diecimila persone. 6 luglio - Rivoluzione comunista nella Mongolia Estema.
20 luglio - Suffragio femminile negli Stati Uniti.
21 luglio - Muore in un attentato il ministro dell'interno jugoslavo.
L'attentatore viene giustiziato. Il partito comunista  costretto a rifugiarsi nella clandestinit.
19 ottobre - Antonio Granjo assassinato in Portogallo.
29 ottobre - Caduta di Manuel Gondra in Paraguay.
Ottobre-dicembre - In Argentina una serie di scioperi contrastati dalla polizia sfociano in veri e propri atti di guerriglia. Con lo sterminio di millecinquecento operai torna la pace sociale.
4 novembre - Assassinato in Giappone il primo ministro Takashi Hara, di idee liberaleggianti.
5 dicembre - Il presidente Carlos Herrera y Luna costretto alle dimissioni in Guatemala.
6 dicembre - Nasce lo stato libero d'Irlanda.
La proclamazione dell'emiro Feisal a re dell'Iraq pone fine a due anni di violente rivolte popolari.
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FINE.